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In un pamphlet molto originale, intitolato “Basilicata e politica”, Vito Gruosso, un sindacalista e politico di lungo corso, prima segretario della Fiom lucana, poi segretario generale della Cgil di Basilicata ed infine Senatore della Repubblica per tre legislature, ha raccontato la vita politica degli otto presidenti della regione Basilicata che si sono avvicendati nei primi 50 anni di vita regionale.

L’ex senatore ha dovuto fare i conti con la storia del Mezzogiorno e quindi della Basilicata che è storia antica che il secondo dopoguerra ha semplicemente ereditato e che ha visto le oligarchie ed il popolo in un singolare connubio di complicità, all’interno di una società afflitta dalla sindrome di Stoccolma.

L’ente regione Basilicata, per restare al tema scelto da Vito Gruosso, nato come organismo di programmazione, è diventato da subìto una istituzione prettamente amministrativa, con la distribuzione a pioggia delle risorse pubbliche, finalizzata al consenso immediato del potere vigente. Il suo primo presidente era aduso ad applicare il manuale Cencelli anche alla geopolitica, ripartendo rigorosamente i fondi pubblici in base alla ripartizione della popolazione, assegnando 2/3 alla provincia di Potenza ed 1/3 a quella materana, indipendentemente dalle vocazioni economiche dei singoli territori, configurando un ente regione come una istituzione estrattiva di risorse, a favore di una classe dominante, non certo dirigente, tutta ripiegata sulla propria sopravvivenza.

Vito, come pochi altri, tra cui il sottoscritto, ha creduto alla favola del possibile sviluppo socioeconomico lucano, adottando il metodo della programmazione delle risorse territoriali ed economiche, formulando proposte, accompagnate da spunti critici, dando credito ad una classe dirigente ritenuta intenzionata a cambiare positivamente la regione, dovendosi col tempo ed alla luce dei risultati conseguiti ricredere sulla capacità e volontà dei governatori, di tutti peraltro, di voler e saper creare un contesto ottimale per fare crescita.

In questo quadro, non ha potuto non registrare con grande rammarico l’involuzione della qualità e dello spessore, sia dei governatori che di consiglieri regionali, insediatisi nel tempo. Siamo passati da Verrastro, Calice, per fare qualche nome a “questi qua", come direbbe Filippo Ceccarelli, rappresentati da governatori dell’ultimo ventennio (Bubbico, De Filippo, Pittella), ben tratteggiati da Gruosso.

Il Pd, ossia il partito-regione, si è mano a mano personalizzato, anche in Basilicata, con leadership che si sono avvalse di consorterie fidate, leali fino allo sfinimento del partito e della stessa regione.

I socialisti con in testa Elvio Salvatore hanno perso la loro battaglia riformista contro il famigerato modello lucano.

La programmazione, obiettivi pur apprezzabili quali lo sviluppo autosostenibile, la Basilicata verde, sostenuti da Tonio Boccia, erano slogan dietro i quali si tentava, riuscendoci peraltro, di nascondere un sistema di potere che ripeteva logiche assistenziali e clientelari.

In sostanza, la programmazione si è condensata in qualche libro, messo subito in bacheca.

Teorizzare come modello un sistema che ha dato luogo a recessioni di lungo periodo che hanno investito la demografia, l’economia ed il sociale è stata una dissimulazione intellettualmente disonesta della realtà, eppure l’idea è passata, sostenuta da maggioranze bulgare per i cacicchi lucani alle varie elezioni regionali, chiusi nella caverna di Platone, nella quale si è scambiato per realtà una immagine profondante distorta della regione.

Il tale scenario non mancano nel libro in esame critiche feroci anche ai sindacati ed a quel poco che c’è di borghesia produttiva e professionale. Il richiamo alle (ir)rresponsabilità di tali soggetti nell’assicurare una grande complicità all’assetto di potere politico, sottoscrivendo accordi destinati al fallimento, è coraggioso, forte e vale come spunto per leggere l’intero studio.

L’autore evidenzia tali appiattimenti di parti rilevanti dei corpi intermedi, del tutto privi di spirito critico e incapaci di attivare il necessario conflitto con il ceto politico, ossia dei due elementi fondamentali di una democrazia degna di questo nome, facendo tra l’altro emergere le ambiguità ed i modesti risultati conseguiti dalla Magistratura, in merito a vicende giudiziarie alquanto inquietanti, come rimborsopoli o lo scandalo sanità, per restare agli accadimenti più recenti, nei quali è emerso il peggio del peggio del malgoverno regionale, che mai come in queste vicende ha evidenziato l’utilizzo dell’ente regione come strumento per soddisfare ossessioni di potere. Sullo sfondo dell’analisi di Gruosso appaiono le decisioni dei governi nazionali che nelle vicende decisive per la Basilicata, come la Fca ed il petrolio, sono maturate al di sopra della testa della regione, riservando ad essa un ruolo marginale, in termini di contrattazione e negoziazione degli effetti, cui hanno dato luogo.

E siamo all’oggi: per la prima volta abbiamo un governatore politicamente diverso dai precedenti, come risultato della vittoria di nuovi barbari come li definisce Gruosso, a trazione leghista. Bardi al momento è una incognita. Dire che siamo di fronte ad un governo del cambiamento sembra un azzardo. La nuova compagine sta facendo scena muta su tematiche chiaramente antimeridionaliste come il regionalismo differenziato. Inoltre non esprime una visione di reale rinnovamento e discontinuità col passato. Staremo a vedere.