SummaPranzo

Cinquant’anni il prossimo febbraio, Vito Summa –con un nome e cognome che più “aviglianese” non si può- è un sindaco ormai “storico” di Avigliano. Dipendente regionale (si occupa di Investimenti per l’inclusione sociale del SSR), due anni fa è stato riconfermato primo cittadino con la coalizione “Centrosinistra per Avigliano”.


Come giustifica la sua esistenza?
Cercando di restituire ciò che mi è stato dato, compresi i valori della realtà da cui provengo, legata a una tradizione storica fatta di reazione e insurrezione. Brigantaggio incluso.
Chi è stato un suo padrino politico?
Politicamente io vengo dal socialismo (e quindi dagli inizi con Colangelo), e dall’associazionismo. Oggi, più che di “padrini”, parlerei di valori di riferimento: quelli dell’area riformista in generale, piuttosto che quelli di un’area comunista pura, o moderato-cattolica. Nel mio percorso (Pds- Ds-Pd) ci sono stati alcuni punti di riferimento: Bubbico, Altobello. Ho creduto molto nel Pd come soggetto nuovo in grado di intercettare i bisogni della modernità.
“Ho creduto”.
Oggi non lo so se il Pd stia mantenendo fede a quelle aspettative, che erano di un’intera generazione. C’è il rischio che subisca una metamorfosi: lo stesso però, non vedo alternative che abbiano quella stessa vocazione originaria, e l’idea di “chiudere” quell’esperienza mi spaventa.
Il partito del suo amico Speranza quindi non è un’alternativa?
Quelli come me che vengono dalla sinistra, e sono rimasti nel Pd, guardano con interesse a quel fermento, ma non mi pare un approdo vero, in quanto mi sembra che non vi sia spazio per la rappresentatività. Tuttavia, ripeto, quello che mi preoccupa di più è buttare a mare quel passaggio importante, senza avere una prospettiva alternativa chiara. Ma forse in questo momento non ce l’ha nessuno, e dal canto suo il Pd non può morire con i protagonisti del momento.
Il congresso regionale: si sente di fare un pronostico?
Preferirei fare un auspicio: che non si consumi l’ennesimo scontro interno, tra filiere, senza dare riferimenti chiari su questioni di urgente attualità. Che è ciò che il popolo di sinistra si aspetta. E’ un momento in cui nessuno riesce a costruire visioni e a tramutarle in passioni civili.
La Basilicata è martoriata dallo spopolamento. Com’è la situazione ad Avigliano?
Abbiamo un calo delle nascite che ridurrà sensibilmente la popolazione residente. Ma questo è un discorso attinente alla demografi a, non allo spopolamento. In definiva, il fatto che un giovane lucano possa andare altrove per formarsi e acquisire competenze, lo trovo di per sé positivo. Il problema, quindi, è su quali dimensioni costruiamo il ritorno: si potrebbe puntare sulla crescita e la programmazione attinente all’informatica e alle nuove tecnologie. Il bello è che io posso progettare un sito web innovativo anche standomene a San Severino Lucano. Infi - ne, da popolo “accogliente”, dovremo una volta per tutte diventare popolo che sa anche offrire un’accoglienza turistica.
C’è poi il discorso delle risorge energetiche...
...che sono un’opportunità di cui non possiamo privarci, ma a proposito delle quali deve essere garantito il discorso sicurezza. L’Arpab sta lì per fare da garanzia ai cittadini e quindi non si possono tollerare studi e monitoraggi a fasi alterne. E poi dovremmo lavorare un po’ meglio sulle compensazioni, seguendo i vincoli stabiliti secondo gli accordi originari. Discorso analogo sull’eolico: l’utilizzo di una risorsa, pur necessario, non deve distruggere tutte le altre, come il paesaggio.
Discorso povertà. Ad Avigliano a che punto è l’attivazione del Reddito Minimo d’Inserimento? Come giudica questa misura?
I soggetti interessati attualmente sono 32, ma arriveranno a oltre 40. Il tutto partirà dalla settimana prossima. L’idea di base è buona, ma non dobbiamo pensare che sia la soluzione al problema. La povertà di un nucleo familiare, inoltre, non è data solo dal reddito, ma anche dalla possibilità o meno di accedere a determinate prestazioni, come quelle sanitarie, l’assistenza ai disabili, agli anziani, il diritto allo studio. Tutte cose che dobbiamo garantire.
La Legge sui piccoli comuni: non riguarda Avigliano. Questa cosa la secca un po’, o è d’accordo con i suoi colleghi, quelli interessati dalla misura, che si tratta comunque di briciole?
I servizi essenziali vanno garantiti a tutti i comuni e la legge affronta questa tematica, dà un segnale, ma 100mila euro sono davvero pochi spiccioli. Detto questo, la strada da seguire è quella dell’unione dei comuni, una dimensione che garantisce anche al piccolo municipio il livello di erogazione del grande comune. Se ci pensa, inoltre, noi di Avigliano in pratica siamo la prima “unione dei comuni”: un centro abitato circondato da un’infinità di frazioni, alcune molto popolose, come Lagopesole, Possidente ….
Le giro due segnalazioni contrastanti. Da una parte abbiamo alcune contrade che “si sentono abbandonate” da Avigliano (con Lagopesole che addirittura si sente “una comunità a parte”); dall’altro, ci sono alcuni territori di Ruoti che vorrebbero essere “annessi” al suo Comune.
La nostra è una storia fatta di frazioni, e ciascuna di esse –con le sue tradizioni- è un elemento di ricchezza. Il desiderio di autonomia –che va ascritto a una frangia minoritaria- è ormai anacronistico e tra l’altro inapplicabile a norma di legge. Il nostro Comune, inoltre, su Lagopesole sta investendo moltissimo. L’altra questione: è vero, al di là dei confi ni amministrativi, per ragioni storiche e culturali tutto quel territorio mantiene un forte legame con l’“Aviglianesità”.
Ma alla fi ne che cos’è questa “Aviglianesità”?
Se lo chiede a un Aviglianese, potrebbe ricevere in risposta un atto di presunzione.
E quindi mi ha già risposto.
(Ride). Essere Aviglianesi significa essere testardi, uomini di parola (da noi si dice “la parola è strumento”), avere un legame forte con la famiglia (in cui la a donna ha una funzione matriarcale vera). C’è poi il forte legame con la tradizione: una comunità aviglianese la riconosci subito perché, anche a Milano, fra di loro li senti parlare in dialetto.
Qui a Potenza il termine “cusci” a volte viene usato per dileggiare gli Aviglianesi (nelle solite questioni di campanile). Ma il termine, in sé per sé, non ha un’accezione negativa. Lei si offende se qualcuno la chiama “cuscio”?
Grrr, cercherò di tenermi a freno (risate). In realtà, il bellissimo libro di Vito Fiorellini (“L’ultimo dei Cusci”), ci spiega che si trattava di persone, determinate, lavoratrici, che venivano dalle contrade e che si recavano in città per fare diverse cose. Vede, tra Avigliano e Potenza –io lo dico, ma lei non lo scriva- c’è una dialettica storica forte, che dipende dal fatto che il mio paese, a inizio del secolo scorso, era una realtà forte e assai sviluppata. Inoltre, ma forse uso un termine esagerato, il nostro è un popolo “colonizzatore”: molti Aviglianesi si sono trasferiti a Potenza (e non solo) diventandone i pezzi forti di un contesto dinamico.
Eh, abbiamo avuto un sindaco, di Avigliano!
Non solo lui, ma pensi anche a Verrastro, D’Andrea, Colangelo, Donato Salvatore, Salvatore Margiotta, i vari Coviello (Gerardo e Romualdo)… Ergo, in quell’uso dispregiativo del termine “cuscio” (nel quale, se usato in modo corretto, io mi riconosco tranquillamente), c’è una velatissima (ride) invidia.
Adesso però mi deve dire un difetto degli Aviglianesi.
A volte la loro testardaggine li rende antipatici, e a volte vivono con la testa un po’ troppo rivolta al passato, quel passato fi orente e fervente di artigianato.
A questo proposito alcuni cittadini lamentano che la “Sagra del Baccalà”, abbia perso molto del “senso popolare” del passato, anche perché non si trovano più stand nel corso principale.
La sagra non è –storicamenteuna “fi era” in cui chicchessia possa venire a vendere i propri prodotti (la parmigiana o la pizza), diversi da quelli nostri. Ciò non signifi ca “chiusura”, ma caratterizzare un’offerta, con prodotti di alta qualità e di forte appartenenza locale. Il baccalà per noi Aviglianesi non è solo un piatto, ma un elemento di socializzazione: nel passato si era soliti siglare un accordo o un contratto, col consumo di questo prodotto.
Venendo a una questione più personale, cinque anni fa lei fu al centro di una rovente polemica (che poi si è ripetuta con Pittella). Essendo stato colpito da aneurisma, inizialmente fu ricoverato al San Carlo di Potenza, ma poi fu operato a Firenze. Ce ne vuole parlare?
Per me non è piacevole parlarne, ma lei mi dà comunque la possibilità di fare chiarezza, una volta per tutte. All’epoca furono scritte molte falsità, la vicenda fu strumentalizzata a livello politico. Più di qualcuno meritava una querela. Voglio premettere che le qualità e le professionalità del San Carlo sono tali che meritano di essere sempre difese da eventuali diatribe interne. Ora, venendo alla mia vicenda personale: voglio RINGRAZIARE pubblicamente il dottor Nacci, che inizialmente mi operò al San Carlo. Infatti, dopo quei due tentativi (e di fronte alla rischiosa eventualità di un’ulteriore operazione), furono i sanitari stessi del “San Carlo” a prendere contatti col “Careggi” di Firenze. Mangiafico, che lì ha risolto il mio problema, era stato infatti il professore da cui Nacci aveva appreso determinate tecniche. Di conseguenza, io NON SONO SCAPPATO affatto. I giornali l’hanno descritta come la storia del notabile che –a dispetto dei poveri cittadini- se ne va di corsa in un altro ospedale. Ripeto, io a Nacci devo molto: da grande e scrupoloso professionista, di fronte a una cosa che non si risolveva, ha saputo indicare la persona capace di farlo. E pensi che per questo -ora che è fi nita lo posso dire- ha anche rischiato il posto! Altri, nei suoi panni, per scaricarsi da responsabilità, magari avrebbero operato lo stesso e chi s’è visto s’è visto. Io mi preoccupo molto di un medico che incoscientemente magari ti uccide. E voglio essere ulteriormente chiaro: il san Carlo è la migliore struttura che abbiamo, e sarà sempre la mia prima scelta. Come lo è stata per fatti successivi.
Quindi, quando la storia in pratica si è ripetuta con Pittella (intervento al cuore), lei non ha stigmatizzato.
Assolutamente no, non ci ho trovato nulla di male. Anzi, ritengo che la capacità di un centro debba essere quella di mettersi in rete con gli altri.
Il film che la rappresenta?
“C’era una volta in America”. Mi rappresenta, perché racconta di ragazzi di strada che da adulti si rincontrano e che vivono, a modo loro, un sogno.
Il libro?
“Cent’anni di solitudine”. E’ rimasto dentro di me.
La canzone?
“I migliori anni della nostra vita”, di Renato Zero.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide (o su una eventuale targa in Piazza Gianturco)?
Non è bello suggerire agli altri cosa scrivere di te. Mi piacerebbe, più che altro, che qualcun altro possa sentirsi spinto a restituire anche lui ciò che ha avuto, come ho cercato di fare io.