pranzoLUZI

Cinquantun anni, deciso, sicuro di sé, elegante, capelli pettinati all’indietro. Il dottor Giampaolo Luzi, romano, da gennaio 2017 è il primario della Cardiochiurgia all’ospedale “San Carlo” di Potenza. Un reparto che, al suo arrivo, era in piena “palpitazione”. A rischio infarto.

Come giustifica la sua esistenza?
Con i miei mille interessi, a cominciare dalla famiglia e dalla professione.


Lei viene da una famiglia di medici?
No, mio padre era ingegnere. A scuola infatti mi sconsigliavano di prendere Medicina: «Non hai nessuno in famiglia, non entrerai alla Specializzazione!». E invece, alla scuola di specializzazione, quella di Benedetto Marino, ci entrai arrivando primo. E in ballo c’era un posto solo.


Quando ha ricevuto per la prima volta la “chiamata”?
A sentire i miei, sin da piccolo parlavo sempre di cuore…


… cioè sin da bambino voleva fare il medico, e per di più il cardiochirurgo?!?
Sì sì.


Forse qualcuno le aveva regalato “L’Allegro Chirurgo”, e allora…

Forse (ride), ma sicuramente mi ricordo di questi fascicoli, “Le mie ricerche”, e io acquistavo sempre quelli di Medicina. Ero affascinato dalla figure.


Durante la specializzazione lei ha studiato negli Stati Uniti.
Due anni a Philadelphia.


La città di “Rocky”.
Sì, ricordo tutta quella gente coi rollerblade che andava su e giù per la famosa “scalinata” .


Ma gli Americani sono davvero così all’avanguardia nel suo campo?
Lo erano. Adesso non conviene andare fino a lì per fare certi studi: in Italia ormai abbiamo raggiunto un livello altissimo.


A proposito di “livelli”, non nascondiamocelo: lei è stato chiamato a Potenza per togliere un po’ le castagne dal fuoco alla Cardiochirurgia.
Sì. Il momento era difficile. E’ stato necessario “chiudere” completamente e ripartire. Non si è guardato al passato, ma solo al presente e al futuro. Siamo ripartiti da zero.


Ma cosa c’era di rotto che è stato necessario aggiustare? Si è dovuto lavorare a livello psicologico, dopo tutto il bailamme mediaticogiudiziario che aveva interessato il reparto?
Sì, ma anche la chirurgia che si faceva non era all’altezza. Non si faceva la miniinvasiva, non si facevano TAVI (l’impianto valvolare aortico trans-catetere – ndr), insomma, tutte queste nuove metodiche. Il rilancio da fare era dunque a 360 gradi. Da gennaio 2017 ho lavorato duramente affinché si percepissero i risultati. Perché parlare è facile.


Ma prima di venire a Potenza, qualcuno l’aveva messa in guardia? Cioè, la Cardiochirurgia era una polveriera: letterine, registratori in tasca…
Sì, ero a conoscenza di tutto.


Non si è spaventato?
No, perché -a livelli diversi certe problematiche ci sono ovunque. Certo, occorre avere le spalle larghe, ma guardi: di fronte alla preparazione scientifica, è difficile muovere rimbrotti e contestazioni. Solo se uno non sa fare… è attaccabile facilmente.


Cioè, se uno dimostra coi fatti di essere bravo, è difficile che qualcuno nutra riserve o risentimenti personali.
Proprio così, i dati parlano chiaro, come succede adesso, che la gente vuole essere operata solo ed esclusivamente da me. Da ora in poi, inoltre, dovrò anche partecipare a congressi e quant’altro, perché è giusto e opportuno che si sappia anche fuori cosa facciamo al San Carlo di Potenza. Ormai abbiamo raggiunto dei risultati tali, di livello europeo, da poter dire NOI agli altri cosa facciamo. Il non saper “comunicare” fuori, in passato è stata una delle cause della “mobilità passiva”. Il compianto Olivieri, invece, era uno molto bravo a far sapere cosa si faceva al San Carlo.


Ma in reparto opera soltanto lei?
Certamente no, anche gli altri. Però io faccio il 90 % degli interventi.


E il clima adesso com’è?
Molto migliore. Della vecchia guardia sono rimaste soltanto tre persone, e poi ci sono quattro giovani chirurghi appena assunti.


Che stanno apprendendo da lei.
Assolutamente sì.


Quindi lei non è il “professorone” dei film di Alberto Sordi che tiene i segreti per sé.
No. La mia missione é quella di insegnare, ma anche di scrivere pubblicazioni e fare la parte scientifica, che di solito viene trascurata. Come dicevo, occorre mettere in circolo il sapere. Qui a Potenza l’anno scorso sono stato il primo in Italia a impiantare la valvola biologica “Inspiris Resilia” e quindi adesso andrò all’Europeo di Cardiochirurgia dove presenterò i primi dati sui pazienti e il loro “follow up”.


Di quali altri tipi di interventi realizzati a Potenza si sente orgoglioso?
La TAVI. Come le dicevo, io ho studiato negli Usa, ma cinque anni fa sono tornato lì, e a parti invertite: ero io a fare gli impianti della TAVI in America. Il primo Italiano a fare una cosa del genere da quelle parti.


Dottore, così però mi fa preoccupare, sul serio. Non vorrei che presto ci venga “rubato” dagli Americani, in pianta stabile.
Io qui mi trovo bene. Ho chiesto però delle cose e spero che mi vengano date.


Tipo?
La “sala ibrida”. Si chiama così perché unisce la classica sala di cardiochirurgia con quella di emodinamica. E’ indispensabile per le cose che ho in prospettiva di fare a Potenza. Una cosa del genere già è il presente, non più il futuro. Io l’ho chiesta da tempo, e mi era stata pubblicamente promessa da Pittella un anno fa, in occasione dei 40 anni della Cardiochirurgia. Ad aprile/maggio scorso ne riparlammo, e lui era sul punto di dare il via alle pratiche, ma poi è successo quello che è successo… e adesso siamo in stand by.


Ma con la reggente Franconi (che oltretutto è assessore alla sanità) ha avuto modo di riparlarne?
Non ci sono stati colloqui. Spero che il progetto si possa riprendere presto. Perché è indispensabile.


A proposito di Pittella, è noto che andò a farsi un’angioplastica fuori da Potenza…
… sì, ma io non c’ero ancora.


Ma se ci fosse stato, come l’avrebbe presa?
Ripeto, la situazione – sia cardochirurgica che cardiologica- era diversa. Con me è arrivato anche un nuovo primario di Cardiologia, Fiorilli e anche lui lavorava a Roma. Una riqualificazione a 360 gradi.


Quindi con voi a Potenza, Pittella non si sarebbe ricoverato fuori.
Beh, tempo dopo lui mi fece vedere tutta la sua documentazione …e quindi certamente sì. Ripeto, mi preme far percepire a tutti l’inutilità dei viaggi della speranza (che ahimè ancora ci sono) verso Milano o Firenze. Guardate che adesso è il contrario: c’è gente da fuori che viene a operarsi qui, perché le tecniche mini-invasive che io faccio sono all’avanguardia: sono le stesse che ho fatto a Roma per tanti anni.


Che media d’interventi c’è in reparto?
L’anno scorso quasi 300 all’anno; quest’anno ci attesteremo sicuramente attorno ai 350, per poi arrivare l’anno prossimo anche a 400.


La notte prima di un intervento importante riesce a dormire?
Tranquillamente. Se non fosse così, non dovrei dormire mai: opero tutti i giorni! (ride)


Prima abbiamo fatto un cenno ai guai giudiziari di Pittella…

… più che altro questioni politiche, secondo me.


A proposito di politica, giorni fa Corrado Augias in tv sosteneva che la moda attuale di contestare le “elite” è un autogol: perché nelle “elite”, oltre ai soliti “potenti” etc., ci sono però anche i grandi professionisti, i luminari, etc.
E’ così, infatti. Dire “tutto è sbagliato”, significa non voler risolvere il problema. Denigrare gli altri è sempre facile. Programmare ed essere positivi, invece, è difficile.


La politica l’ha mai cercata?
No. A me interessa fare il mio lavoro. Per me è stata una sfida venire qua e voglio continuarla. Spero che mi diano la possibilità di andare avanti.


Una “patologia” del San Carlo?
A parte i passati problemi di comunicazione di cui parlavo prima, oggi mi preme più che altro segnalare che in Basilicata manca la Facoltà di Medicina! Non ci siamo proprio. I ragazzi sono costretti ad andar fuori: è così che si perdono le risorse.


Quindi il suo messaggio al prossimo Governatore è ...
… facciamo la Facoltà di Medicina, ma non alla vecchia maniera. Le cosiddette “basic sciences” dei primi due anni magari si possono fare anche fuori, ma le materie prettamente mediche (dal terzo anno in poi), occorre che si facciano qui. Abbiamo tanti grandi professionisti: la cardiochirurgia, la chirurgia vascolare, l’ortopedia, la ginecologia. Tutte eccellenze. C’è tutto.


Sarebbe un modo per far tornare i giovani Lucani…

…che così frequenterebbero le LORO corsie, i LORO pazienti.


Lei si è trasferito qui a Potenza da Roma. Il primo impatto con la nostra città?
Un’altra domanda, prego? (ride). No, sul serio, la provincia ha i suoi pro e contro. I vantaggi sono che in cinque/dieci minuti vado e vengo dall’ospedale. A Roma, per venire a fare quest’intervista, ci avrei impiegato un’ora. Il tempo guadagnato rappresenta dunque tanta “qualità di vita” in più. Una cosa fondamentale per lavorare bene.


Il libro che la rappresenta?
“Svolte”, di Danielle Steel. Perché la vita è fatta di decisioni. Al “San Camillo” di Roma ero l’aiuto di Musumeci e stavo più che bene, ma per me la sfida di Potenza ha rappresentato una svolta.


La canzone?
Ascolto musica classica: “L’Aida” di Verdi.


Il film?

Non sono un patito.


Prima parlava di “mille interessi”.

Come hobby mi piacciono le auto e le moto, poi la vela, lo sci…


Ha molte auto?
Sì, qualcuna.


La sua “ammiraglia”?
Quella invernale è il Porsche, quella estiva è una Mercedes cabrio.


Il direttore di Ortopedia, Rocco Romeo, è anche lui patito di motori e velocità. Avete mai “gareggiato”?
… diciamo che c’è una sana “rivalità” sulle auto acquistate. Ci sfottiamo. (Ride)


Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide.
Facciamo fra duecento anni: nome, cognome e le date. Perché, scusi, cos’altro dovrebbe esserci?