pranzoLAGUARDIA

In molti si chiedono come faccia a essere sempre sul luogo del (mis)fatto, e qualcun altro (ce lo ha confermato lui), a vederlo riprendere e parlare da solo col suo telefonino (per commentare gli eventi più disparati), lo avrà pure preso per matto. Ma Gianluigi Laguardia, 55 anni, espressione da simpatica canaglia e profilo leggermente “bombato”, si è praticamente inventato un modo nuovo di fare informazione (perlomeno qui in Basilicata): l’inchiesta giornalistica realizzata in diretta dal proprio profilo Facebook. In pratica, un hobby realizzato con professionalità (lui è comunque giornalista pubblicista, è spesso ospite in tv come opinionista ed è anche membro del Corecom), che qui da noi vanta già qualche imitatore.


Come giustifica la sua esistenza?
Con l’impegno sociale, volto a trasmettere valori, emozioni… e l’aiuto per gli altri.


Oggi 5 giugno 2018, lei compie venticinque anni di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti, da pubblicista. Lei lavora in banca: poter contare su un altro impiego l’ha aiutata o penalizzata rispetto ad altri colleghi giornalisti?
Certamente mi ha impedito di essere presente h24 laddove c’erano situazioni da raccontare. Ciononostante, non ho mai desistito. Ho iniziato a 16 anni in radio, leggendo i notiziari, mentre tutti gli altri preferivano mettere i dischi. Più tardi, quando già lavoravo in banca, alla pausa pranzo io non andavo a casa, ma a fare il TG presso una tv locale.


Tuttavia, specialmente di questi tempi, poter contare su uno stipendio sicuro la mette in una posizione di tranquillità, consentendole di fare il giornalista sul suo profilo social.
Sicuro, ma sempre con una grande passione e professionalità. Guardi, qui si tratta anche di essere telefonati alle due di notte, per apprendere che c’è stato un incidente mortale a Lavello, arrivare sul posto e magari scoprire che è morta una delle persone a te più care… Oppure c’è la gente che ti chiama da fuori regione, perché ti ha seguito su Facebook e ti incita a continuare il lavoro d’inchiesta che hai fatto sui problemi sociali. Ad esempio, sono tre anni che gli Alcolisti Anonimi, in occasione dei loro meeting nazionali, chiamano me.


Quando e perché ha iniziato a fare queste dirette Facebook?
Non appena il social network ha offerto la possibilità della diretta live in video, ho cominciato a sperimentare l’opportunità di raccontare i fatti di cui mi ritrovavo a essere testimone: la partita di calcio, l’incidente stradale, i lavatori in protesta davanti allo stabilimento. Internet e Facebook sono oggi i veri sistemi di comunicazione sociale. Quale migliore occasione, quindi.


Il suo modo di fare informazione, in proprio, col cellulare di tutti i giorni, senza guadagni, è –piaccia o no- un segno dei tempi.
Infatti non sono in aumento solo i “like”, ma anche le persone che mi scrivono o mi chiamano affinché io racconti di un disservizio, di una strada dissestata, di un marciapiede pericoloso. Quel che mi fa specie è il contrario: tutti i politici hanno Facebook, ma non sembrano “reagire” alle segnalazioni e alle denunce, che sicuramente vedono.


Lei sembra essere uno dei “re dei selfie”, almeno qui in Basilicata. Quanti ne ha fatti?
Più che “selfi e”, io le chiamerei foto fatte con personaggi importanti. L’ultima è col neo presidente del Consiglio, Conte, che sono stato il primo –fra i colleghi lucani- ad avvicinare, e non solo alla Festa del 2 Giugno (quando sono stato l’unico a salire sul palco delle autorità), ma anche giorni prima, dopo le Consultazioni. Ero lì a fare la diretta col mio cellulare; alcuni colleghi romani se la ridevano, chiedendosi cosa diavolo stessi dicendo per tutto il tempo al telefono: in realtà raccontavo alle gente a casa ciò che stava avvenendo all’interno del Parlamento.


E invece i colleghi lucani, quando la vedono arrivare col telefonino, come reagiscono?
Ci sono colleghi che apprezzano… e la cosa mi sta dando un certa gratificazione, perché -si sa- nel nostro mondo c’è anche tanta invidia.


In queste sue dirette non c’è comunque una percentuale di narcisismo?
Ci potrebbe essere una piccola percentuale, ma a cosa può portare? Il “like” in più, o l’amicizia in più, cosa ti porta a fine giornata? Quel che mi appaga davvero è raccontare le storie, a volte veri drammi sociali, di chi mi contatta.


Come giornalista e opinionista (spesso ospite di trasmissioni come “Storie Italiane”, “Storie Vere”, “Estate in Diretta”)- si occupa anche di cronaca nera. Lei ha seguito a lungo i cosiddetti “misteri lucani”: Elisa Claps, Anna Esposito e Giovanni De Blasiis...
Sono tre storie che mi hanno toccato profondamente, e ancora oggi non riesco a capire e non sono sicuro che i passaggi della giustizia siano stati corretti.


Cosa ci raccontano della città?
Il suicidio di Giovanni De Blasiis è strano, poiché è avvenuto subito dopo aver vinto la causa di risarcimento per i danni subiti dalla ingiusta detenzione patita (per la controversa vicenda del Grande Albergo): era l’epoca di Tangentopoli, nel 1992, evidentemente bisognava cominciare ad arrestare delle persone anche in Basilicata, ma se la sono presa con persone perbene, rispetto magari ad altri che avevano combinato più di qualche “marachella”. Ho continuato a vedere Giovanni dopo la detenzione, a volte veniva a casa mia di nascosto, mi invitava a guardare le carte perché era preoccupato per la sua vita e voleva proteggere la sua famiglia. Mi aveva sempre pregato –anche nel suo ultimo libro- di lasciar perdere la politica, perché prima o poi c’è sempre il rischio di finire in qualche guaio. «La Politica non è per le persone perbene», mi diceva. Io non l’ho ascoltato perché ritengo che la politica fatta come la faceva Giovanni De Blasiis, e come la fanno tanti altri, può servire a tenere persone pulite all’interno delle istituzioni, per il buon funzionamento delle stesse. Io stesso a un certo punto sono stato consigliere comunale, ma avevo iniziato da adolescente, crescendo nelle sezioni della DC, seguendo i corsi di formazione politica a Roma, tenuti dai ministri di quell’epoca. Oggi, invece, sulle poltrone vediamo gente che fi no a ieri si è occupata di tutt’altro, assistiamo al decadimento della politica e al fallimento delle istituzioni perché c’è troppa gente impreparata. In Basilicata, l’implosione del sistema ha portato all’elezione di molti parlamentari del M5S, che VIVE sulla rete, ma loro sono i primi a non rispondere ai messaggi: io ci ho provato, segnalando problemi e situazioni di interesse generale, ma niente da fare.


Torniamo ai casi di cronaca lucani: Anna Esposito.

È una vicenda archiviata con troppe ombre. A fronte comunque di una riesumazione del corpo avvenuta dopo 13 anni, dell’evidenza della rottura di quattro costole (palesandosi quindi la possibilità che prima del “suicidio” ci sia stata una forte colluttazione avvenuta all’interno dell’alloggio dove viveva il Commissario), non si può archiviare un’inchiesta perché i tempi sono stati … prescritti. Questo dimostra che la giustizia è talmente farraginosa: il dramma della morte di Anna Esposito è che lei era un Commissario della Polizia di Stato, e la cosa che mi ha fatto più male è che alcuni suoi colleghi mi chiamavano, complimentandosi e incitandomi a continuare nella mia inchiesta, ma a mio avviso c’è stata anche omertà. E adesso c’è un padre che si sta consumando pian piano nella disperazione, consapevole del fatto che la figlia era una ragazza perbene che non si sarebbe mai uccisa, lasciando sole le sue due bambine.


Qual è il libro che la rappresenta?
Il “Cuore” di De Amicis.


La canzone?
“Un mondo migliore” di Vasco Rossi.


Il film?
“Il Miglio Verde”.


Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
«Un reporter senza frontiere». In ultimo mi sia consentito concludere questa intervista con un pensiero speciale a mia madre.