EDITORIALE1111

Cari Contro-Lettori,

a Bari ancora oggi circola un aneddoto. Erano gli anni 90 del Ventesimo Secolo e Silvio Berlusconi si trovava in città. Il Cavaliere Mascarato cercava di farsi strada nella calca di una folla festante, quando una vecchietta del posto (sicuramente sospinta dalla curiosità e dalle aspettative riscontrabili in quel periodo) riuscì incredibilmente ad avvicinarlo. «Scus’ –attaccò l’intrepida nonnetta di Bari Vecchia, che aveva rapidamente optato per il “tu”- ma je quand ada ave d’ penzion?» («Scusa, ma io quanto devo avere di pensione? »). Big Silvio rimase fulminato da una domanda così diretta e pratica, posta –tra l’altro- in un vernacolo che non gli era familiare. Avendo comunque vagamente inteso il concetto di “pensione”, il Berluska si riprese e sfoderò in calcio d’angolo il suo “sorriso magico” (come il Mandrake di “Febbre da Cavallo”). «Non ti preoccupare – rispose a tutta dentiera- l’avrai anche tu». Al giorno d’oggi, non è dato sapere cosa disse o pensò la vecchietta barese (ma non è diffi cile immaginarlo). In ogni caso, fu un piccolo, ma significativo episodio circa l’“incomunicabilità” che a volte scorre, come corrente elettrica, fra cittadino e governante. Sia chiaro, siffatto “corto circuito” riguarda la politica di destra come quella di sinistra, quella di sotto, come quella di sopra. D’altronde, non potrebbe essere diversamente, in un mondo in cui la vecchietta (di Bari Vecchia, ma anche di Craco, Garaguso, Ferrandina, Avigliano e non ultime Potenza e Matera), volendo saperne di più sulla propria salute, deve districarsi fra termini quali “breast unit”, “cronic care”, “primary care”, “pain killer”, “day hospital”, “audit” etc., utilizzati ad abuntantiam (ci piace infierire) dai nostri politici. Per non parlare di economia, finanza e politica: “Jobs act”, “start up”, “benchmark”, “brand strategy”, “default”, “endorsement” e vai col rock. Si sa, i tempi si evolvono e bisogna stare al passo, e poi, ogni cosa, detta in Inglese, sembra più grande e più importante di quello che è. E quindi un plauso va a tutti quei politici che fanno un uso corretto e consapevole della lingua d’Albione. Peccato che molti di loro non parlino “Italiano”. O “Lucano”.

Walter De Stradis