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Annualmente la Svimez ci prospetta meritoriamente studi sul Paese e sul Mezzogiorno, evidenziando tendenze inconfutabili e dunque dati alla mano sul sempre più profondo divario tra Nord e Sud nel quadro di una crescita nazionale molto modesta che pone l’Italia tra le regioni meno dinamiche dell’Europa.

Ciò nonostante il vizietto dell’autoreferenzialità investe anche il Settentrione che vanta virtuosità che si fanno fatica a scorgere.

La sua economia è sostanzialmente al palo, nonostante la funzione predatoria da esso esercitata, beneficiando di una spesa storica molto favorevole e di apporti finanziari importanti provenienti dal Mezzogiorno, dovuti alla emigrazione sanitaria e a quella per l’istruzione universitaria che si vanno ad aggiungere al fondamentale quanto storico “regalo” relativo al capitale umano che deriva dall’enorme e tendenziale flusso migratorio che da molti decenni si orienta verso il Nord.

La Basilicata, per fare qualche esempio, ha speso per la mobilità sanitaria nel solo biennio 2016-2017 circa 100 milioni di euro a vantaggio del Centro-Nord e registra annualmente l’esodo di circa duemila suoi giovani, che comportano un regalo in moneta corrente secondo una stima di larga massima di 300 milioni di euro l’anno.

E’ un fatto, certificato continuamente da centri studi nazionali, come l’Istat, Bankitalia, Cgia di Mestre, ragioneria dello Stato, ecc. che le regioni meridionali ricevano meno fondi dallo Stato rispetto al settentrione per i servizi sanitari e quant’altro, valutato in 62 miliardi di euro.

La società meridionale è stritolata da due patologie estrattive: una esterna, a cui abbiamo fatto cenno in precedenza, e una interna dovuta alle istituzioni saprofite, gestite dalle regioni e dal sistema delle autonomie locali che privilegiano le oligarchie che mal governano le risorse attribuite dallo Stato e dalla Ue, considerando l’interesse generale una sorte di optional.

Le anticipazioni del Rapporto Svimez 2019 hanno confermato le tendenze di lungo periodo dell’economia italiana e le loro specificità territoriali, quali il sostanziale ristagno economico, con segnali di recessione a scala nazionale, l’ulteriore allargamento del divario Nord-Sud, la persistenza dei fenomeni migratori multipli dal Mezzogiorno al Centro-Nord, il conseguente spopolamento che investe larghe aree meridionali che sta innescando una deriva demografica che ne sta rendendo problematica qualsiasi prospettiva di futuro.

Come dire, la solita storia: Due Italie, in cui il Sud è in grave stato di sofferenza non solo economico, ma anche sociale e culturale, in senso antropologico, se non altro, che affianca un Nord che da decenni arranca. Pil, Investimenti, consumi, l’occupazione, ossia i fondamentali dell’economia, sono in frenata e colpiscono, quasi dappertutto, le famiglie e le imprese.

Per capire qualcosa di più di tale scenario, occorre connettere la politica, l’economia, la società nel suo insieme. Le correlazioni tra le materie suddette talvolta sono implicite, ma comunque non tali da rendere molto evidenti scopi, cause ed effetti delle scelte che stanno alla base dei fenomeni studiati.

Paolo Sylos Labini ci ha insegnato che l’economia è uno dei lati da cui osservare la società e senza gli altri non solo si perde un pezzo della realtà, ma rimane incompleta anche l’analisi economica che quindi rischia di essere distorta, se non fallace.

Ipotizzare il teorema economico ritenuto palingenetico, non entrando nel merito dell’incrocio tra teoria, storia, interdipendenze settoriali ed interdisciplinari, senso civico, impegno etico e morale, non porta contributi fattivi alla soluzione dei problemi della società.

Questa storia del regionalismo differenziato portato avanti dal trio lombardo-veneto-emiliano ha aspetti paradossali. Quando Renzi nella sua proposta di riforma della Costituzione italiana pose tra i punti più qualificanti la revisione del titolo V, dopo lo sciagurato rilancio delle regioni, portato avanti da Romano Prodi nel 2001 per ingraziarsi i leghisti, nessuno ebbe qualcosa da eccepire, alla luce dell’acclarato fallimento dell’istituto regionale. Bocciato il referendum costituzionale non per contrastarne il merito, ma per affossare Renzi, conservando le corporazioni che si annidano in tutti i gangli del Paese, il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna hanno incredibilmente rilanciato il disegno eversivo da sempre portato avanti dalla Lega Nord, usando lo strumento del regionalismo differenziato che significa più soldi al Nord, non pensando di fare “un tagliando “su quanto realizzato, mirando di fatto a liberarsi degli ultimi vagoni del treno Italia, pensando di agganciarsi in tal modo alle aree più avanzate dell’Europa, dimostrando una ignoranza abissale della storia e della teoria economica e una assoluta mancanza del senso dello Stato e della nazione, mirando di fatto a creare 20 staterelli, ognuno diverso dall’altro, perché non credo che siano tanto ingenui da pensare che le altre regioni se ne stiano con le mani in mano, non richiedendo i vantaggi che il trio suddetto si sogna di acquisire.

Per fortuna i giochi non sono fatti, la partita è tutta aperta. Il Pd che finora con Prodi prima e con Gentiloni poi ha creato le premesse per tale scempio eversivo sta tornando sui suoi passi. Gli stessi grillini sembrano essere sulla strada del rinsavimento, avendo peraltro il grosso della loro forza al Sud.

Certo, non bastano organismi come la Svimez ed uno sparuto gruppo di intellettuali, economisti, giuristi a insistere nell’opporsi a tale secessione strisciante.

E’ l’intera società più illuminata a scala nazione che dovrà mobilitarsi. Il Progetto a trazione leghista ha chiari tratti incostituzionali, oltre che risultare denso di gravi ingiustizie sociali e territoriali. Ma ciò non basta.

La politica in questo momento in Italia non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori. Sovranismi e populismi la stanno condizionando pesantemente, isolando il Paese dal resto dell’Europa, generando una sorta di ircocervo di governo, creando nuove e più disastrate oligarchie, nuove e più ignoranti nuove caste, accumunate da un comune disegno autoritario, spacciato per “governo del cambiamento” misure sempre viste in Italia basate su misure assistenziali al sud e più risorse al Nord, come ben spiega Salvatore Sechi nel suo recente libro “Gialloverdi e camice nere. Di Maio, Salvini e il fascismo”, con la prefazione di Sabino Cassese, che argomenta con grande efficacia la natura illiberale dei due partiti oggi al governo.

Il Mezzogiorno è chiamato a fare la sua parte per (ri)dare una visione unitaria all’Italia che non può non passare che attraverso una nuova classe dirigente che ovviamente non può essere contaminata da Salvini, un personaggio furbo che senza dubbio alcuno non ha alcun interesse per il Mezzogiorno, avendo il suo core business al Nord che si sostanzia proprio nell’autonomia differenziata che già nel lessico è divisiva.

Il Sud deve finalmente fare i conti con i suoi mali e cioè con la criminalità organizzata, il familismo amorale, il clientelismo, lo scarso senso civico, la corruzione, la sfiducia nelle istituzioni che in fondo sono i gravi e finora vincolanti fattori dell’arretratezza meridionale.

Ciò passa per il risveglio della società civile, della borghesia più illuminata, di un diverso protagonismo dei sindacati e del mondo professionale ed intellettuale.

Riusciremo a farlo? Non è facile, ma è l’unica strada per uscire dalla palude in cui ristagna il Mezzogiorno.