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di Rosa Santarsiero

 

Il prossimo 15 ottobre, a Firenze, si terrà una giornata di studi, riflessioni e approfondimenti sui terremoti e, in particolar modo, sul sisma che, nel 1980, devastò l’Irpinia e la Basilicata.

 

“Imparare dalla tragedia”, è questo il titolo scelto per l’importante incontro tematico che vedrà la partecipazione di esperti di calibro nazionale che hanno operato da protagonisti nelle località colpite dal sisma, offrendo il loro contributo professionale e umano. Tra i relatori spicca il nome del professor Gaetano Fierro, già sindaco della città di Potenza durante gli anni difficili del terremoto e della ricostruzione che, per l’occasione, presenterà al pubblico fiorentino una relazione dal titolo “Ombre e luci sul sisma del 1980 in Irpinia e Basilicata”.

A pochi giorni dal dibattito, il professor Fierro ha rilasciato al nostro settimanale un’interessante intervista, anticipando alcuni tratti salienti della sua stessa relazione.

D: Professor Fierro, il sisma del 1980 rappresenta una ferita non ancora rimarginata per la città di Potenza. All’indomani del sisma, si rese necessario uno stanziamento considerevole di risorse, oltre che una oculata gestione delle stesse.

R: Quasi tremila morti, rovine per decine di migliaia di miliardi di lire, un centinaio di paesi distrutti e circa un milione di senzatetto. Il problema in effetti non erano solo le risorse da stanziare, quanto piuttosto quello di ottimizzarne l’utilizzo rilanciando quella cooperazione tra poteri democratici che aveva già dato i suoi frutti positivi in Friuli e in seguito nella Valtellina. Questa volta però non si trattava solo di ricostruire paesi interamente distrutti dal sisma, ma di cogliere l’occasione storica per dare risposte alla questione meridionale in campo da molti decenni. Dalla Basilicata e dalle zone interne della Campania sul terreno dello sviluppo e da Napoli sul terreno della qualità della vita oltre che, naturalmente, su quello economico.

D: Ne scaturì, dunque, un acceso confronto tra i principali partiti italiani dell’epoca

R: Il dibattito politico si infiammò e, per merito essenzialmente della Democrazia Cristiana e del P. C. I., che governava a quel tempo la città di Napoli, fu messa in piedi la famosa legge 219 che conteneva azioni di tre tipi:

- La ricostruzione delle abitazioni distrutte con il recupero di un rapporto servizi-residenze equilibrato e moderno;

- Gli incentivi finanziari e fiscali per il trasferimento di attività produttive nelle zone interne della Campania ed in Basilicata;

- Un piano di 20 mila alloggi per la città di Napoli afflitta da un indice di affollamento tra i più alti del mondo (10 mila abitanti per Kmq).

Questa triplice azione strutturale era sostenuta da poteri speciali attribuiti ai sindaci e ai presidenti delle giunte regionali e conteneva, sul terreno finanziario, una novità.

La legge indicava alcuni obiettivi (ad esempio 20 mila alloggi) ma, non potendo quantificare in quel momento l’onere finanziario, e non avendo nel bilancio pubblico risorse sufficienti, affidava alle successive finanziarie il compito di stanziare le risorse necessarie anche sulla base di quello che sarebbe stato l’accertamento definitivo dei costi.

Fu così che le forze politiche di maggioranza e di opposizione si obbligarono a finanziare, negli anni successivi, con manovre creative, 1a più grande opera di infrastrutturazione nella storia dell’Unità d’Italia, di alcune zone del Mezzogiorno. Quella triplice azione avviata nella primavera del 1981 finì, nel corso di un decennio, per far decollare altre iniziative non direttamente collegate al terremoto. Lo sviluppo dell’area metropolitana di Roma, Milano e Torino, infatti, era avvenuto con l’utilizzo delle somme accantonate con riserve tecniche dagli enti previdenziali lnps, Inail, Enasarco, Enpam.

D: E in merito alla Campania e alla Basilicata?

R: Quando nel 1988 la Commissione Bilancio preparò un emendamento che obbligava per cinque anni gli enti previdenziali a riservare alle zone della Campania e della Basilicata il 20% dei propri investimenti, le forze politiche furono pronte ad approvarlo. Mille miliardi circa di investimenti immobiliari in quelle due regioni significò molto per lo sviluppo economico e per la vivibilità di quelle popolazioni.

L’opera di infrastrutturazione della Basilicata avvenuta in quegli anni convinse la Fiat di Cesare Romiti a preparare gli investimenti nel polo automobilistico di Melfi. All’epoca l’On. Cirino Pomicino, che era ministro del Bilancio, stipulò con la Fiat un contratto di programma di ben 3 mila miliardi di lire per l’insediamento di Melfi, più un altro contratto di programma per l’indotto delle piccole e medie imprese.

D: Veniamo agli anni in cui lei era sindaco della città e si occupò della sua ricostruzione.

R: Negli anni che seguirono ebbi modo di seguire da vicino, nella mia veste di sindaco della città di Potenza, l’intero processo messo in moto dalla legge 219/81 che, però, divenne operativa nel 1984. In quegli anni ho visto l’impegno fattivo e concreto delle classi dirigenti locali e dei dirigenti nazionali dei partiti eletti in quelle zone, che diedero vita ad una specie di partito trasversale del terremoto, ma ho visto anche crescere l’astio e la contrapposizione politica nei confronti dei risultati che si stavano ottenendo in tema di infrastrutturazione del territorio e di sviluppo industriale.

D:...Poi, però, questo clima fattivo del quale parlava cambiò di colpo.

R: Purtroppo, alla fine degli anni ‘80, tutto cambiò per via di una campagna di odio sostenuta, ironia della sorte, dal giornale di Montanelli e da la Repubblica. Le incertezze politiche e le pressioni scandalistiche della stampa dettero vita alla “Commissione Scalfaro”, che fu la culla dell’odio e del livore e che esplose poi con i fatti del ’92-’93, con il cosiddetto Irpiniagate.

Sotto la spinta di Oscar Luigi Scalfaro, la ricostruzione sismica fu processata e dopo 15 anni assolta, ma intanto i sacrifici fatti ed i buoni risultati ottenuti con la ricostruzione vennero vanificati dai giudizi sommari verso la classe politica meridionale, considerata disonesta e incapace.

Per quanto attiene la ricostruzione dell’edilizia abitativa va ricordato che si formò nella coscienza civile professionale una “nuova cultura dello sviluppo”: prima del novembre ’80 nessuno aveva sentito parlare in termini appropriati dell’adeguamento antisismico con la stessa disinvoltura con cui, a distanza di tempo, si osa oggi trattare argomenti di natura tecnica legati al recupero del patrimonio abitativo.

D: Che tipo di ricostruzione c’è stata a suo parere?

R: Alla luce di quelle esperienze vissute si consolidò una cultura urbanistica che concorse, con il proprio contributo, a un processo di trasformazione soprattutto dei centri storici di molti comuni. Infatti furono riqualificati, in coerenza con il restauro conservativo, tutti gli elementi architettonici ivi preesistenti come i portali, le murature a faccia vista, le mensole dei balconi e dei vani finestra. Vale per tutti l’esempio della città di Potenza che, ancora oggi, ben rappresenta qualitativamente il lavoro fatto. Un discorso a parte merita l’istituzione della Università degli Studi di Basilicata che rappresenta, senza enfasi e retorica, una conquista sociale di notevole spessore, agognata da decenni dalle generazioni lucane. Relativamente alle disfunzioni nel settore industriale va sottolineato che la politica centrale non è stata all’altezza del compito, da Roma vennero quattro o cinque imprese che si divisero la grande torta delle infrastrutture. Un affare di proporzioni immense, peraltro “registrato” dalla Commissione Scalfaro. Ma i lucani, e lo ribadiamo con rabbia e dolore, non parteciparono affatto a quella mega-ripartizione.

D: Nonostante le scriteriate assegnazioni finanziarie, le aree industriali sorsero e sono ancora lì.

R: I veri problemi dell’industrializzazione ricominciano oggi, soprattutto con le non decisioni del Governo attuale per ulteriori aiuti alle zone terremotate e alla loro rinascita. Le aree industriali della Basilicata, oggi, sono soltanto dei poli produttivi a metà, alquanto isolati. Mancano ancora strade, interne ed esterne, alberghi, servizi come sportelli bancari e postali, posti di polizia e trasporti adeguati.

Sulla ricostruzione, come già precedentemente accennato, si è abbattuta l’ombra lunga degli scandali e degli sprechi. La Commissione d’Inchiesta parlamentare sulle aree terremotate, presieduta dall’on. Scalfaro, è stata anche a Potenza, ha concluso i suoi lavori dopo 14 mesi di indagini e approvato tre relazioni che furono successivamente portate in Parlamento. Il lavoro svolto dalla Commissione, comunque, non riuscì a farsi carico della diversità degli interventi previsti da una legge complessa e articolata.

La Commissione, infatti, non fornì tutti gli elementi richiesti, anzi alimentò il sospetto dell’utilizzo improprio delle risorse finanziarie. Ma tutto questo, fortunatamente, è storia passata, e –anche se l’inchiesta era indubbiamente necessaria all’epoca- ha comunque lasciato tante ombre sulla credibilità di una classe dirigente messa alla gogna e strumentalizzata dai giochi nazionali, fatti sulla pelle dei cittadini meridionali.