shakespeare

Un disco? Molto di più. Un libretto? Molto di più. Shakespeare for dreamers è un viaggio. Una metafora, dall’essenza visionaria. Un’occasione per entrare in un sogno. Una raffi nata produzione della Squi(libri) con Lettering originale tratto dal primo InFolio delle opere di Shakespeare pubblicato nel 1623, musica di Nicola Segatta e in collaborazione con Adele Pardi, La Piccola Orchestra Lumière, il Trio Broz, Monika Leskovar e la partecipazione straordinaria di Giovanni Sollima, con le illustrazioni di Ashot Yan. È con Nicola Segatta, il nostro confronto.


Un titolo accattivante. Perché questa scelta?
Ho iniziato con il musicare due testi, tratti da Sogno di una notte di mezza estate. E si è mantenuta intatta la dimensione onirica, quasi felliniana. La stessa registrazione è avvenuta di notte; avevamo la preziosa occasione di farlo nella Filarmonica di Trento, ma non prima delle ore 23.00 e spesso ci siamo trattenuti sino alle 5.00 del mattino! Quanto ai sognatori … c’è una universalità, una fi nestra nella quale ciascuno può liberamente riconoscersi.


Cosa vuol dire a livello emotivo e sotto il profilo professionale, musicare Shakespeare?
Emotivamente, ho avuto occasione di essere vicino al più grande autore di tutti i tempi, quasi migliora la qualità di vita! E questo ha del miracoloso. Ma è pur vero che si tratta di un privilegio effimero, perché non l’ho incontrato nella sostanza; ho tradotto in musica per il regista, Marco Alotto, per il Festival Lingue in scena di Torino, una rassegna che ospita ragazzi da tutta l’Europa che mettono in scena capolavori teatrali nella propria lingua d’origine. Ribadisco che trattando Shakespeare, ogni azione è solo una creazione di una superficie su una opera magnifica e perfetta! A partire da quella occasione, mi sono incuriosito e ho iniziato a ricercare on line proprio le canzoni del poeta inglese, ed è scattata la scintilla! I suoi sono versi meravigliosi, in una straordinaria semplicità: monosillabi, parole essenziali, non preziose se non quando descrivono cose preziose. Si pensi alla canzone “Ariel”, sembra un Haiku moderno sul tema marinaresco, in cui narra della morte come di un delicato mistero. Una metafora assoluta, con parole ritmiche, che rimandano ai Beatles, se vogliamo, più che al melodramma tradizionale. Ecco, questa declinazione di sfumature, lo rende straordinario.


Com’è nato, dunque, il progetto Shakespeare for dreamers?
La ricerca è stata continuativa oltre che certosina e creativa. Pian piano ho raccolto un gruzzolo di canzoni, sebbene la genesi sia definibile lunga, è durata quattro anni. Nel 2013, la registrazione; nel 2014, l’editing e il mix; nel 2015, abbiamo trovato l’editore che volesse sposare la nostra causa; nel 2016 ci siamo dedicati alla grafica e al libretto e quindi a ciò che andava detto e al come andasse detto.


La responsabilità è forte!
Decisamente! Soprattutto quella che comporta il fare cose buone.


Quanto teatro si trova in questo lavoro?
Per il 50%, il teatro è la miniera dalla quale attingo il materiale per le composizioni. Il mio lavoro è improvvisare (al piano e al violoncello) per i tagli di teatro, godendo di un’emozione che mi è trasmessa da grandi talenti dell’Italia e del mondo. Improvviso le melodie e poi le orchestro e do loro forma. D’altronde, cos’è il teatro se non un miracolo (effimero perché si crea e poi svanisce)?!


Che correlazione c’è tra il tempo e lo spazio nel disco?
La musica è una metafora dell’esistenza. Ohrwurm è quello che i tedeschi definirebbero il “vermetto nell’orecchio”, cioè ciò che si fi schietta, che resta impresso nella mente, una magica reiterazione, grazie alla quale ci si ricorda di alcune note. Questo per dire che il tempo è un infinito nella contemporaneità. Ognuno vive il contemporaneo, e tutti viviamo in un prato di tempi. La musica consente di costruire architetture di tempo, in uno spazio che in realtà non conosciamo.