gpittellavid.jpg

 

di Walter De Stradis

 

E’ curioso che la sua canzone preferita, da sempre, sia “Città vuota”, in questi giorni in cui, in un’Italia di città desertiche, si celebrano gli ottant’anni della cantante, Mina.

Gianni Pittella da Lauria (Pz), figlio dell’ex senatore Domenico e fratello dell’ex governatore lucano Marcello, dopo una vita al Parlamento Europeo (di cui è stato vice presidente vicario e anche presidente ad interim per un quindicina di giorni), da un anno è Senatore della Repubblica (gruppo Pd), in virtù della sua elezione in Campania, avvenuta con il sistema proporzionale (altrimenti detto “paracadute”).

Da sottolineare che Gianni Pittella, come il padre e il fratello, è anche medico.

La seguente intervista “a pranzo” è stata registrata lunedì scorso, in videochat.

D: Ci descrive brevemente la vita quotidiana di un Senatore della Repubblica ai tempi del #IORESTOACASA?

R: Per la maggior parte del tempo sto a casa con mia moglie, vado al Senato quando c’è la convocazione, magari il giorno prima per preparare il lavoro, così come vado alle commissioni. Chiaramente, però, c’è un tema che riguarda i colleghi che vengono da Milano, Bergamo o Cremona, ma ciò non può impedire al Parlamento di funzionare: vuol dire che ci sarà una rappresentanza, proporzionata, dei vari gruppi, che occuperanno gli scranni con una distanza di almeno un metro.

D: Quali sono le precauzioni che state usando?

R: Io personalmente porto la mascherina e ho fatto il tampone: l’hanno fatto tutti i senatori prima dell’ultima riunione sullo scostamento di bilancio di venticinque miliardi. Non era obbligatorio, ma io ho voluto fare questa prova e fortunatamente il risultato è stato negativo.

D: Qual è la routine di queste sue giornate casalinghe? Si adopera anche lei con lo “smart working”?

R: Sì, proprio adesso sto per fare una “conference call” col senatore Nannicini, perché ci è stata richiesta da un’azienda che allestisce incontri telematici tra parlamentari e utenti e che aveva bisogno di esperti, bontà loro, in materie europee. Durante il giorno mi sento poi al telefono coi rappresentanti del mio gruppo: abbiamo delle chat in cui discutiamo dei provvedimenti del Governo. Cerco di impiegare il tempo che mi resta anche per approfondire questioni medico legali (attinenti cioè alla mia professione), e per dedicarmi a qualche lettura. Sono molto veloce, mi basta un giorno per leggere un libro: gli ultimi sono stati un giallo, “La Ragazza del lago”, e un testo storico su Cleopatra. Adesso sto per iniziare un libro sul periodo post-bellico della Seconda Guerra Mondiale.

D: Perché, attualmente forse stiamo vivendo la Terza?

R: E’ una guerra, questa, sotto mentite spoglie. Contro un nemico uguale per tutti, impalpabile, sconosciuto per molti versi, e le uniche armi che abbiamo (in attesa di arrivare al vaccino) sono l’isolamento e il distanziamento sociale. E poi occorre avere, ovviamente, un patrimonio di strutture e strumentazioni adeguate, onde evitare il ripetersi, ahimè, di situazioni in cui non è stato possibile curare tutti (come mi dicono sia accaduto nella provincia di Bergamo).

D: Ma che Paese è quello in cui persiste il problema dell’approvvigionamento di mascherine o di ventilatori, al pari di quello di strutture sanitarie al collasso? Nel passato si è speso su altro, si è pensato ad altre cose, lasciando la macchina sanitaria impreparata per situazioni del genere?

R: E’ vero che negli anni scorsi, sulla scorta di una cultura capitalistica, sono stati mortificati i bisogni sociali e sanitari, e su questo tema sono state fatte anche delle battaglie a livello di Parlamento Europeo. Per esempio, adesso tutti parlano di Eurobond, ma si tratta di una battaglia, epica, che facemmo io e Mario Mauro in sede europea. Ora pare che si facciano e sono uno strumento importantissimo anche per racimolare miliardi di euro da investire, anche in ambito sanitario. Ma è stato a lungo un tema trascurato. D’altra parte, per onestà, bisogna aggiungere che nessuno poteva prevedere un nemico come questo, pur trovandoci nell’epoca degli agenti patogeni.

D: C’è chi ha parlato, anche a livello istituzionale e politico, di virus creato in laboratorio, ora dagli Americani, ora dai Russi…

R: Beh, in attesa di una qualsivoglia prova, è sconvolgente il solo pensare a una qualche sorta di guerra chimica; è un’accusa troppo grave e certe cose non si dicono a cuor leggero. Al momento non ci credo affatto, mi pare pura fantascienza, ma se un domani mi dovessero portare delle prove… alzerò le mani.

D: A proposito di collegamenti “smart”, sono diverse le polemiche sul “metodo Conte” di comunicare agli Italiani le decisioni del Governo attraverso le dirette sui social; nonchè di annunciare cambiamenti in modo piuttosto generico (circa la chiusura delle attività non essenziali), lasciando spazio a indiscrezioni varie, per poi firmare un decreto di “chiusura” che alcuni ritengono “diverso” rispetto alle intenzioni iniziali.

R: Sulla comunicazione ne possiamo pure discutere, non esiste una ricetta giusta, tutto è perfettibile e qualche errore è stato pure fatto, ma a me interessa molto la sostanza, e Conte ha dimostrato di avere gli attributi e di varare misure difficili. Non dimentichiamo che fino a qualche giorno fa leader mondiali come Trump o Johnson ancora negavano l’evidenza… mentre l’Italia ha dimostrato coraggio e fermezza. E’ ovvio che non si possono chiudere TUTTE le attività (uno dove troverebbe cibo e medicine?) e chi lo sostiene fa un discorso puramente astratto, scollegato dalla realtà.

D: Con la chiusura delle fabbriche al Nord si teme un nuovo riflusso di lavoratori giù al Sud; abbiamo già visto immagini di “fughe di massa” di studenti e operai verso questi lidi, nonché di passeggiatori e podisti impenitenti un po’ ovunque. Che immagine stiamo proiettando noi Italiani?

R: La maggior parte degli Italiani sta rispettando le misure, e in maniera razionale, ma purtroppo i cretini e gli irresponsabili (fortunatamente una minoranza) non mancano mai, quelli che si sentono più forti e si mettono in macchina, sul treno o sul pullman, non comprendendo che stanno andando a infettare altre persone.

D: Dalla sua casa di Roma come vede la gestione dell’emergenza da parte della politica lucana? Come giudica l’operato di Bardi, che aveva pensato a una sorta di chiusura della regione (poi effettuata) sin dall’inizio?

R: Svolgendo un ruolo politico diverso, non sono aduso –oggi come ieri, quando c’era un altro governo (quello del fratello Marcello – ndr)- a commentare la politica regionale, per una questione di rispetto. Tuttavia, in queste circostanze non posso esimermi: la chiusura della Basilicata, sia in entrata sia in uscita, la trovo una cosa giusta. Anche se gli attori regionali possono essere sicuramente più precisi di me, ritengo tuttavia che ci siano altre cose da fare, sia sul piano delle prevenzione, sia sul piano dell’adeguamento delle strutture sanitarie, sia in ambito di aiuti alle persone più deboli e a quelle aree forse “silenziose”, ma non meno bisognevoli di assistenza e sostegno economico.

D: Se potesse prendere sotto braccio Bardi (per il momento virtualmente), cosa gli direbbe?

R: Difficile dirlo senza sapere come andrà a finire. Al momento potrei dirgli «Vito, so che stai passando una brutta nottata, come tutti, ma è perché hai la responsabilità maggiore, come anche i sindaci che stanno facendo un lavoro enorme». Questo per dire che da parte mia c’è s-o-l-i-d-a-r-i-e-t-à (scandisce – ndr): in un momento come questo chi guarda la maglietta che ha Bardi o che ho io è UN FESSO. E non merita di fare politica.

D: Ma lei che è medico, a naso, in cuor suo, cosa pensa? Come vede i prossimi mesi?

R: Se i trend saranno positivi -e se poi non si apriranno nuovi focolai a causa di azioni IRRESPONSABILI- potrà significare che siamo “in discesa”, ma ciò non comporterà un ritorno sconsiderato alle abitudini di prima, o l’andarsi a sdraiare sui prati e a ballarci la tarantella. Dovremo mantenere comunque atteggiamenti molto cauti, pur in un fase di transizione in cui saremo un po’ più liberi; dovremo aspettare ALCUNI MESI, un periodo non certo breve, prima di tornare alla normalità. Normalità che, dal canto suo, si agguanterà solo in presenza di vaccini e di cure.

D: Berlusconi ha fatto una generosa donazione per la causa. Alcuni nostri consiglieri regionali hanno devoluto le loro indennità ai sanitari lucani. R: La beneficenza si fa, ma non si dice? Lei come si regola?

R: I parlamentari del Pd hanno devoluto circa 100mila euro alla Protezione Civile. Io, come gli altri, ho dato mille euro, ma non ho fatto nessuna dichiarazione in merito. E' ridicolo fare le cose per poi dirle.

D: La settimana scorsa abbiamo intervistato Stefano Bisi, il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (l’obbedienza massonica più importante del Paese), che ci ha comunicato che il grande meeting annuale di Rimini, per ovvie ragioni, non si farà. Lei, a quello stesso meeting, prese parte qualche anno fa. Qual è il suo rapporto con la Massoneria?

R: Sì, ma è un fatto storico: a quell’incontro vi fui invitato in qualità di vice presidente del Parlamento Europeo e vi feci un discorso sulle idee europeiste, in cui credo. Detto questo, non ho mai fatto parte –né intendo far parte- della Massoneria. Riconosco nella Storia un ruolo importante e positivo della Massoneria, nel senso democratico, liberale e laico, al netto, però, delle deviazioni che purtroppo ci sono state.

D: Il libro che la rappresenta?

R: Più che altro vorrei citare il libro preferito della mia infanzia, “I Tre Moschettieri”.

D: Il film?

R: Mi piacciono i film di 007, non lo nego.

D: La canzone?

R: “Città Vuota”, brano di Mina che dedicavo alla mia fidanzata (mia attuale moglie) quando eravamo studenti all’Università di Napoli.

D: Ultimissima: si sente di inviare un qualche messaggio o consiglio a suo fratello Marcello?

R: Ma se ci ho parlato qualche ora fa! (ride) Ci sentiamo spesso, ma sul piano delle cose umane. Non gli ho dato mai consigli, poiché è una persona autonoma, anzi, diverse volte ci siamo trovati in disaccordo. La cosa più bella tra noi, a parte l’amore fraterno, è il rispetto delle scelte di ciascuno sul piano politico.