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FOTO: Beppe Porcheddu – dalla serie “Milizia eroica”

Manifesti e cartelloni pubblicitari, disegni per libri e giornali, vignette, fumetti, caricature e anche cartoline e spartiti musicali con le copertine disegnate a colori e insomma tutte quelle forme ed espressioni figurative che compongono il variegato universo dell’illustrazione: è giusto considerarli “minori” nei confronti dell’arte storicizzata, quella per intenderci dei più celebri quadri di grandi interpreti come Chagall e Raffaello?

Secondo alcuni, impedirebbe ai “figurinai” ( la definizione è di uno di loro, Piero Bernardini, altro termine molto usato e ancora più riduttivo è “pupazzettisti!) di elevarsi a superiore dignità artistica proprio la precondizione stessa, specifica di queste attività, di dover rappresentare un soggetto già suggerito e obbligato dalla committenza, dove all’operatore grafi co spetterebbe solo il compito di riempire uno spazio o una pagina, comunque in stretta e limitante dipendenza con quanto già espresso e definito dall’autore letterario o dal progetto pubblicitario, il titolo di una canzone o altro soggetto. Se il problema fosse solo questo, gioverebbe a questo punto tener ben presente come già committenze e cicli preordinati, quindi condizioni preesistenti all’opera del pittore, siano state a fondamento della pur grande arte rinascimentale, dove nei capitolati contrattuali, si precisava persino il colore delle vesti dei santi effigiati e i grammi di polvere o la foglia d’oro delle aureole, presupposti che in una certa misura riducevano anche la creatività dell’artista. E nessuno può dire a quali vette sarebbe approdato Raffaello, slegato dalle fiscali disposizioni della Curia romana e finalmente un po’ al di là della sua pur sublime madonnizzazione della bellezza femminile. E in fondo anche le figure che illustrano un libro esprimono sì un accadimento già raccontato a parole, ma con modalità che possono lievitare anche in modo del tutto diverso e autonomo, così come a un mediocre racconto può accadere, è accaduto, di accedere alle vette del capolavoro, laddove vi stendano sopra le grandi ali registi del calibro di Ejzenstejn e Pudovkin e l’arte nuova del cinema russo, evenienza compiutamente realizzata dal fi lm La Corazzata Potemkin e tanti altri. Da registrare a volte anche la mancata coscienza della propria artisticità tipica di alcuni operatori dell’illustrazione, soprattutto quando questa diventava, non sempre per propria scelta, attività unica o prevalente ed erano costretti a riporre nel cassetto il sogno di appendere un quadro, magari a olio, nel museo della propria città… Quasi come figli di un Dio minore, forse nemmeno i grandissimi Piero Bernardini ed Enrico Sacchetti avrebbero mai potuto immaginare che oggi gli schizzi dal fronte del 15-18 del primo e disegni e modelli pubblicati a Parigi dal secondo, sarebbero sufficienti, da soli, a dare dignità e decoro anche a una istituzione museale esclusiva. Ma all’inizio del secolo erano tempi diversi, non era nemmeno universalmente accettato come non fosse la tecnica adottata o l’uso a cui era destinata a determinare la dignità di una creazione, ma la sua artisticità e il livello qualitativo che riesce ad esprimere e come questo criterio sia valido per tutte le multiformi espressioni dell’arte del disegno. Anche Bepi Vigna, infatti, nella sua introduzione a “Parole in nuvole”, ed. Demos , Cagliari,.2003, conferma a tal proposito questa convinzione diffusa: “....l’illustrazione e la narrativa a fumetti, così come le forme espressive ad esse contigue – la vignetta satirica, la cartellonistica, la grafica pubblicitaria, il disegno animato - erano ancora guardate con sospetto dalla cultura ufficiale e relegate al rango di manifestazioni sottoculturali…” Ma qualcosa sta rapidamente modificando il mondo dell’editoria e della grafi ca artistica: con il Corriere dei piccoli, il primo numero è del 1908, è nato un nuovo genere, che si diffonde in tempi rapidi anche tra i tanti altri giornali specializzati per ragazzi, le storie disegnate che al posto dei fumetti all’interno della scena, ritenuti poco educativi, (fi no a quando si addebiterà ancora al fascismo l’ostracismo al fumetto?) sono rese più esplicite da alcuni versetti in rima, collocati al di sotto del disegno. Alcuni di questi personaggi creati dagli illustratori, cito tra i tanti e per tutti il celeberrimo Signor Bonaventura, di Sto, diventano i beniamini del pubblico infantile e non solo, anche i loro creatori diventano indispensabili nelle strutture redazionali e qualche volta decidono autonomamente di far diventare prevalente questo genere di espressione. E’ il caso di Ennio Zedda, di Macomer, che collaborò con il Corriere dei piccoli, ma anche con il Balilla e la Piccola italiana, ma soprattutto di Giovanni Manca, di Cagliari, che ottenne un successo 0clamoroso con l’Arcivernice di Cloruro de’ Lambicchi, personaggio assai caro ai bambini degli anni venti e trenta. L’Arciverniceera una invenzione magica che aveva facoltà di far diventare reali i personaggi dei libri e dei giornali. E un ricordo personale degli anni quaranta; quando il mio papà si recava in viaggio a Potenza o a Napoli, al ritorno nel mio paesino di Lucania, a Trivigno, mi portava spesso il Corriere di piccoli e il mio personaggio preferito era in realtà un incredibile trio che ne combinava di tutti i colori, Tamarindo, Sor Cipolla e il Marchese, da grande e da appassionato della materia avrei appreso poi che anche questa era una ideazione di Giovanni Manca! E finalmente si cerca di realizzare un’operazione rivoluzionaria di vaste dimensioni, quella di portare la cultura al livello delle masse popolari, quel sapere che nei secoli precedenti era stato dominio delle classi più abbienti, le uniche che potessero accedere agli allora costosissimi libri. Certo, si tratta solo di un’operazione commerciale e industriale, che in realtà non si pone alcun fi ne sociale e di progresso delle masse, ma comunque determina effetti positivi e una maggiore diffusione delle informazioni. Si moltiplicano le iniziative editoriali a basso prezzo, magari a dispense, i periodici illustrati che si occupano di tutto e il disegno assume un ruolo centrale, serve a rendere più evidente qualsiasi informazione o racconto e quindi ogni casa editrice o redazione di giornale ha necessità di assumere bravi disegnatori. Anche gli artisti sardi del gruppo defi nito un po’ impropriamente Secessione sarda, erano quindi dapprima ottimi pittori che si erano dedicati per qualche tempo anche all’attività illustrativa, l’unica forse che poteva consentire da subito un lavoro con un minimo di retribuzione, con la possibilità di mantenersi in continente, dove si recavano ad inseguire il sogno dell’affermazione artistica. Sogno diffi cile da realizzare, allora come nei giorni nostri. Primo Sinopico, Edina Altara, Giovanni Manca, Giuseppe Biasi, Pino e Melkiorre Melis (Beppe Porcheddu è già a Torino, dove è nato, figlio di un ingegnere di Ittiri) e tanti altri varcano il mare di Sardegna e approdano in continente, è il primo passo verso un’autonomia ancora risicata e difficile, in quanto quasi sempre mal pagati, ma era ciò che occorreva loro, in attesa di altre affermazioni. Addirittura il sassarese Mario Mossa De Murtas, convinto da Giuseppe Biasi, abbandona una avviata professione forense per far parte del gruppo di illustratori del Corriere dei piccoli! Alla fi ne trovarono tutti una loro strada almeno dignitosa. E con la stessa professionalità erano pronti a dipingere per la redazione di un giornale o elevarsi alla dignità di opere per abbellire i saloni delle navi di linea internazionale o di cicli pittorici per il palazzi e uffici pubblici, in Sardegna e altrove. E’ questa la cosiddetta Secessione sarda, che non identifica affatto un gruppo omogeneo per identità di vedute o di ideologie, come quella “viennese”, ma artisti che vivendo anche in città e realtà diverse, sempre “esposti” al richiamo ancestrale dell’isola, dove ogni tanto rientravano per periodi più o meno lunghi, seppero portare un contributo prepotente e originale di qualità e modernità (e questo era davvero un patrimonio comune!) alla tradizione figurativa nazionale, ancora appiattita su temi di un realismo uniforme e ripetitivo, lontanissimo dalle avanguardie inglesi e austriache. D’altra parte, anche storicamente il momento era favorevole: la vittoria nella prima guerra mondiale, con il contributo questa volta innegabile e decisivo dei fanti della Brigata Sassari, (non è scritto nei libri di quella storia che si adottano a scuola, ma si giunse persino a travestire interi reggimenti, anche quelli degli “animosi bersaglieri” con le mostrine biancorosse dei sardi perché gli austriaci erano terrorizzati al solo vederle, considerazioni queste che riempiono d’orgoglio chi come me ha avuto il privilegio di indossarle!) aveva portato finalmente alla ribalta e all’ammirazione nazionale, almeno per il lasso di tempo appena successivo alla Grande Guerra , la poco conosciuta Sardegna, era diventata ora una moda cercare notizie e informazioni sull’isola, scoprirne la diversità, la storia, la particolare cultura e i prodotti. E il gruppo degli artisti sardi era favorito anche da un’altra caratteristica quasi genetica, che vuole gli isolani difficili nei rapporti a casa loro, ma fuori dall’isola disponibilissimi a cercarsi, aiutarsi e proteggersi, nella più fedele osservanza al loro motto storico, “Forza paris”! Ma la storia isolana, della sua cultura nei rapporti con quella nazionale e quindi anche di questi artisti è stata e ancora è una e immutabile: sfruttamento da parte del potere centralizzato (il fascismo esalta Grazia Deledda anche perché rappresenta egregiamente il suo ideale di donna e madre) e poi silenzio e “isolitudine”. Accade da decenni e accadrà ancora, fi no a quando i miei amici e colleghi indipendentisti riusciranno a farsi sentire con voce più vigorosa. Come quando il governo savoiardo appena insediato stuprò l’immagine stessa (in realtà fece ben altri danni!) dell’isola estirpando le foreste che la proteggevano, materne, per farne traversine per le nuove strade ferrate, distribuite e vendute ovunque, eccetto che in Sardegna, dove la rete ferroviaria ancora attende una sistemazione! Purtroppo, come sul fronte carsico, dove morirono tanti briganti sardi, insieme a soldati meridionali in nome di una patria mai conosciuta, né prima né dopo la Grande Guerra, i sardi furono ancora sfruttati anche nelle redazioni delle riviste illustrate, dove era necessario contare su pittori e disegnatori capaci, anzi eccezionali, come Beppe Porcheddu e Giuseppe Biasi e ignorati poi del tutto quando si trattava di storicizzare quei valori nelle compilazioni dei manuali di arte continentali, quelli di Argan, quelli a dispense più volte replicati e diffusi della Rizzoli, dove pure hanno trovato posto ed effimera gloria anche tanti “emeriti fessi”.