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Parola ad Antonio G. D’Errico, autore del libro “Per rabbia e per amore. Neapolitan power e dintorni”


Il Neapolitan Power è un genere musicale che a partire dagli anni ’70, o forse ’60, ha condotto non solo a un profondo rinnovamento della musica melodica italiana, ma anche al proliferare di voci straordinarie.
Antonio D’Errico è autore del libro “Per rabbia e per amore. Neapolitan power e dintorni”, edito da Arcana.
In questo libro l’autore racconta undici degli artisti più importanti del movimento, e lo fa rapportandosi ai luoghi in cui dimora e si sviluppa la loro arte. Nei quartieri di Napoli e nelle periferie, ove musicisti come James Senese ed Enzo Gragnaniello creano melodie che sono espressioni dell’anima, in cui si rinnovano i propositi di un cambiamento da realizzare. O di fronte al mare del Golfo di Napoli, metafora di viaggi, incontri e scambi, da cui la voce di Pietra Montecorvino incanta i naviganti, mentre Eugenio Bennato recupera i ritmi e i desideri di rivoluzione della tradizione popolare e li porta in giro per il mondo, da Marsiglia al Marocco, all’America Latina e l’Asia. Peppe Barra, Mimmo Maglionico, Antonio Nicola Bruno, Lino Pariota, Antonio Onorato, Tony Esposito e, infine, Nello Daniele, fratello di Pino, completano il mosaico di una musica e di una città che è sempre eco e tensione di libertà e verità.
Antonio G. D’Errico è intervenuto telefonicamente durante una puntata della trasmissione “I viaggi di Gulliver”, condotta dal direttore De Stradis sulle frequenze di Radio Potenza Centrale, ogni lunedì dalle venti alle ventidue.
d: Perché scrivere un libro sul Neapolitan Power, e secondo lei si tratta di un genere ormai estinto?
r:C’è una polemica in atto intorno a questo movimento. Io prendo spunto proprio dalla definizione anglosassone di questo genere, che oggi assume i tratti di una forza innovativa. Sentiamo tutti il bisogno di allinearci al resto del mondo. Con James Senese e Mario Musella iniziò un reciproco scambio culturale con patrimoni di conoscenze e suoni diversi da quelli prettamente napoletani. Era ed è, dunque, il tempo di qualcosa di nuovo.
d: Senza Mario Musella, il “Nero a metà”, non ci sarebbero stati i vari Mario Biondi, lo stesso Pino Daniele oppure Enzo Avitabile…
r:Mario Musella iniziò un cambiamento necessario nella musica italiana. L’intento del mio libro, infatti, non è solo quello di riscoprire la musica napoletana, bensì di rivitalizzare l’anima di Napoli, dei napoletani e degli artisti che operano in questa città.
d: Un libro utile a scavare nell’animo degli artisti coinvolti, piuttosto che un mezzo adatto a riproporre la semplice intervista pregna di aneddoti…
r: Direi di sì. Io sono originario di Avellino, poi dopo gli studi sono rimasto al Nord. Ho sempre guardato al Sud, o alla stessa Basilicata con gli occhi di chi percepisce questa terra come un posto di miti. Quella umanità che mi ha formato nell’ascolto del mondo ha generato in me una certa curiosità. Curiosità intesa come piacere della scoperta.
d: Enzo Granianiello, in diverse occasioni, ha dichiarato che la sua carriera è stata limitata dall’ascesa di Pino Daniele. È realmente così?
r: Granianiello, così come il resto degli artisti napoletani, ha tanto da esprimere. Ha una grandissima umanità. Faccio un esempio pratico per rispondere a questa domando. Il musicista Lino Patriota mi raccontò che, dopo il successo di Pino Daniele, tutti i musicisti e gli artisti napoletani incontravano difficoltà a proporre i loro lavori a Milano.
Pino Daniele, con la sua arte gentile e universale, ha sbarrato involontariamente la strada a molti colleghi.
d: Parliamo delle giovani leve della musica napoletana, gli eredi di Pino Daniele potrebbero essere i rapper come Clementino e Rocco Hunt?
r: I quartieri di Napoli rappresentano una speranza per l’intera umanità, oltre che degli artisti. Quindi, perché no. Ognuno vuole esprimere qualcosa, indipendentemente dalle modalità. Questo è un concetto valido universalmente.
Se vuole il mio parere, invece, direi che i rapper napoletani si salvano perché comunicano una precisa condizione, gli altri si limitano a pronunciare frasi a ritmo sostenuto. Quella non è musica, bensì una semplice forma di spettacolo.