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Dai modi affabili, ma dal tono di voce leggermente declamatorio (deformazione professionale), Antonio Lerra è professore ordinario di Storia moderna nell’Università degli studi della Basilicata, Dipartimento di Scienze Umane, nonché Presidente della Deputazione di Storia Patria per la Lucania. Quest’ultima ha per legge il compito di promuovere gli studi storici relativi alla regione, con l’eventuale collaborazione di altri istituti di immediato interesse nel campo della cultura.


Come giustifica la sua esistenza?
Da sempre, concorrendo al recupero, alla valorizzazione e alla fruibilità, la più larga possibile, di aspetti e momenti identitari del profilo storico della Basilicata, nel più generale ambito del Mezzogiorno.
E cioè?
Cercare di far superare certe “incrostazioni” che sono dietro le percezioni e rappresentazioni della nostra regione. Fuori ci vedono come una terra chiusa, immobile. Addirittura qualcuno ha scritto “senza storia”…
In quest’ottica che “voto” darebbe a Ernesto De Martino e a Carlo Levi?
Bisogna contestualizzare i loro scritti e i loro operati. È stato positivo l’aver portato fuori l’attenzione per questa realtà; tuttavia, quello che è stato scritto e in parte rappresentato, è altro rispetto a quello che questa realtà era davvero. A riguardo, le voglio dire che stiamo per attuare, come Deputazione di Storia Patria, un progetto di grande rilievo che riguarda la percezione tra età moderna e contemporanea.
Nel “Bollettino” della Deputazione che mi ha portato, c’è una prefazione su Rocco Scotellaro, che è forse stereotipato in un’immagine che a noi stessi per primi piace darci, macerandoci nell’immagine “romantica” della Basilicata agricola.
Non appartiene certo al modo di operare sia della Deputazione di Storia Patria sia dell’Università degli Studi di Basilicata: noi siamo impegnati da decenni proprio sulla rilettura di queste rappresentazioni. Nel caso specifico, qualche anno fa abbiamo organizzato a Tricarico una grossa iniziativa all’insegna di Rocco Scotellaro, “intellettuale della modernità”. Per tornare a ciò che dicevamo prima, infatti, la nostra è una realtà che non ha niente da invidiare alle altre. È stata sempre pienamente DENTRO i processi storici più complessi. Il problema è casomai l’approccio alla storia.
Facciamo un passo indietro, facciamo un po’ di storia del professore di storia.
I miei genitori erano braccianti agricoli, tra i più poveri, né pensavano minimamente che il loro bambino potesse andare oltre la frequenza delle locali scuole elementari, date le oggettive condizioni di povertà. Ma, il mio maestro delle elementari, Arturo Arcomano, tra i maestri d’avanguardia, non solo in Basilicata, promotore già da alcuni anni di una delle più rinomate scuole “attive” (introduzione delle tecniche di Celestin Freinet, giornalino prodotto e stampato a scuola, corrispondenza con bimbi di altre scuole in Italia, testi liberi…) e tra i più impegnati nel Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), già dopo qualche anno avrebbe detto a mia madre (che oggi ultranovantenne continua spesso a ricordarlo): “questo bimbo non si deve perdere, deve continuare a studiare”.
Commovente.
Già. Essendo l’ultimo anno delle elementari e in presenza, allora, degli esami di ammissione alla scuola media, inesistente a Roccanova e nei Comuni vicini, fui accompagnato direttamente e gratuitamente dal maestro Arcomano ad Avigliano (ospite, come tanti altri bambini poveri di altri comuni del Potentino, in casa del direttore Andrea Mancusi, che allora era il Direttore Didattico del Circolo di Chiaromonte, dal quale dipendeva la scuola elementare di Roccanova). Sempre il maestro Arturo Arcomano mi accompagnò a ottobre nel Collegio San Nicola a Lagonegro, dove comunque avrei cominciato a frequentare la locale Scuola Media, ma ancora senza alcuna certezza sulla possibilità di poter continuare gli studi, persistendo in famiglia difficili condizioni. Così, durante quelle che per altri erano le Feste natalizie, i miei ricevettero per posta (lettera che conservo), insieme con la comunicazione dei bei voti riportati nel primo trimestre, una insistita sollecitazione «a pagare la prima rata del Collegio, non oltre il mio rientro», dopo le Feste (!). A quel punto, nell’impossibilità oggettiva di pagare la retta, in mancanza della quale avrei dovuto abbandonare il collegio e, quindi, la scuola, dopo tristissimi giorni di discussioni (non senza pianti) sul che fare, mio padre che pur non godeva di buona salute decise di dover emigrare, per consentire a me di proseguire gli studi. E così presto fece (emigrò come manovale in Svizzera), ma carico di una grande voglia di “riscatto” e con progressivo orgoglio, negli anni, per il percorso sempre in crescendo del figlio.
L’insegnamento che bisogna trarre da storie come la sua?
Ho da sempre considerato e considero “il sapere” il capitale più prezioso, quello che rende davvero e pienamente liberi, ancora oggi.
Lei è professore di Storia Moderna. Ma la Basilicata di oggi quanto è davvero “moderna” e quanto è rimasta legata alla Lucania delle foto di Franco Pinna?
Come dicevo, bisogna spazzare il campo dalle letture di immobilismo e chiusura, che sono lontane, rispetto a quella che è stata la storia e il profilo storico di questa realtà.
A chi fanno comodo queste rappresentazioni?
Io penso che siano figlie dell’ignoranza, questo è un dato di fatto. Poi bisogna fare una distinzione con le mitizzazioni romanzate. Si fa tanto per il recupero e la valorizzazione, e poi, si finisce con Castelmezzano rappresentata con il mare alle spalle.
“Mitizzazioni romanzate”… a cosa si riferisce?
Oggi è in atto una specie di revisionismo storico, in parte basato su romanzi, che guarda con nostalgia al periodo borbonico e dà una lettura incruenta e a tratti complottistica sull’Unita d’Italia. Bisogna saper distinguere, quando parliamo di questi argomenti, tra realtà storica e rappresentazione, perché nella rappresentazione subentrano altre esigenze, tra cui conquistare il pubblico e vendere il prodotto. Allora si arriva a letture romanzate che possono avere anche fortuna editoriale, ma che ci allontanano sempre più dalla realtà. Attenzione: più debole è il rapporto con la storia, più debole diventa il senso identitario civile di una comunità. Noi stiamo traversando un periodo troppo preoccupante in questa direzione. Voglio aggiungere un’altra precisazione, di solito si pensa che l’Unità d’Italia sia stata la risultante di una conquista o di qualcosa venuta dall’alto. È una posizione antistorica, in maniera assoluta. L’unità d’Italia è la risultante di un processo voluto anche dal Sud, si trattò comunque di una soluzione mediata tra varie opzioni.
«Una volta fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani».
Anche questa è una cosa che va corretta, perché gli Italiani c’erano già. Era la forma stato-unità che mancava. Altro mito da sfatare assolutamente: nel Mezzogiorno, prima dell’Unità, non c’era affatto il paradiso tanto romanzato.
Quando vede in giro quei manifesti “ribelli” con il volto di Crocco, cosa ne pensa? Qualcosa si può recuperare dallo spirito dei briganti?
Sono persone prive di conoscenza storica. Ogni cosa va contestualizzata. Non si possono leggere eventi di 150 anni fa con gli occhiali e le aspirazioni di oggi. Ripeto, va fatta distinzione tra storia e rappresentazione. Abbiamo una responsabilità, oltre che culturale, anche civile. Vorrei cogliere l’occasione di questa domanda per evidenziare -tenendo conto che siamo alla vigilia del 2019- che noi (non solo come Matera Capitale della Cultura, ma anche come Basilicata e Mezzogiorno d’Italia), saremo sotto i riflettori europei e mondiali. Per cui c’è la necessità di rispettare la realtà rispetto al tipo di messaggio culturale che dobbiamo dare.
A chi diamo la responsabilità di questa incombenza?
Da più di un anno ho avanzato come Deputazione di Storia Patria la necessità, oltre all’uso dell’intelligenza, di istituire un momento di raccordo che io ho chiamato “Stati Generali della Cultura”, e nello stesso tempo di procedere a una distinzione tra quelle che sono attività culturali e quelle che sono derive culturali. Non possiamo mettere tutto sotto lo stesso ombrello, come in un mercato.
E quali sono queste “derive culturali”?
Mi riferisco a iniziative, che sarebbe poco chiamare “pseudo culturali”. Come Deputazione di Storia Patria, ho costituito un coordinamento tra le istituzioni che operano nel campo; in questi giorni abbiamo sottoscritto, a livello di segretariato del Ministero per i Beni Culturali, un comune raccordo su progettualità per interrelazione, proprio a salvaguardia del rigore. È in gioco la rappresentazione che di noi si darà con il 2019.
Da semplice cittadino che va a Matera, che aria respira?
Io noto una preoccupazione, da parte dei livelli istituzionali, solo per il numero dei turisti che arrivano, per le infrastrutture da potenziare, mentre si marginalizza l’attenzione sul dato culturale. E’ grave, alla vigilia del 2019. Io penso di essere stato fra i primi -appena dopo la proclamazione della Città- a parlare di Matera come “baricentro” culturale. C’è lì un profilo “storico” che più di altri ha bisogno di essere valorizzato. Nelle sedi ufficiali e opportune, ho già avuto modo di rappresentare che nel confezionamento dei famosi “pacchetti” culturali, vedo però una marginale attenzione alla dimensione storica. L’ex sindaco Adduce lo sa bene. Il problema generale, però, è che non ci si rivolge adeguatamente ai luoghi designati per la cultura e la scienza. La Deputazione di Storia Patria è uno di questi, come anche l’Unibas. Tuttavia, mi preme dire che con alcuni comuni lucani abbiamo sottoscritto dei proficui protocolli d’intesa, proprio nell’ottica del “rigore” culturale. È una questione fondamentale.
Se potesse prendere Pittella sotto braccio, cosa gli chiederebbe?
Ho già avuto un piacevole incontro con lui: ho ragione di pensare che, nei prossimi mesi, si riuscirà ad andare nella direzione del “rigore culturale”, a cui facevo riferimento. Pittella, ma anche la dirigente dell’ufficio cultura, la dott.ssa Minardi, mi hanno dato rassicurazioni, specie sugli “Stati Generali della Cultura”, ovvero l’unione di Deputazione, Unibas, Istituti di ricerca…
…e “Premi Letterari”?
Mmmm.(Sorride). Mi fa una domanda alla quale, in questo momento, preferirei non… vede, ultimamente, in regione c’è stato un “pullulare”… anche su questo occorrerebbe fare una riflessione …“seria”. Le intelligenze e le professionalità CI SONO, ma andrebbero utilizzate: ma, come forse sa, nei decenni scorsi, fra le varie colonizzazioni, c’è stata anche quella culturale. La rappresentazione di una regione cresce anche in questo modo.
Lì alla “Deputazione” avete tanti testi. Se da lei venisse uno dei tanti giovani “scapocchioni” di cui si parla adesso, da quale libro lo farebbe cominciare?
Dal primo volume della “Storia della Basilicata” che curò il grande Adamesteanu. E poi tutti gli altri.
Il film che la rappresenta?
Più che altro, mi piacciono i documentari.
La canzone?
L’inno nazionale.
Il libro?
La Costituzione Italiana.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
“Persona rigorosa e libera”