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Cari Contro-Lettori,

i piccoli comuni lucani, molti dei quali appollaiati (o arroccati) su montagne, cime e o colline, sono in balìa dei capricci del vento (della politica), come giganteschi proto-grattacieli per metà naturali e per metà di fattura umana, sedimentatasi nei secoli.

E così, assai spesso occorre addentrasi in strade malferme e tortuose, inerpicarsi per salite sdrucciolevoli, inoltrarsi in fitte boscaglie alternate a paesaggi desolati, attraversare gallerie semibuie dall’incerto approdo. Ma non stiamo descrivendo la viabilità lucana (che pure…), bensì il complicato “percorso” (a ostacoli) che si dipana per i "meandri" della Regione Basilicata (e degli altri enti apicali), fatta di lunghi corridoi marmorei spesso vuoti, di “curve” a gomito, improvvise e insidiose, di “alture” impraticabili, di pavimenti scivolosi, al termine dei quali, assai spesso, ci sono lunghe ed estenuanti sale di attesa e grigi microfoni e interfoni che intonano metallici “le faremo sapere”.

Cattedrali di ferro e cemento, insomma, in cui spesso alcune voci "dal basso" rimangono inascoltate.

«Eppure noi sindaci dei piccoli comuni siamo il vero “front office” del Lucano», ci spiega il Primo Cittadino di Accettura (provincia di Matera), modulando un triste refrain che hanno già suonato prima di lui, nelle nostre interviste a pranzo, diversi altri suoi colleghi nei piccoli, splendidi, ma inascoltati borghi lucani, cercando di richiamare l’attenzione del governo regionale su problematiche quali lo spopolamento, l’isolamento (geografico, politico e istituzionale), l’esiguità dei fondi messi a disposizione per sbrigare quantomeno l’ordinario, la necessità di finanziare progetti validi per lo sviluppo, a fronte –invece- delle consuete pioggerelle di contributi, buone per tutti e per tutte le stagioni.

Se un anziano di Accettura, come di Terranova di Pollino o di qualche altro comune lucano, per recare a farsi dei banali (e non) esami clinici in città rischia di ritrovarsi perso come un Ulisse di paese in un’antipatica Odissea burocratica, fatta di infrastrutture insufficienti e pericolanti, collegamenti e orari d’azzardo, attese debilitanti, risulta evidente che il tanto sbandierato “vento” del “cambiamento”, se non arriva il prima possibile, rischia di tramutarsi nella solita tramontana che spazza le cime dei borghi lucani, lasciandoli al loro atavico sconforto.

“Tutto cambia finché nulla cambi”, scriveva Tomasi di Lampedusa nel suo “Gattopardo”. I Lucani –quelli dei paesi inclusi- si sono “votati” a un Generale, confidando che non si riveli un Bardo-Pardo. Buona lettura.

Walter De Stradis