pranzoDICONSOLI

Quarantadue anni, una cultura spaventosa, una verve al fulmicotone e la non comune capacità di dire “ho sbagliato”: lo scrittore e opinionista lucano Andrea Di Consoli, originario di Rotonda, residente a Roma (fra le altre cose è autore per “Il Caffè di Rai Uno”), è il classico fiume in piena.


Come giustifica la sua esistenza?
Io sono per l’autodistruzione. Un’autodistruzione generosa, etica, buona, come quella del Sole. Sono per la consunzione, e non per la conservazione.


I Lucani sembrano parecchio predisposti alla “consumazione”…
Già, ma a consumarsi in solitudine. E a me questa cosa non piace tanto: il rimuginare nel risentimento, nel rancore…


Io intendevo “ESSERE consumati”.
Bah, io vedo che i Lucani hanno sempre la tendenza a nascondersi. E’ un atteggiamento molto negativo. I Lucani devono smettere di avere paura di “complotti” e “malasorte”: il silenzio è un atteggiamento che all’inizio è poetico, ma poi diventa stucchevole. Occorre aprirsi.


Proprio stamane leggevo un suo post su Facebook in cui ricordava nostalgicamente i tempi in cui, da studente, andava a comprare i libri a Lauria. Curiosamente, stamattina alcuni studenti potentini protestano al grido di “Pittella dimettiti”.
Guardi, rispetto a quando ero studente io, credo che oggi la principale ragione del depauperamento italiano (istituzioni e società) sia l’eccesso di benessere, l’eccesso di libertà: non si è saputo trasmettere alle nuove generazioni il concetto di “responsabilità”. Ai miei tempi, invece, si protestava (ma solamente perché si era giovani) contro un sistema solido, ben strutturato, Di conseguenza, all’epoca, “I Pittella” potevano rappresentare “il nemico”, mentre oggi non è più così, perché mi rendo conto quel vecchio modello, mix di libero mercato e welfare, era probabilmente il migliore possibile, pur con le sue degenerazioni. In sostanza, “I Pittella”, oggi sono al tramonto, ma l’alba che si profila all’orizzonte non mi sembra così interessante e utile.


«Pittella non è il nemico», tuttavia i temi al centro dell’inchiesta sulla sanità – nell’opinione pubblica- sono diventati un po’ l’emblema del “sistema Basilicata”.

Io sono un semplice scrittore: tuttavia, la gente del mio paese, o del circondario, sapendo che vivo a Roma, ancora oggi mi chiama e mi chiede “Mica conosci Tizio o Caio?”. Cosa voglio dire? Che il politico un po’ si adegua a quello che trova, e bisogna dirselo una volta per tutte, sennò si continuerà ad andare avanti sulla strada del CAPRO ESPIATORIO. E’ vero che la politica fa schifo, ma attenzione, perché facciamo più schifo noi, perché alla politica chiediamo sempre TUTTO.


La raccomandazione logora chi non ce l’ha, insomma.
Sì, ma soprattutto il politico si logora perché non riesce a volare alto, a causa di una società civile scadente, così come i buoni giornali li fanno i buoni lettori. Assumiamoci TUTTI delle responsabilità e smettiamola di additare sempre “Pittella, Folino, De Filippo, Bubbico...”. Tutta gente, questa, che io ho criticato e che ho anche duramente attaccato, ma adesso mi rendo conto di aver segato il ramo su cui ero seduto!


Infatti stavo per chiederle se c’è un editoriale di cui si è pentito.
E io le ho già risposto. Cioè, se l’alternativa a quei nomi è questa improvvisazione culturale, demagogica, questi analfabeti, per me diventa un tormento aver demolito una classe dirigente che fondamentalmente era uguale a me. Con i miei attacchi credevo che avrei contribuito a debellare un sistema clientelare, e invece ora mi rendo conto di aver aiutato a distruggere una classe politica di valore, per permettere a degli analfabeti (privi di consapevolezza culturale, storica e amministrativa) di prendere il potere. Chiedo scusa a me, ai Lucani, e alla classe dirigente dell’epoca. Oggi sono disperato. Cioè, io che ho fatto? Ho attaccato uno come De Filippo -che ha una consapevolezza filosofica, storica, culturale- a favore di chi?! Di chi è cresciuto con Facebook?! Ma per favore! In Basilicata c’è bisogno di riformismo, non di aizzare l’odio dei popoli.


Sui giornali stamattina si parlava nuovamente di una possibile coalizione di una certa sinistra attorno a Carmen Lasorella.
La conosco personalmente, è una dirigente dell’azienda per la quale lavoro e nutro un grande rispetto e una profonda stima per ciò che ha fatto in Rai. Detto questo, già anni fa ebbi modo di farle notare che lei non conosceva la situazione storica, politica e sociale della Basilicata, una regione che –al netto degli affetti e delle comprensibili ambizioni personali- merita una classe dirigente che conosce la situazione reale.


Con lei ci hanno provato? Sarebbe disposto a candidarsi?
Sono anni che mi chiedono di fare il sindaco a Rotonda, ma non posso perché sono un libero professionista che vive a Roma. Tuttavia le dico questo: in una situazione di emergenza populista, di degrado culturale e di grave compromissione della tenuta sociale della mia regione, sì, sarei anche disposto a scendere in campo.


Anche da subito?
Questo non lo so, ma se la mia regione deve diventare la repubblica indipendente dei rancorosi, degli improvvisati, e degli analfabeti, tutti dobbiamo dare un contributo. A partire da me.


L’ultima volta che ci sentimmo –pochi giorni prima degli arresti in Sanità- lei ci disse che Pittella era il miglior candidato possibile per il centrosinistra. Lo è ancora oggi?
No. Lui sa che la sua regione sta per avviarsi a un vero referendum fra due visioni della politica (il modello demagogico e quello riformista), e quindi sa altrettanto bene che non può insistere su una sua candidatura che, magari per ragioni pretestuose, è ormai indebolita. Ergo, anche se sa che ne uscirà completamente innocente, deve compiere un atto di generosità –nei confronti di chi combatte i populismi- e rinunciare.


In seguito agli arresti domiciliari di Pittella si è parlato molto dei rapporti fra Politica e Giustizia e di presunte vicendevoli ingerenze.
Io credo che un leader politico sia veramente tale quando si mette in conflitto con la Magistratura. Pensi a Craxi, a Berlusconi, a Renzi. Chi invece tenta di costruire “ponti” non è un leader fino in fondo. In generale e da sempre, poi, trovo che ci sia una questione psicologica di mezzo. Al pari di quello Legislativo ed Esecutivo, la Magistratura rappresenta un Potere dello Stato, ma la Giustizia in sè non può essere un vero potere. Da qui l’esigenza psicologica di doverne esercitare uno, che a volte si manifesta aggredendo il potere politico. Aggiungo, comunque, che la Magistratura italiana è garantista ed essendoci tre livelli di giudizio è difficile che si facciano grandi danni. I danni a volte si verificano con le indagini preliminari, con lo sputtanamento conseguente e la grave responsabilità di un sistema mediatico molto scadente.


E se non Pittella governatore …chi?
Ma ce ne sono tanti, Margiotta, Santarsiero, Polese. Ma non ci devono interessare i nomi, quanto la possibilità di rimettere insieme un’idea riformista della Basilicata. Anche se, è vero, grandi leader al momento non ce ne sono (ma questo vale per tutti).


E il centrodestra? Finora non lo ha nominato nemmeno.
Ma sì, perché è stato sempre un colabrodo, con una Forza Italia succube del partito di maggioranza e con una piccola minoranza di destra molto ripiegata su se stessa. In tempi recenti, poi, c’è stato questo exploit della Lega in Basilicata che è la pagina più vergognosa della nostra storia. Noi che siamo stati martoriati dall’emigrazione, adesso diventiamo pure razzisti. Mi fa ribrezzo.


Lei ha scritto un libro che s’intitola “Il miracolo mancato”, un romanzo storico. In Basilicata, con i petrolieri che prosperano, il miracolo mancato è il petrolio.
Ma questo è un luogo comune!!! Basta con questa immagine dei “petrolieri” che si accendono il sigaro con le banconote! Qui ci sono problemi di realismo economico.


Luogo comune?
Sì! Il petrolio non è più il business di una volta, oggi metterlo sul mercato comporta dei margini minimi di guadagno. Un barile di petrolio non costa più 130 dollari, bensì 50/60. La Basilicata è comunque “Italia” e noi abbiamo bisogno di fonti di energia, rinnovabili e non. Quindi va estratto. E le dico un’altra cosa (e venissero pure a casa mia, non ho paura): i danni causati dalle estrazioni sono minimi e si è ampiamente dimostrato che turismo e agricoltura di qualità sono comunque cresciuti negli ultimi quindici anni. Bisogna tenere insieme più cose: un “Paradiso” da cui scappano tutti non ci serve a nulla.


Lei è anche un autore televisivo: chi manderebbe a vivere, in via permanente, sull’ “Isola dei Famosi”?
Roberto Speranza. E’ un ragazzo che ha sbagliato tutto. Quando era uno dei cerimonieri del sistema, quel sistema di clientelismo diffuso di cui parlavo, era l’uomo più grigio e abbottonato, totalmente estraneo ai rumori di pancia della sua regione. Adesso che ha perso il potere vero, è diventato una sorta di “tupamaro”, una specie di guerrigliero guatemalteco. Una cosa che, francamente, mi fa ridere. Io, intellettuale, so dire “Ho sbagliato”. Vediamo se sa farlo anche lui.


Però voglio chiederle una cosa. Recentemente qui in Basilicata le è stato tributato il prestigioso “Premio Heraclea”. Mi chiedo: quando si premia uno spirito libero, un outsider come lei, non lo si “istituzionalizza” anche un po’?
Mah! Io sono uno di lotta e di governo. Una volta Marcello Veneziani mi disse: “Bisogna imparare ad abitare più mondi”. Io mi trovo bene a dormire nell’albergo a cinque stelle e mi trovo bene a dormire alla stazione; io so stare su una panchina a fumarmi cinque sigarette come un mentecatto e so parlare all’Accademia della Crusca. Mi sento a mio agio con i contadini di Rotonda e di Fratta tanto quanto in compagnia di un Ministro. Posso fare il vanitoso e ritirare un bel premio, oppure starmene in casa mia, a Roma, a scrivere quattro poesie. La verità è che non me ne strafotte niente. Io voglio stare nel mondo, e lo stesso vorrei per la Basilicata.


Il film che la rappresenta?
“Sangue Vivo” di Edoardo Winspeare.


Il libro?

“Homo Faber” di Max Frisch.


La canzone?
Mi piace la musica da discoteca: qualsiasi pezzo di Gigi D’Agostino,


Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
Di cosa penseranno di me i posteri, o gli studiosi che leggeranno questa intervista, m’importa davvero poco. Perché loro saranno vivi e io polvere. Pertanto, avranno tutta la mia invidia.