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Cinquantun anni, già direttore amministrativo alla Fondazione Matera-Basilicata 2019 e prima ancora direttore generale di Apofil (Agenzia Provinciale Orientamento Formazione Istruzione Lavoro), da novembre 2018 Giuseppe Romaniello è direttore generale all’Università degli Studi della Basilicata. Il suo è un organo esecutivo, al quale in pratica viene demandata la realizzazione di tutte le decisioni che vengono prese in Senato e in Consiglio di amministrazione.

D: Cominciamo subito dalle segnalazioni. Pare che le facoltà di Economia e di Chimica dell’Università della Basilicata annoverino un discreto numero di bocciati. Il che è un “disincentivo” a iscriversi. Le risulta?

R: Sulla facoltà di Chimica non sono preparato, anche perché non seguo personalmente la didattica. In merito alla facoltà di Economia, invece, so che nel piano di studi sono inseriti degli esami di matematica estremamente complessi, tuttavia la stessa matematica è alla base dell’economia: se non la sai, c’è poco da fare. Non credo, però, che la difficoltà degli esami sia un ostacolo così forte: al contrario, dovrebbe essere osservato il livello di servizi che l’Unibas offre, come “la vicinanza” agli studenti; ergo, chiederei loro non se sono stati bocciati, bensì se durante il loro percorso hanno ricevuto dei servizi di affiancamento, se sono stati ricevuti dai docenti e qual è stato il loro grado di relazione con loro. Se venissero a mancare tutti questi presupposti, be’ allora è proprio lì che andrebbe ricercato il fallimento dell’università. In ogni dipartimento dell’Unibas abbiamo incaricato un tutor che affianca lo studente quando ha una difficoltà specifica...

D:...aspetti che sono possibili in una università “dai piccoli numeri”…

R:Noi rientriamo nel novero delle università che sono sotto i diecimila iscritti, anzi in questo momento ne abbiamo circa seimila settecento, dunque il nostro è certamente un piccolo ateneo. Una situazione come questa produce degli svantaggi in termini di risorse e dei vantaggi per ciò che concerne i servizi offerti, insomma una contraddizione in termini. Possiamo erogare maggiori servizi per via della “prossimità”, ma, ahimè, non abbiamo i soldi per pagarli.

D: Quindi il rapporto “peer to peer” con gli studenti è un punto di forza?

R:Direi che è IL punto di forza, tanto è vero che in Italia vantiamo il più alto tasso di gradimento dei servizi da parte dei laureandi. Ben il 92% degli iscritti all’Unibas dichiara ad Almalaurea, dunque non certo a noi, che è soddisfatto della qualità della didattica, della vicinanza e dei servizi generali. Il 92% non è certo cosa da poco.

D: Da potentino ritiene che questa sia una città adeguata ad ospitare (nel senso più ampio del termine) gli studenti fuori sede?

R:Io parlerei delle DUE città universitarie. Il campus di Potenza si porta dietro una frattura storica, poiché è posizionato in un luogo che certo non invita ad essere considerato dagli stessi potentini come luogo del sapere. Un po’ come dire che se un luogo non è parte del paesaggio, non lo è nemmeno dell’immaginazione. A Matera, invece, sussiste la condizione opposta, poiché il campus universitario si trova nella parte più alta della città, vicino al Castello. Anche in questo caso, l’università è sempre più periferica rispetto alla vita della città.

D: Come risolvere queste situazioni?

R:Semplice, pianificando dei servizi a sostegno della città universitaria: trasporti e fitti calmierati attraverso accordi con le associazioni di categoria. Se si pratica un affitto ad uno studente a seguito di un accordo condiviso con il Comune, si può beneficiare anche di una fiscalità di favore, come il pagamento ridotto delle tasse comunali, basta definire in partenza tutti i dettagli. Io immagino degli interi quartieri dedicati all’università, ma questo discorso vale sia per Potenza sia per Matera, anzi nel caso della città dei Sassi l’opportunità della Capitale europea della cultura ha causato un aumento sensibile dei fitti che, spesso, gli stessi studenti hanno difficoltà a pagare.

Bisognerebbe sempre tenere in considerazione il cosiddetto public engagement, ossia la responsabilità pubblica dell’Università quale presidio del sapere, dimostrando la voglia di essere il riferimento culturale di un’intera città. La rettrice Sole, il Consiglio di amministrazione e il Senato accademico già si stanno muovendo in questa direzione, talvolta aprendo le porte del campus per ospitare delle iniziative cittadine, a Matera ciò avviene ogni weekend.

D: In diverse occasioni si sente parlare di “baronati” all’interno degli atenei, o della politica che cerca di entrare nei corridoi dell’università. È una descrizione realistica secondo lei?

R:L’Università è molto cambiata dal 2010 ad oggi, e cioè dalla riforma Gelmini in poi. Oggi l’università è iper-valutata e sottoposta ad una serie di indicatori che incidono sia sul ranking sia sull’accesso alle risorse. Il Fondo per il Funzionamento Ordinario viene assegnato sulla base della capacità dell’ateneo di agguantare determinati obiettivi. Una università che vuole reggere in questo contesto, dunque, è chiamata ad abbandonare le vecchie logiche di baronato, se mai ci sono state all’Unibas, per misurarsi in una competizione durissima, dalle regole non sempre condivisibili, almeno secondo la mia visione.

D:...ci faccia un esempio.

R:Il Fondo statale del quale le parlavo poc’anzi viene assegnato in base al numero di iscritti “in corso”: le intenzioni sono certo lodevoli, ma quando le trapiantiamo in un piccolo ateneo del Sud incidono altri fattori, come la presenza di un ateneo in un’area interna, dunque Potenza paga certamente questo scotto, Matera un po’ di meno, anche se subisce la forte concorrenza di Bari che è a due passi. Finanziare in base agli studenti “”in corso” è ottimo, tuttavia questa scelta non tiene conto di due fattori: la qualità delle competenze in ingresso degli studenti e la logica eccessivamente produttivista di questa scelta che guarda ad una platea un po’ troppo parziale. Non posso fare a meno di chiedermi, dunque, se l’Università così intesa sia realmente il presidio del sapere, o una semplice fabbrica di studenti. L’approccio eccessivamente produttivistico non tiene conto, spesso, di logiche un po’ più raffinate.

D: Qual è il livello di preparazione degli studenti che si iscrivono all’Unibas?

R:Subiamo una sorta di pregiudizio in base al quale gli studenti che si iscrivono da noi lo fanno perché non sono nelle condizioni economiche di andare altrove. Nel mainstream non abbiamo degli indici di occupazione successivi alla laurea alti, ma non sono così catastrofici (abbiamo un placement del 62% a tre anni, mentre in Italia è al 69%). La qualità degli studenti è buona rispetto al contesto educativo, tuttavia bisognerebbe girare di più tra i paesi per valutare una ad una le criticità. Il problema è cercare anche di attrarre le eccellenze e sulle triennali un lavoro di questo tipo si può fare.

D: Qual è, secondo lei, un esame che l’Università non ha superato o per il quale ha preso solo diciotto?

R:Bisogna guardare al peggiore degli indicatori che abbiamo in questo momento, vale a dire il numero degli studenti fuori corso, e siamo i primi in Italia insieme a qualche altro ateneo. Bisogna ridefinire l’offerta formativa, specialmente per quei corsi che non sono più attrattivi, fare orientamento in ingresso (il nostro CAOS in questo è d’importanza primaria) e offrire maggiore sostegno durante gli studi per evitare i fuori corso.

D: La domanda da cento milioni: quanto è “realistico” l’avvento della facoltà di Medicina in Basilicata?

R:Chiariamoci: il mero concetto del “proviamoci” non ha molto senso. Se si intende usare la facoltà di Medicina per aumentare il numero degli iscritti, inoltre, non è quella la strategia, anche perché questa facoltà è l’esempio lampante del cosiddetto numero chiuso e, in aggiunta, costa molto. L’attivazione di questo corso di laurea dipende pochissimo dall’Università degli Studi della Basilicata, poiché bisognerebbe concertare intorno a un tavolo i Ministeri, Governo regionale e la stessa Unibas. È necessario, infatti, elaborare uno studio di fattibilità su cosa serve, quali docenti sono richiesti e quale orientamento di specializzazione e di ricerca s’intende portare avanti rispetto al sistema sanitario regionale. La facoltà di Medicina, infatti, unisce il potenziamento dell’università e dello stesso sistema sanitario regionale e questo ruolo diventa cruciale. Se iniziamo a rispondere finalmente a queste domande, possiamo valutare concretamente l’investimento da qui a dodici anni. La risposta tocca alla Rettrice e al Senato accademico, ma a mio avviso si può fare solo se iniziamo a porci le domande giuste.

D: Anche a proposito di una “laurea in idrocarburi” (o qualcosa del genere) si è spesso parlato…

R:..questa è una mia opinione, non dell’Università, tuttavia le dico che siamo già fuori tempo massimo. Progettare corsi di studio significa guardare al futuro, quindi penso all’economia circolare, all’economia della sostenibilità, alle nuove fonti di energia e ai nuovi mercati di sviluppo. Se dovessi suggerire un ambito di investimento, dunque, non guarderei certo agli idrocarburi.

D: Se potesse prendere sotto braccio il governatore Bardi e parlargli in via confidenziale, cosa gli direbbe?

R:Gli direi di pressare, o forse, di costringere l’Università a generare cambiamento, anche perché noi non siamo certo esenti dai difetti. Direi a Bardi di considerare l’Università cruciale per lo sviluppo della regione, chiudere e sottoscrivere finalmente l’accordo triennale e, magari, di imporci di essere più performanti rispetto alle strategie regionali.

D: Il brano che descrive meglio l’Università della Basilicata di oggi?

R:Sono un musicista, suono il sax, quindi scelgo “A love supreme” di John Coltrane.

Si tratta di uno dei brani jazz più venduti e ascoltati, nonostante si basi su sole tre note. Ebbene anche l’Università della Basilicata, se fondata sui tre pilastri della ricerca, della didattica e del public engagement, può realizzare un piccolo capolavoro.