gruosso2click.jpg

 

 

 

di Rosa Santarsiero

 

Vito Gruosso, già Senatore della Repubblica dal 1994 al 2006, oltre che segretario della Fiom e segretario generale della Cgil di Basilicata, è anche un autore di saggi dal gusto autobiografico, come “Fermata Ferrosud” del 2011, o “Sono un precario, mi ami lo stesso?” del 2014.

Oggi, a distanza di qualche anno dall’abbandono della vita politica in forma attiva, torna a farsi sentire con una narrazione a metà tra il saggio e il racconto incentrata sui vari governi regionali e su coloro che li hanno presieduti, da Verrastro a Pittella.

“Basilicata & Politica. Chi sale e chi scende nel regionalismo lucano”, questo il titolo dell’ultima fatica letteraria di Gruosso, analizza scientemente i vizi e le virtù del panorama politico lucano, ripercorrendo, al contempo, la storia della Regione.

 

La Basilicata ha più avuto o più dato alla politica?

 

Considerata la situazione nella quale ci troviamo, dopo cinquant’anni di regionalismo, be’, credo di poter affermare che la Basilicata certo HA DATO molto di più al ceto politico. Fino ad oggi, coloro che hanno avuto la possibilità di essere eletti nelle varie istituzioni hanno esercitato un ruolo importante e conquistato una condizione sociale dignitosa. Anche io che sono stato un politico e un dirigente sindacale posso dire di aver ricevuto molto, ma non siamo tutti uguali. C’è chi ha dato alla Regione, specialmente nel passato, e chi si è limitato ad avere un atteggiamento meno impegnato rispetto ai problemi della comunità, essendo più che altro interessato alla gestione del potere. Il sottotitolo del volume, “Chi sale e chi scende nel regionalismo lucano”, mi permette, inoltre, di asserire che la figura più importante è stata quella di Verrastro e che, dopo di lui, è iniziata una parabola discendente, specialmente dal punto di vista dell’autorevolezza.

 

Non per banalizzare, ma se dovesse fare una sorta di “hit-parade” degli otto governatori lucani, quale sarebbe?

 

I diversi governatori che si sono succeduti alla guida della Regione hanno lasciato un’impronta differente. Fino ai primi anni ‘90 c’è stato un impegno istituzionale un po’ più qualificato. Da Verrastro a Boccia, infatti, la Basilicata ha avuto un peso e un ruolo significativo nel rapporto con il Governo centrale e con le politiche europee. In quegli anni, infatti, si poneva l’accento su questioni strategiche, come la programmazione dello sviluppo regionale. C’era la volontà di abbandonare la politica dell’assistenzialismo per puntare ad una migliore utilizzazione delle risorse umane e naturali. Quel fermento, pur essendo rimasto solo su carta, faceva immaginare dei propositi di alto profilo. Allo scadere del governo Boccia e con l’avvento di una nuova classe dirigente, ossia quella della sinistra, sono fiorite nuove aspettative rispetto ai precedenti governi democristiani, tuttavia anche quelle speranze sono state deluse. Il nuovo centro sinistra, infatti, piano piano ha finito per imboccare derive clientelari e affaristiche, facendo fare un passo indietro all’intera regione. Mi vengono in mente le varie indagini di quegli anni come Iena 1 e Iena 2, episodi che hanno fatto sì che anche in Basilicata si parlasse della cosiddetta questione morale.

L’avvento di Bubbico in Regione è un piccolo fatto storico, anche perché un ex comunista che, dopo anni di opposizione, arriva alla guida della Regione non è stata una cosa da poco. Dopo il periodo un po’ grigio di Di Nardo, tutto faceva pensare che con Bubbico ci sarebbe stata una gestione un po’ più forte ed efficiente, tuttavia proprio in quella fase si sono verificate tutte le condizioni per l’affermazione di una visione clientelare. Solo l’episodio di Scanzano Jonico ha dato la possibilità al presidente della Giunta regionale di rilanciare l’immagine della Regione, oltre che la sua, riuscendo a recuperare una certa credibilità.

 

 

Mi dica almeno un errore commesso da ciascuno di loro.

 

Le dico un errore che accomuna tutti gli otto governatori che ho descritto all’interno del mio libro, ossia la precisa volontà di occupare la società civile e di imprigionare il popolo lucano in una logica di favori e di scambio. Tutto ciò ha finito per soffocare la capacità di reazione della stessa società civile e ha fatto sì che, anche di fronte ad un atteggiamento non positivo da parte del dirigente politico, non sia maturata una coscienza civica, poiché c’era il timore che si potesse rimanere esclusi dal cerchio di favoritismi. Con i governi De Filippo e Pittella abbiamo assistito ad un processo involutivo della politica come non si era mai visto prima. Una parte consistente del Consiglio regionale indagata per una forma che potrei definire di “accattonaggio” di scontrini, non è certo una cosa da poco. Eppure, nonostante tutto, la reazione civile è stata morbida, come se si temesse di dover pagare un caro prezzo.

L’esperienza Pittella è stata gestita in modo sbagliato. Sarebbe stato necessario abbandonare il campo e liberare sia l’istituzione sia il partito per poter favorire le indagini da libero cittadino, ossia senza il condizionamento del potere istituzionale e politico. Tutto ciò, invece, non è avvenuto e si è preferito tenere un’intera Regione in ostaggio per sei mesi.

 

Lei è stato un parlamentare di lungo corso, dunque si può considerare questo libro anche come una disamina del suo operato?

 

Già in “Fermata Ferrosud” ho tentato di dimostrare come ci sia stata, all’interno del mio partito di appartenenza, una forte battaglia politica animata dal tentativo di impedire una deriva affaristica alla quale il centro-sinistra, invece, è approdato. Credo di avere i titoli morali per fare un ragionamento di questo tipo, ossia per poter parlare degli altri, anche perché questa battaglia l’ho iniziata in tempi non sospetti. Ovviamente si tratta di uno scontro che ho perso, pertanto ho ritenuto opportuno farmi da parte, poiché non sono mai stato incline ai compromessi. La politica, in fondo, non è il solo strumento con il quale offrire un contributo alla vita pubblica. Questo libro, dunque, lo considero un po’ il prosieguo di quella vicenda.

Socialisti, comunisti e democristiani; quali di questi sono spariti prima -e nel peggiore dei modi- dalla Basilicata?

 

Il primo colpo al sistema partitocratico è stato sferrato dalla Tangentopoli nazionale che ha investito, più degli altri, il partito socialista e il suo leader, Craxi. A seguire, c’è stata la Democrazia Cristiana, anche se in Basilicata il peso della decadenza si è avvertito in maniera minore e, infine, il partito comunista.

 

Chi è il nuovo Emilio Colombo? Il senatore Pepe forse?

 

Assolutamente no. Io ho rispetto di tutti, anche degli avversari, che non ho mai ritenuto nemici. Il paragone con Colombo non è possibile farlo con nessuno di quelli che oggi operano in politica a livello regionale, purtroppo per noi! Come qualcuno prima di me ha detto satiricamente: “siamo passati dai cavalli di razza ai muli da tiro”. Dico ciò a proposito del quadro generale, da fiero avversario di Colombo, ma quando c’è da riconoscere la sua statura intellettuale e culturale sono il primo a farlo.

 

 

Nell’intervista a pranzo ha confessato al nostro direttore che la sua canzone preferita è “Generale”. Cosa ne pensa, dunque, del nostro generale? Se la sente di dare un giudizio rispetto a questi primi mesi del governo Bardi?

 

Mi sembra un po’ prematuro, anche perché potrebbe apparire come un’esternazione pregiudizievole. Dico, però, che mi sembra una classe dirigente piuttosto impreparata, cioè priva di esperienze nelle istituzioni, ma ciò può apparire anche come un elemento di forza, vista la mancanza di legami con situazioni sedimentate capaci di condizionare l’attività. Questa classe dirigente è arrivata all’apice non per merito suo, bensì per demerito degli altri. Credo che debbano lavorare molto per dare dei segnali di discontinuità, anche perché mi sembra che fino ad ora si siano limitati ad affrontare semplicemente le emergenze o il quotidiano, quando ciò che conta è una visione strategica a lungo termine.

 

Queste le opinioni del sen. Gruosso: il dibattito è aperto, a chiunque voglia intervenire o replicare.