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Il territorio che non è una entità astratta o neutra, ma una risorsa che si sovrappone allo sviluppo economico, condizionandone le diverse fasi evolutive . Questo in teoria.

Nella pratica, se gli interventi sul territorio non sono frutto di un disegno e di una coerente strategia, ma seguono logiche localistiche, danno luogo ad un assetto territoriale distorto che non utilizza in modo efficace le risorse.

Da sempre, ma con maggiori responsabilità negli ultimi 50 anni, ossia con la nascita dell’ente Regione, non si è potuto disporre di un piano di assetto del territorio, ovvero dello strumento fondamentale con cui negoziare con lo Stato e con le imprese, la loro localizzazione, in nome di un interesse generarle.

Il piano delle acque, nella triplice destinazione agricola, industriale e civile, è stato gestito con tempi ed opere da realizzare, in assenza di una strategia; il completamento dello schema irriguo Basento-Bradano è in mente dei.

Le decisioni industriali hanno riguardato alla grande le esigenze prevalenti delle multinazionali dell’energia e del manifatturiero che hanno avuto inquietanti risvolti coloniali, arrivando talvolta ad accuse di disastro ambientale in corso di giudizio. Non sorprende che la Regione Basilicata non abbia sostanzialmente messo becco nella decisione del Cipe relativa all’insediamento del centro nucleare della Trisaia di Rotondella, che investe una delle aree più strategiche del possibile turismo Metapontino, né che non abbia riflettuto abbastanza sulla scelta delle aree industriali improbabili del post-terremoto.

I fallimenti della Liquichimica di Tito e dell’estrazione del gas in val Basento, con connessi processi di inquinamento ambientale che attendono la necessaria opera di bonifica, sono sotto gli occhi di tutti.

Gli investimenti turistici, soprattutto nel Metapontino, hanno replicato una offerta basata su esercizi ricettivi classici dei “villaggi chiusi” che Marc Augè, definirebbe non-luoghi.

Il turismo del Metpontino merita un approfondimento, perché riassume plasticamente l’incapacità della classe dominante di fare sviluppo, pur avendo una straordinaria risorsa territoriale, disponibile in condizioni ottimali. La costa ionica lucana è prevalentemente pubblica e quindi meno esposta alla speculazione privata, ed è ancora in buona parte sostanzialmente, due fattori che potevano e possono tuttora replicare il modello romagnolo che consiste nel rendere in massima parte protagonisti della valorizzazione turistica la impresa regionale e locale, in connessione con le altre attività economiche (agricoltura ed artigianato, in particolare), facendo rimanere in loco per essere reinvestiti i profitti ottenibili. Sappiamo come tutto questo sia andato a finire, con le code scandalistiche che stanno investendo anche la costa di Maratea. Irrisolto è il tema della conciliazione tra il Parco nazionale della Val d ‘Agri e del Lagonegrese e le estrazioni del petrolio nell’area medesima.

Molte politiche territoriali, non sono mai state affrontate con la dovuta attenzione nel fare i conti con la scarsità di popolazione che indubbiamente pone limiti e vincoli agli interventi da progettare, in termini di alternative d’uso delle risorse, di effettiva utilità delle opere,dei loro tempi di esecuzione e della utenza da servire. Caso di scuola è la viabilità a scorrimento veloce: solo tra qualche giorno sarà inaugurata dopo circa 40 anni il collegamento del Marmo-Melandro con Pescopagano, la Bradanica è ancora più indietro nel suo completamento, la Potenza- Melfi è diventata una strada molto pericolosa , a causa degli innumerevoli cantieri di ammodernamento, sulla cui necessità occorrerebbe discutere, la Basentana subisce periodiche interruzioni che definire imbarazzanti è poco.

Sugli aeroporti meglio stendere un velo pietoso: si è avviata la costruzione di quello di Potenza, accorgendosi, a lavori in corso, che non aveva i requisiti tecnici e gestionali per funzionare (a proposito c’è qualche responsabile che ha pagato le spese di questo obbrobrio?), quello di Pisticci continua periodicamente a riproporsi, dimenticando che aeroporti di regioni limitrofe (Foggia e Pontecagnano), pur servendo una popolazione molto più grande, non riescono a decollare.

Meno male che si è scongiurata l’idea peregrina di costruire una autostrada da Pecorone (Lauria), già il nome chiarisce tutto, all’Ofanto, ignorando che il flusso commerciale affidato a tali strutture nel Mezzogiorno si verifica lungo la costa (anche in questo caso, chi paga le spese per la prima progettazione?).

La più grande azienda meridionale, la Fca di Melfi, non è stata servita da un ragionevole pendolarismo. Si è concepito un” piano casa”, a servizio dei dipendenti dello stabilimento e del suo indotto, circoscrivendolo in una isocrona di percorrenza di 50 minuti, disponendo dei relativi finanziamenti e dell’assistenza tecnica ai comuni interessati, affidandola all’Inu. Ma la lodevole iniziativa che avrebbe avviato un essenziale processo di rafforzamento urbano, superando, sia pure parzialmente, l’attuale trama urbana molto debole, che rappresenta uno degli ostacoli più gravi del mancato sviluppo, è stata subito accantonata, grazie anche alla ignavia dei comuni interessati al progetto.

Il paesaggio lucano, nel perdere la sua staticità, la sua storica immobilità, sconvolto soltanto dalle periodiche catastrofi naturali, sta diventando storia, in dipendenza di grandi interventi dell’uomo, stando in balia delle lobbies pubbliche e private che ne hanno compromesso non poco l’immagine complessiva, facendo perdere di vista l’economia dei luoghi, come dire, le sue radici storiche, prospettandoci un futuro in cui forse ci sentiamo estranei, non avendo contribuito a determinarlo. Come dire, siamo in presenza di una storia contemporanea con tratti di futuribile che ci sfuggono.

La Basilicata green, annunciata dal mio amico Tonio Boccia è rimasta, purtroppo, sulla carta: in realtà, con il petrolio e l’eolico selvaggio, abbiamo avuto il più grande scempio ambientale regionale di tutti i tempi.

In questo scenario parlare di sostenibilità ambientale, come fanno spudoratamente molti politici, per esempio i vari Polese, chiedendo le dimissioni della attuale Giunta regionale, dopo aver dormito per lunghi anni quando occupavano le stesse poltrone del Palazzo, è sconcertante.

In conclusione, stando ai fatti, ben documentati dalle statistiche economico-territoriali, si può serenamente affermare che non si è fatto né sviluppo economico, né ordinato assetto territoriale.

L’attuale paesaggio, depredato, saccheggiato, è l’effetto del malgoverno di una classe dominante, che ci ha lasciato un territorio molto peggiore di come lo ha trovato, un regalo alle nuove generazioni che fa il paio col debito pubblico di stampo nazionale.

Non si è fatta finora la prima cosa da fare e cioè mettere in sicurezza un territorio tra i più disastrati del Paese, seguendo i suggerimenti dei grandi meridionalisti Nitti, Fortunato, Rossi Doria.

Oggi il tema della resilienza regionale lo stanno riproponendo numerosi professionisti e enti operativi come il gruppo lucano della protezione civile, ma la classe dominante insegue progetti velleitari come l’internazionalizzazione dell’economia e industria 4.0, che sono due percorsi del tutto fuori della realtà lucana.

Per fortuna tale platea di soggetti non demorde, sta attivando un dialogo con i produttori e i lavorativi che mi auguro che possa dare risultati positivi, basati su investimenti e non spesa corrente, per fare crescita, provando in tal modo a seguire l’unica strada possibile per salvare la Baslicata.