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Il Capodanno Rai si farà a Potenza. Apriti cielo. (Politici e opinionisti di) Matera e Metapontino scendono sul piede di guerra, gridando all’ennesimo “scippo” perpetrato dal capoluogo. Un’opinione di rara onestà intellettuale ce la fornisce tuttavia Giuseppe Calabrese, quarantacinque anni, meglio noto come “Peppone”, ristoratore e attivista sociale potentino che da qualche anno –e proprio grazie all’edizione 2017 del Capodanno Rai, che si tenne in città- è diventato un volto noto televisivo, in forza all’azienda radiotelevisiva del Belpaese.

D: Come giustifica la sua esistenza?

R: Mi piace definirmi un gastronomo, un appassionato di cibo, ma non sono uno chef, anche se mi diletto in cucina ed è una cosa che mi piace molto. Ma in realtà sono un “narratore del cibo”.

D:... lo era anche prima di lavorare in televisione?

R: Certo, anche se il mio percorso formativo è totalmente differente. Dopo il diploma conseguito al Liceo Classico di Potenza, infatti, ho frequentato la facoltà di Giurisprudenza, a Siena. A pochi mesi dalla laurea sono andato a lavorare al CNR, poi ho fatto anche altre esperienze, una delle quali una con l’Agenzia spaziale italiana e un’altra con l’Università di Firenze, tuttavia poco dopo sono rientrato a Potenza.

D: Come è atterrato, dunque, sul pianeta del cibo?

R: In quel mondo ci abito da sempre, anche perché la mia curiosità mi spingeva ad andare alla ricerca di produttori piccolissimi, durante le mie gite fuoriporta.

D: Cioè lei era uno di quelli che va in giro nei paesini, bussa alla porta delle case, chiedendo: “Cos’è quel salame appeso lì?”.

R: Proprio così. Io sono uno di quelli che va alla ricerca di agriturismi piccoli, magari a conduzione familiare, e che si siede per degustare i loro prodotti tipici. L’obiettivo è sempre quello di ricercare la qualità del cibo e valutare se il processo di lavorazione del prodotto viene effettuato nel pieno rispetto delle materie prime.

D: Mi diceva del suo rientro a Potenza.

R: Quando sono tornato, ho lavorato dapprima in un centro fisioterapico di Tolve come amministrativo, poi per un centro che si occupava di disabili gravi, anzi di quella cooperativa sono ancora socio. Lì facevo l’operatore, anche perché ho avuto modo di specializzarmi nella “Terapia del sorriso”. Sono stato inoltre il presidente di Potentialmente Onlus, un’organizzazione che si prefigge da sempre lo scopo dell’inclusione sociale e che cerca di mantenere ben distinti i campi dell’autonomia e dell’assistenza. Poco dopo, e qui torniamo al cibo, ho deciso di aprire un ristorante, anzi sono entrato in società in uno che era già esistente, ossia il Cibò. Piano piano quell’idea iniziale è cresciuta fino a diventare un luogo che considera il cibo non solo come un momento per stare insieme, ma anche come una vera e propria cultura tutta da scoprire.

D:...e proprio all’interno di Cibò, nei giorni del Capodanno Rai, è nato il suo rapporto con l’Azienda…

R: Già, è andata proprio così. Durante le giornate del Capodanno Rai tenutosi a Potenza, Francesca Barra portò da Cibò un signore che non conoscevo. A un certo punto della serata, quel signore rimase solo al tavolo e io, come sono solito fare, andai a sedermici accanto e iniziammo a parlare di cibo e di calcio. Il giorno dopo facemmo un viaggio in auto insieme alla volta di Roma. Durante il tragitto abbiamo cantato, rispettivamente, io tutti i cori del Potenza, lui tutti quelli della Lazio, fino a quando non l’ho accompagnato in Viale Mazzini. Solo dopo qualche tempo ho capito che si trattava del capostruttura del Capodanno Rai. Ho avuto modo di incontrarlo nuovamente, e sempre al mio ristorante: portò con sé quasi tutto l’entourage del Capodanno: Amadeus, Pagnussat, Andrea Rovetta, che è stato il mio regista alla Prova del Cuoco, e Carola Ortuso che è, invece, un’autrice del Capodanno Rai.

D: Da cosa nasce cosa…

R: Finita la parentesi del Capodanno, in Rai c’era l’esigenza di creare un nuovo format all’interno de La Prova del Cuoco e fu proprio Carola Ortuso a segnalare il mio nome al capostruttura Rai, Mellone, per il ruolo di inviato. Poco dopo mi fecero fare un provino alla Endemol, anzi quando mi chiamarono credevo fosse uno scherzo di un mio amico buontempone, tanto è vero che riagganciai più volte la telefonata. Alla terza mi dissero: “Guardi che ci ha dato il suo numero Angelo Mellone, non chiuda!”. Insomma, il provino andò molto bene e poco dopo iniziai la mia esperienza a La Prova del Cuoco per un anno, insieme al regista Rovetta che ha creato un po’ il mio personaggio. L’obiettivo era quello di girare per l’Italia con lo scopo di mettere in luce una delle sue più importanti tradizioni: lo street food. Alla Clerici sono piaciuto molto, tanto è vero che la mia permanenza nel programma aumentò da due a quattro minuti e lo share funzionava.

In seguito ho partecipato come co-conduttore all’edizione di Linea Verde, e per le successive come terzo conduttore insieme agli altri compagni di viaggio.

Quest’anno ho fatto, inoltre, anche Grand Tour con Lorella Cuccarini e Angelo Mellone. Sono andate in onda cinque puntate nel mese di agosto in prima serata.

D: Come ci si sente a diventare improvvisamente, a quarant’anni, un personaggio televisivo? C’è stato un momento in cui ha detto a se stesso “non devo perdere la testa”?

R: Bella domanda. Le mie due grandi fortune sono la mia famiglia d’origine e quella che ho costruito insieme a mia moglie, tuttavia in entrambi i casi si tratta di persone con i piedi ben piantati per terra. Quando rientro a casa, infatti, non si parla mai della mia esperienza televisiva, bensì dei semplici problemi domestici e quotidiani. Alla mia famiglia si aggiunge Potenza, la città nella quale vivo e torno ogni settimana. Per me è motivo di vanto e di orgoglio essere potentino e abitare qui, con i pregi e i difetti che ciò comporta. Sono uno di quei classici potentini che dice: “solo io posso parlare male della mia città”, ma se sono gli altri a farlo mi infervoro, da buon montanaro quale sono. Quando torno a casa non ci sono persone che ti chiedono il selfie o l’autografo. Accade molto di più fuori.

D: Veniamo al Capodanno Rai e alle polemiche sulla scelta di Potenza come location. Le chiedo una risposta onesta, al di là della sua presenza in Rai e del profondo senso di appartenenza verso questa città.

R: Francamente non ci speravo, anche perché i rumors indicavano l’area del Metapontino o di Venosa. Chiaramente ho fatto il tifo per Potenza e in Rai l’ho sempre detto, anche se non credo sia la Rai a gestire queste dinamiche. Sono sicuro, tuttavia, che per la Basilicata forse sarebbe stato giusto farlo nuovamente a Matera, a conclusione di un anno importante per l’intera regione. La mia preoccupazione è che Matera, dopo questa parentesi, possa non aver messo le basi per un seguito, dunque era giusto favorirla anche per questa ragione. Per chiudere il 2019 e per dare un segnale forte pensavo, dunque, che l’evento si tenesse nuovamente a Matera, nella speranza che la città continuasse ad essere il volano per l’intera Regione, specialmente dal punto di vista del turismo.

Fatte queste premesse, le dico che sono felicissimo che il Capodanno Rai 2019 sarà a Potenza, anzi c’è una frase di Finardi che cito spesso: “Può volare solo chi ha sempre una finestra aperta che è pronta ad accogliere chi sa volare e a fargli spiccare il volo”.

Potenza ha un estremo bisogno di questa finestra aperta, di vivere le cose a cuore scalzo e di accogliere le influenze esterne, come accade nel cibo. Potenza e la Basilicata hanno bisogno di crescita.

D: Ci sono stati, secondo lei, degli errori o un qualcosa che in occasione del primo Capodanno Rai a Potenza poteva essere fatta meglio?

R: In Rai mi dicono che è andata benissimo, anche se il freddo è stato un po’ un problema, dunque ci auguriamo che il tempo sia più clemente. Le temperature rigide, infatti, rappresentano una criticità per le ballerine, l’orchestra e gli addetti ai lavori. Dal punto di vista organizzativo mi auguro che il Comune e la Regione offrano un’accoglienza perfetta, cosa che c’è stata effettivamente a Matera, anche perché io stesso ho partecipato. Mi auguro che le Istituzioni locali possano interfacciarsi al meglio con i vertici della Rai, anche perché siamo una comunità dalle relazioni corte e capace di dialogare, dunque se queste qualità vengono messe a frutto diventano un po’ il volano per l’affettività e, a sua volta, l’affettività è sempre il viatico verso la felicità. Se dovessimo riuscire a fare tutto questo, l’accoglienza sarà perfetta, anche perché Potenza non ha niente da invidiare a nessuno.

D: Se dovesse suggerire una cosa da migliorare, specialmente della città, quale sarebbe?

Il Capodanno Rai è una macchina quasi perfetta, quindi sono convinto del fatto che far bene le cose e mostrare agli altri un’organizzazione impeccabile significhi tanto. Ma ciò vale un po’ per tutto. Quindi, guardiamo gli altri come si muovono nell’organizzazione e prendiamo esempio. A Potenza, per dirne una, c’è il Festival delle 100 Scale che è internazionale e che chiunque altro ci invidierebbe, eppure la comunicazione non sembra delle migliori, a mio avviso, pertanto non riesce a decollare. Questo è solo uno dei tanti esempi, ma ne potrei citare altri, tipo quella “meraviglia”, per non dire altro, del Ponte Attrezzato. Approfittiamo pertanto dell’occasione, per osservare chi lavora bene e come lo fa.

D: Se potesse prendere sotto braccio Bardi, cosa gli direbbe?

R: Di provare a sfruttare la risorsa petrolio al meglio, anche perché ormai ce l’abbiamo, magari prendendo esempio da altre nazioni, per provare a capire quale beneficio reale si possa trarre dalle royalties. I collegamenti e le infrastrutture sono determinanti. Io non sono un politico, tuttavia sostengo che il Frecciarossa da Taranto a Milano abbia cambiato almeno in parte le cose.

D: Il libro che la rappresenta?

“La versione di Barney”.

D: Il film?

R: “Braveheart” per l’attaccamento ai valori e alla terra.

D: La canzone?

R: Il brano che citavo, “Amore diverso” di Eugenio Finardi.

D: Tra cent’anni, cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

R: “Appassionato di cibo, morto per fame (a causa della dieta)”.