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“Rashomon e la ricerca della verità nella storia politica della Basilicata”.

Vito Gruosso, l’ex senatore del centrosinistra nel suo ultimo libro, intitolato ”Basilicata e politica”, in giro sta alimentando discussioni, polemiche, narrazioni parziali da parte dei protagonisti della vita regionale in questi ultimi circa 50 anni, avendo l’autore raccontato le vicende regionali, partendo dalle gente in carne ed ossa che le ha vissute da protagonista: gli otto governatori che si sono avvicendati alla guida della regione, tanti parlamentari, tanti consiglieri regionali, i corpi intermedi (partiti, sindacati, magistratura, informazione, ecc.): in estrema sintesi, ciò che normalmente viene chiamata una classe dirigente.

Nelle disamine incomincia ad emergere qualcosa di simile a Rashomon, il grande film di Kurosawua: ognuno degli interessati cerca di raccontare la sua verità in merito agli accadimenti politici verificatisi in questo lungo lasso di tempo, nell’ottica di riflessioni che riguardano la natura dell’uomo e della sua inclinazione a portare l’acqua al suo mulino, sorvolando talvolta la realtà fattuale per un forte spirito di autoconservazione e autoreferenzialità .

Se la memoria non m’inganna, alcune questioni sollevate da Gruosso mi sembrano alquanto chiare. Cercherò di leggerle, integrandole con le mie esperienze personali, soffermandomi sul ruolo avuto dal Psi in Basilicata.

Partiamo dagli anni ’60. il leader del Psi lucano, Elvio Salvatore, costruisce una nuova classe dirigente del partito, individuando in ogni zona della regione rappresentanze di qualità, tanti giovani da orientare alla politica.

E nel farlo, detta la linea al Psi lucano, basata su un confronto serrato con la Dc, il partito egemone. Come parlamentare affronta uno degli aspetti cruciali su cui si reggeva la Dc, ossia l’alleanza inestricabile tra l’industria edilizia regionale e il ceto politico regionale. Forse qualcuno ricorderà la grande battaglia condotta da Salvatore con Leonardo Sacco il direttore della rivista "Basilicata”, in merito al “sacco” urbanistico di Potenza che molti mal di pancia procurò non solo ai democristiani, ma anche ai notabili socialisti potentini infastiditi da questa, come dire, sortita politica.

Riporta la sua esperienza come componente del Crpe lucano, ossia dell’ente insediato da Pieraccini, il ministro del bilancio e della programmazione, contribuendo fattivamente alla elaborazione di un piano di sviluppo economico regionale molto innovativo che andava ben oltre quello insediato in precedenza da Emilio Colombo, prospettando i famosi itinerari di sviluppo, come assi di penetrazione lungo i fondovalle della Basilicata, ripercorrendo i percorsi seguiti dai greci nell’antichità, superando concettualmente l’idea dell’osso e della polpa di Rossi Doria ed aprendo nuove prospettive alla regione.

Forte di questa esperienza di studio, affida ai socialisti nel frattempo eletti in consiglio regionale e dunque a partire dal 1970, un nuovo metodo di fare politica, quello della programmazione, da inserire in una visione completamente diversa della regione, ossia privilegiando interventi infrastrutturali di portata e valenza meridionale, come l’area industriale di San Nicola di Melfi e l’asta bradanica, come punti di forza tra la Campania e la Puglia, per decentrare, sia pure parzialmente, lo sviluppo delle metropoli costiere.

Metodo e disegno sono miseramente naufragati in 50 anni di governo regionale, con grande rammarico del leader in questione. Si è imposta una nuova razza padrona con la nascita dell’ente Regione che ha cercato di farsi spazio, ricercando ossessivamente il consenso immediato, facendo leva sulla spesa pubblica e su una burocrazia asservita.

I socialisti in questo contesto hanno rinunciato da subito ad una azione riformista, preoccupandosi di tirare a campare.

Si narra di una leggenda socialista secondo la quale dirigenti di primo livello del Psi quando stringevano la mano di Colombo, non se la lavavano per settimane per non perdere ciò che restava dell’odore del superministro democristiano. La metafora sta a significare nella realtà che molti vertici dei socialisti erano piegati a logiche di grande dipendenza e subalternità alla Dc. Tutte cose che riscontriamo anche nei giorni nostri, cambiano i governatori, da Verrastro a Pittella, ma la situazione è la stessa. Il Psi è scomparso e lo è a partire dalla morte di Elvio Salvatore, ossia del suo unico,vero leader.

La svolta avviene nel 1983, quando scoppia lo scandalo della clinica di don Mimi Pittella. La lotta, che è solo di potere, viene avviata ben prima di tale evento dalla nuova dirigenza regionale socialista costituita in massima parte proprio da coloro che L’on. Salvatore aveva fatto emergere dal loro ambito localistico. Da veri “garantisti”, chiedono che Don Mimì non venga ricandidato, per prenderne il posto. In realtà, il disegno è di far fuori lo stesso Elvio Salvatore. Ero presente alla lite furibonda tenutasi presso il Park Hotel di Potenza, allorchè l’on. Salvatore si rese conto che larga parte dei vertici del Psi lucano stava preparando la scissione per confluire nelle liste dei socialdemocratici.

Di fronte alla prospettiva di rieleggere “don Mimì”, esposto com’era a vicende giudiziarie che avrebbero comunque investito il partito a livello nazionale, ed alla perdita, sia pure relativa, di qualche ramo del partito, come sempre succede quando si è in presenza di scissioni (Articolo 1 docet), sempre destinate alla irrilevanza politica, scrisse una lettera a Craxi, invitandolo a trovare una soluzione come dire oggettiva per salvare il salvabile, non candidando gli uscenti, sacrificando dunque se stesso.

Arrivano da Roma Ruffolo e De Cataldo e fu un lavoro a metà, perché il Psi regionale andava commissariato per intero, non avendo il suo gruppo dirigente alcuna innocenza da rivendicare in ordine alla fallimentare politica regionale e Vito Gruosso lo ha raccontato con grande efficacia.

Se la clinica Pittella poteva essere un ulteriore strumento di potere per blindare il feudo di don Mimì, molti dei 15 ospedali pubblici costruiti nella regione hanno assolto lo stesso scopo, con la differenza che Pittella investì risorse proprie ed organizzò la clinica in modo molto efficiente, ricorrendo a specialisti di livello universitario, contrariamente alla Regione che costruì diversi ospedali pubblici con i soldi dei contribuenti, con organizzazioni spesso molto discutibili, per usare un eufemismo.

Ma il fallimento regionale va ben oltre la questione sanità.

La formazione professionale è stata gestita da sempre come ammortizzatore sociale. La forestazione ha realizzato l’ossimoro dei precari-stabili con la complicità dei sindacati. Molte aree del post terremoto dell’’80 sono state scelte, ricorrendo a fattori emotivi che non sono contemplati nella teoria economica.

La classe dominante, compresi i socialisti, non ha mai tirato fuori una idea che sia una, in merito allo sviluppo della regione, ma ha sempre navigato a vista portando alla deriva la Basilicata. Lo spopolamento non è frutto di un destino cinico e baro, ma è causato dalla storica incapacità della politica di fare crescita.

Mai è stata affrontata la questione cruciale della “questione urbana“ , per determinare un contesto ottimale per attrarre investimenti, ma si è preferito distribuire a pioggia i fondi nazionali ed europei con gli esiti che conosciamo, sempre negati tuttavia dai responsabili delle scelte fatte.

La più grave colpa della classe dominante è consistita nell’aver plasmato i lucani, da potenziali cittadini in clienti-sudditi. considerandoli mezzi per il proprio tornaconto e non fini per realizzare se stessi. Kant evidentemente non è mai passato per la Basilicata.

Il capitale umano è stato depotenziato, riservandogli una funzione passiva, in termini di partecipazione politica e democratica e non solo.

Non abbiamo avuto padreterni alla guida della regione, il senatore Gruosso lo spiega bene, ma semplici, mediocri predatori di risorse pubbliche, da distribuire alle clientele elettorali, facendo dell’ente Regione la più efficiente istituzione estrattiva d’Italia.

Per i nostri politici l’ideale è il “basilisco”, raccontato da Lina Wertmuller, ossia colui che aspetta il posto pubblico, il sussidio, un incarico pubblico, facente parte di una piccola borghesia che sopravvive, senza slanci, senza voglia di cambiamento, senza voglia di mettersi in discussione, appiattita acriticamente sul potere esistente che si è fatto modello, quasi un totem da venerare.

In questo scenario, il libro di Gruosso ha il pregio di porre l’attenzione sul passato recente della regione, ritenendolo complementare per fare riflessioni sul futuro.