pranzoPaterno

Avendo ascoltato i racconti del nonno (medico anche lui) che si spostava per la regione a bordo del somarello, il dottor Rocco Paternò confessa di aver sempre rinunciato a qualsiasi tipo di “piedistallo”, nel relazionarsi col paziente. Da tre anni è Presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Potenza, in odor di rielezione (la sua è una lista unica).

Come giustifica la sua esistenza?
Sull’esempio di mio padre e di mio nonno, entrambi medici. Giunto il momento, mi è venuto spontaneo iscrivermi a Medicina. A questo aggiungerei l’amore per le persone. Qual è il suo ramo?
Medicina interna, specializzato in pneumologia. Entrai in ospedale con i concorsi che si facevano allora, divisi tra area medica e area chirurgica. Entrai nell’area medica e mi misero in Medicina.
Lei è sempre stato al San Carlo?
Sì, sono quasi trent’anni.
E da quanti è presidente dell’Ordine dei medici?
Da tre anni, e il triennio scade a breve. A fine mese si vota.
Qual è il risultato migliore che ritiene di aver conseguito in questi tre anni?
Ho introdotto per la prima volta un corso di Ecografia di base: i giovani medici, nei tre anni in cui si articola il corso di medicina generale, imparano a usare l’ecografo. Perché l’ecografo? E’ un mezzo rapido per fare diagnosi. Siamo stati i primi in Italia, gli altri presidenti addirittura mi hanno chiamato per sapere come avevo fatto.
Il riordino del nostro sistema sanitario, attualmente al vaglio delle commissioni regionali, sta creando molte polemiche. Cosa ne pensa?
Ritengo che ci sia stato poco coinvolgimento dell’ordine dei medici. Ognuno per la sua parte dovrebbe dare un contributo. Che almeno ci sia una discussione! Per esempio, non vedo un minimo di cenno verso i giovani medici, che è uno dei nostri crucci principali. I giovani lucani si laureano fuori e cercano di rimanere fuori, perché qui rimangono poco coinvolti. Entrando nel merito della riforma, io avrei gradito che in Basilicata ci fossero stati quattro o cinque ospedali, ognuno in grado di fare tutto (tranne per la neurochirurgia e la cardiochirurgia che è giusto che stiano in un centro specifico della regione). Non si può assistere al trasferimento continuo di ammalati dalla periferia verso il centro, un po’ di autonomia bisognava lasciarlo, anche dal punto di vista diagnostico. Un ospedale deve essere autonomo -anche con reparti ridotti di numero- per poi, certo, in caso di necessità specifiche o di strumentazioni più particolari, dirigersi al San Carlo.
Torniamo al discorso dei giovani medici che vanno via…
Sì,hanno difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro.
Anche perché ci sono i “baronati”?
No, nessun baronato. Semplicemente, non c’è posto per i giovani. Di recente ci sono stati alcuni concorsi in ospedale: la maggior parte dei medici che hanno partecipato erano di fuori regione, anche se, magari, con un curriculum maggiore ed esperienze maggiori. Anche in merito alle guardie mediche, la metà dei posti è occupata da medici di fuori regione.
Cos’ha fatto l’Ordine dei Medici?
Ho mandato una lettera a tutti i sindaci della provincia, per verificare eventuali “residenze fittizie” delle guardie mediche (per vedere se effettivamente sono residenti di quel paese), ma nessuno mi ha risposto, tranne due. E’necessario anche l’impegno della Regione. Nell’ultimo incontro che ho avuto con Pittella, ho chiesto proprio questo: maggiore collaborazione con l’Ordine. Occorre, per esempio, finanziare borse di studio che non siano ad personam, ma basate su una vera necessità della regione. Mancano dieci cardiochirurghi?Investiamo nei NOSTRI giovani, perché loro hanno voglia di tornare.
Come definirebbe l’assessore regionale alla sanità Franconi?
Poco incidente nelle decisioni. È una brava persona, ma poco incisiva: in sanità penso che bisogna avere il coraggio di cambiare, avere il polso duro e farsi forte a livello nazionale. 600.000 abitanti vanno gestiti in maniera diversa: chi gira i paesi della Lucania, si trova immerso nella povertà da tutti lati. Le persone non accedono più alle cure in ospedale, ticket di qua e ticket di là, persino la classe impiegatizia non si cura più.
Pittella, come medico, è iscritto proprio al suo ordine.
Sì, è un votante. (sorride) Mi auguro che venga a votare come fece l’altra volta. Anche il padre, il senatore Domenico, è un votante.
Il fatto che il presidente della Regione sia un medico, vi porta ad aspettarvi qualcosa in più da lui?
Dobbiamo essere noi a stimolarlo! Non dimentichiamo, che tocca a noi dell’Ordine vigilare affinché i cittadini possano ricevere il meglio dal medico, sia qualitativamente che in termini di educazione e comportamento, cosa che negli ultimi anni è venuta un po’ meno. Ormai gli ammalati sono dei numeri, il rapporto di umanizzazione e il dialogo quasi assenti. Spesso riceviamo lettere con delle lamentele nei confronti di alcuni colleghi.
Da parte di cittadini o anche … di altri medici?
In particolare da parte dei cittadini, qualche volta anche da colleghi. Naturalmente, tutto va verificato, ma questo fa capire qual è il rapporto di conflittualità tra cittadino e medico, ma anche tra medico e medico. Come in tutte le regioni, esistono varie tipologie: medici ospedalieri, medici del territorio… e c’è un enorme conflittualità tra gli uni e gli altri. Non tutti hanno capito, e mi auguro possano capirlo quanto prima, che la nostra forza deve essere l’unità. Unità dei medici significa rappresentare un valore di prestigio nella società, ma sempre a favore dei pazienti.
Lei sta parlando di conflittualità tra medici… a un certo punto sembrava (le vicende sarebbero diverse) che al San Carlo vi aggiraste tutti con un registratore in tasca. Com’è possibile?
E’ possibile perché la stessa conflittualità che c’è tra le diverse classi mediche, c’è anche tra medico e medico nello stesso reparto. Il direttore di struttura complessa dovrebbe creare un rapporto uguale tra i vari medici, ognuno si deve sentire importante per la causa fi nale. Quasi sempre questo non accade.
Allora è colpa di chi dirige il reparto?
Secondo me molto dipende da questo. Insisto: bisogna creare in ogni reparto un team unito, compatto, gratificare tutti alla stessa maniera. Io posso anche essere tuo amico, ma quando si lavora bisogna andare oltre, non è corretto favorire uno piuttosto che un altro.
Dopo tutte le bufere, il clima generale al San Carlo adesso com’è?
Non dei migliori, ancora oggi. Ci vuole tempo, la testa dei medici non la si può cambiare da un giorno all’altro, bisogna costruire per il futuro, darsi degli obiettivi precisi, collaborare con la dirigenza delle varie aziende (ospedali, Asp etc.) per cercare di raggiungere un fine comune. Ripeto, non bisogna fare differenze fra medico e medico. C’è stato un momento in cui ognuno di noi si è in qualche modo sentito escluso dall’attività lavorativa, e questo è un grosso errore. Tutti devono essere contenti di andare al lavoro, contenti di essere sostituiti da un collega. È un fatto piacevole sapere di avere le spalle coperte, avere colleghi che si mettono a disposizione: questo vuol dire che c’è amalgama.
Quanto conta la politica nei corridoi di un ospedale?
La politica, per sua natura, conta molto in sanità (a livello di direttive), ovvio, ma non dovrebbe interferire sulle nomine. Occorre dare spazio ai medici che hanno delle capacità, perché esistono “teste superiori alla norma” a cui è necessario fare spazio.
La politica l’ha mai cercata?
Me lo hanno proposto tante volte, ma ritengo che il mio lavoro oggi si debba svolgere ancora vicino ai pazienti. Tuttavia, ci sono coloro che forse possono dare più aiuto da politici che da medici. Accade però, che il medico eletto poi venga magari messo a occuparsi di forestazione.
Capita però anche il contrario, ossia che a capo della sanità vengano messe persone che non c’entrano nulla.
È vero, ma in quel caso è necessario circondarsi di persone competenti e che ne capiscono. La sanità presumo sia la tomba di qualsiasi assessore o politico; oggi con le ristrettezze economiche che abbiamo, far fronte agli ospedali, all’invecchiamento, e alle cure per tutti è abbastanza difficile.
Torniamo alle guardie mediche, in questi giorni si parla della restituzione delle indennità aggiuntive. Qual è la posizione dell’ordine dei medici?
Solo chi ha fatto le guardie mediche può capire.
Lei le ha fatte?
Si. Le ho fatte all’inizio della mia carriera, e so qual è la vita che fanno i medici di continuità assistenziale. Il giorno che hanno scioperato, ero lì con loro alla Regione per far sentire la vicinanza dell’Ordine. Ho convocato nei giorni successivi una riunione –alla presenza di due avvocati- per cercare di trovare una soluzione a questo problema. Non voglio entrare nel merito, ma penso che si poteva bloccare tutto prima, senza chiedere ai medici la restituzione dei soldi già erogati: i dirigenti regionali di allora avevano infatti firmato un accordo. Adesso si andrà a fare causa, la mia vicinanza verso questo gruppo di colleghi è enorme. Tra l’altro, qualche collega mi ha mandato delle fotografi e –agghiaccianti- dei luoghi in cui svolge la sua attività di guardia medica, per farmi capire in che situazione si trovava. È necessario permettere a questi professionisti di lavorare in un posto dignitoso.
Proprio in questi giorni c’è stato un intervento della CGIL sulle emergenze del San Carlo: tra le prime, la carenza di infermieri e OSS.
Non c’è solo carenza di infermieri, ma anche di medici: consideri che ogni tre medici che vanno in pensione, se ne può assumere solamente uno, per un problema di tipo economico.
Il 25, 26 e 27 novembre si voterà nuovamente, in seconda convocazione, presso il suo Ordine. Lei è una sorta di candidato unico. Quale messaggio vuole lanciare agli iscritti?
Ciò che chiedo a loro è di essere uniti, affinché la nostra parola possa valere. Tenga presente che se prendiamo i consiglieri regionali o i sindaci, almeno la metà sono medici, Mi chiedo come mai noi non abbiamo voce in capitolo quando siamo di fronte ai problemi regionali. Io penso che la politica ha avuto una grande capacità di dividerci e di poterci gestire “personalmente”. Conosco i problemi delle persone e della sanità, perché io sto con i pazienti e sono abituato a starci insieme, che sia un governatore o un contadino per me non fa differenza. Bisogna pensare prima agli altri, e solo poi a se stessi. Questo me l’hanno trasmesso sia mio padre che mio nonno, e io a mia volta lo sto trasmettendo i miei figli.
Dei medici però si dice che guadagnano bene.
Guardi, posso smentirla, io vivo del compenso che ricavo dal lavoro al San Carlo, senza attività esterne. Vivo bene con quello che ho, ma posso dire che ci sono medici che guadagno cinque volte tanto. Anche a me piacerebbe avere il barcone, ma non lo posso avere e me ne faccio una ragione. Vado su quello degli amici (ride). Piuttosto, voglio sottolineare quanto è bello quando giri nei paesi, e ti senti chiamato e riconosciuto dalle persone, che hanno imparato a fidarsi di te.
Lei quindi non si sente il classico “Dottorone”?
Assolutamente no, tutto il contrario. È questa la mia forza maggiore.
Il libro che la rappresenta?
“Quando il medico diventa paziente” di Giangiacomo Schiavi.
Il film?
“Qualcuno volò sul nido del cuculo”.
La canzone?
“Yellow Submarine” dei Beatles.
Tra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
“Medico”.