vignola_de_strad.jpg

 

 

di Walter De Stradis

 

E’ tanto geniale quanto modesto, tanto osannato e richiesto all’estero (Europa, Americhe e Oriente), quanto schivo e silenzioso: Danilo Vignola, giovane musicista (ma è anche un apprezzato illustratore) originario di Genzano di Lucania,

si è costruito una fama di interprete mondiale di “musica etnica” (tanto per dare una definizione a tutti i costi) senza l’aiuto di nessuno (peccato non poter dire lo stesso per alcune altre nostre realtà) e sull’onda di un’intuizione geniale: suonare uno strumento “hawaiano” come l’ukulele (spesso accompagnato dal grande percussionista tolvese Giò Di Donna), per poi trasformarlo in un “lukanolele” –come lo chiama lui- cavalcando un’onda anomala sonora, con effluvi della tradizione lucana, mischiati a quelli provenienti delle parti più disparate del Mondo.  

Quando lo incontriamo a Potenza, è di ritorno da una prestigiosa kermesse in Canada, in cui era l’ospite più atteso.

D: Come giustifica la sua esistenza?

R: Mi sento un pioniere, un antidoto al provincialismo.

D: Lei è probabilmente il musicista lucano più richiesto all’estero (artisti pop come Arisa a parte). Pur suonando uno strumento particolare ed esotico, l’ukulele, lei è anche noto per essere un divulgatore del folk e della cultura lucana. Come si conciliano le due cose?

R: Ho trovato nell’ukulele il mezzo perfetto, la sintesi efficace di gran parte dei miei studi antropologici ed etno-musicologici che feci durante il periodo universitario. Perché suonarci musica hawaiana come tutti quando posso rendere questo strumento un potentissimo mezzo di diffusione culturale? E’ questo il futuro, le avanguardie artistiche stanno muovendosi tutte in questo senso: raccontare i mondi attraverso il mondo.

D: Le chiedo di commentare una frase di Lucio Tufano: «Il Folk, la vaga leggenda cantata di credenze antiche e di riti pagani, è l’unica testimonianza della vecchia sapienza contadina. Non ci hanno raccontato molto gli storici, né i poeti hanno scritto di tutta la fiaba lucana».

R: Associare il folk o la musica etnica esclusivamente alla tradizione o alla testimonianza contadina o zingara lo trovo profondamente sbagliato. E’ un’immagine questa da sdoganare. Maestri della musica colta, da Brahms a Liszt, hanno inserito melodie popolari nelle proprie composizioni per farle rientrare nel proprio campo creativo. Grandi virtuosi utilizzano tecniche e stili di matrice popolare per ampliare il proprio linguaggio jazz. Per non parlare della musica elettronica, una fusione compositiva davvero vincente. Dunque la visione etnica, specie quella strumentale, è in continua evoluzione, un ibrido sonoro e compositivo sempre meno accostabile alla tradizione del patrimonio contadino.

D: Che immagine “proiettano” all’estero i Lucani, in questo momento di visibilità internazionale? C’è qualcosa in particolare che le chiede o le dice la gente che incontra?

R: Purtroppo la Basilicata fuori non la conosce nessuno, e non mi riferisco all’America o alla Cina, ma neanche in Europa, nonostante il fenomeno Matera 2019. Di contro però, nei miei tantissimi giri ho incontrato molti Lucani emigrati (sebbene molto meno nell’ultimo anno). La maggior parte di loro mi ha confessato che ha una gran voglia di ritornare, ma non lo fa per timore del giudizio dei compaesani, di “non avercela fatta”. La grande malattia di questa regione è il “provincialismo” di chi resta. Il limite sono quelli rinchiusi nei paesini lucani, che vivono ogni giorno gli stessi posti e hanno la supponenza di conoscere il mondo, di poter giudicare le scelte altrui. Questa forma di ignoranza è la grande fortuna di chi specula sul nostro territorio.

D: Un mito da sfatare sulla cultura e sulla musica tradizionale lucana.

R: E’ che i miti e le leggende sono ancora da scrivere.

D: Lei è anche antropologo. A volte ci sono polemiche su come viene “dipinta” la nostra regione in alcuni film girati qui, anche col sostegno della Film Commission locale. C’è chi ritiene che il “levismo” o il “demartinismo” siano pesanti eredità di cui non ci si riesce a liberare. Altri, al contrario, li ritengono valori inestimabili. Lei cosa ne pensa?

R: Quello del cinema sembra essere il settore più attivo e vincente qui in Lucania. È un campo che non mi sento di giudicare perché lo ignoro totalmente. Per quanto riguarda il resto, sono due attitudini profondamente diverse. De Martino ha scritto pagine giuste sullo studio antropologico e il valore della ricerca sul campo, con la consapevolezza di testimoniare un mondo che andava scomparendo. Un “mondo magico” nella sua ritualità… Carlo Levi sì, liberarcene credo sia meglio: un diario autobiografico non può essere eredità di un popolo.

D: Matera 2019 ha dato quel che ci si aspettava all’ambiente culturale e musicale lucano? Oppure magari ne hanno beneficiato i “soliti noti” locali o, peggio, i “soliti ignoti” che vengono da fuori, sull’onda della nostra inguaribile “esterofilia”?

R: Sono curioso di vedere cosa resterà. Con la scusa della “visibilità” al Lucano non hanno dato un centesimo. Le grandi produzioni estere (soprattutto cinematografiche) che hanno dilapidato le casse europee per Matera 2019 andranno a fare il loro mestiere nella prossima capitale della cultura europea. Tutto questo fumo negli occhi andrà dissolvendosi sulle aberrazioni ambientali che ci stanno ammalando.

D: Tempo fa l’ex consigliere regionale Lacorazza aveva annunciato il progetto di un “Parco Regionale della Musica” (una sorta di versione musicale della Film Commission). Col cambio di Governo regionale non se n’è saputo più nulla. Secondo lei è un progetto da riprendere?

R: Ricordo bene e, come scrissi all’epoca: “Perché investire per portare musica in Basilicata dove non esisterebbe pubblico perché completamente spopolata, quando si potrebbe investire per esportare l’arte lucana nel mondo?”. Su Lucania Film Commission m’è parso d’aver letto cose non proprio edificanti, perché imitarla?

D: Una grande “Notte della Tarantella” in Basilicata, intesa come maxi contenitore culturale e forte attrattiva turistica: è giusto pensare a qualcosa del genere sulla falsariga di quanto succede in Salento con la Notte della Taranta?

E se sì, quale “location” reputerebbe adatta nella nostra regione?

R: “L’imitazione è una grande limitazione” ora che comincia a perdere colpi anche Melpignano… no; preferirei qualcosa di alternativo.

D: Lei scrive e disegna, a volte anche con soggetti e colte tematiche “iniziatiche” o “esoteriche” di cui, evidentemente, è studioso. Ha mai approfondito il discorso Massoneria in Basilicata e le sue influenze?

R: Beh sì ! La carica esoterica di un messaggio subliminale ti fa sentire un po’ come i pittori surrealisti o astrattisti, nonostante affronti un tema con tecnica decisamente realista. Il mio rapporto spesso si limita a un punto di vista grafico, pittorico se vogliamo, atti a raccontare alcune “verità nascoste” secondo alcuni eletti. La Basilicata ha dei risvolti davvero affascinanti specie legati a “Hugues de Payns” (primo maestro dell’Ordine dei Cavalieri Templari – ndr)

D: Il film, il libro e la canzone che la rappresentano.

R: Nell’uno e nell’altro caso è sempre stato il divano la cosa che più mi ha rappresentato, perché bisogna mettersi comodi prima.

D: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

R: Dunque vediamo, a partire da oggi fra cent’anni: «Quest’uomo è morto a centoquarant’anni».