fotopranzoLAURENZI

Recentemente ha forse coronato un suo sogno, quello di apparire come personaggio nel fumetto, importante, di un altro (il celebre “Martin Mystére”, disegnato da un altro lucano, Rosario Raho), ma il vignettista potentino Giulio Laurenzi è un personaggio “reale” come forse pochi nel mondo della satira nostrana; è quel che si dice uno la cui opinione “conta”, anche perché, titolare di un affollato negozio di giochi e fumetti, nonché docente della “ComicSchool”, è un instancabile e prezioso formatore di giovani menti. E cuori.


Come giustifica la sua esistenza?
Divido l’umanità in persone che provano a risolvere i problemi e persone che contribuiscono a moltiplicarli. Mi colloco nella prima categoria. Nel mio piccolo, facendo un frettoloso e partigiano bilancio, ho la presunzione di credere di essere nato per quello.


Chi è stato quel delinquente che –la prima volta- le ha messo una matita in mano?
Ho fatto tutto da solo.


Quando è stata la prima volta che si è sentito un vero “vignettista” (e perché)?
Ho iniziato disegnando fumetti. Una delle mie serie a strisce, “Holesbed” (che era in realtà la parodia satirica di Bucaletto e dei personaggi politici che avevano contribuito a costruire e tenere in piedi la cittadella di prefabbricati) 15 anni fa fu scelta da una rivista nazionale e fui segnalato tra i migliori nuovi autori di strisce satiriche nazionali, con tanto di foto e scheda biografica.


Mi verrebbe da chiederle cos’è per lei la satira, ma le voglio chiede che cosa NON E’.

Potrebbe essere e non essere tutto. Ma non mi piace ragionare per negazioni. Preferirei dirle cosa è per me la buona satira: un impulso irresistibile di ribellione disegnata. Non deve necessariamente far sorridere, ma deve far riflettere e, magari, far incazzare. I bravi autori di satira sono quelli in grado di gridare che il Re è nudo. Siamo anestetizzati. C’è bisogno di darsi da fare per lasciare ai nostri fi gli un futuro migliore di quello che abbiamo trovato noi.


La vignetta di cui è più soddisfatto? Me ne dica una a livello nazionale e una a livello locale.
… E come si fa! Negli anni ne ho disegnate migliaia. Ce ne sono molte che, guardandole ancora oggi, mi fanno pensare di aver detto tutto su un determinato argomento. Ecco, quelle che resistono al tempo mi lasciano particolarmente soddisfatto. Se proprio dovessi scegliere: la tavola di sedici quadretti sui cosiddetti “effetti collaterali della guerra” che ho elaborato per il calendario nazionale di Emergency e, a livello locale, quella che ho disegnato quando ci ha lasciati il papà di Elisa. Mamma Filomena si è commossa, e io di più.


Una vignetta di cui, invece, si è pentito…
Una che realizzai su Gianni Pittella quando venne eletto vice presidente vicario del Parlamento Europeo. Il mio errore fu quello di puntare anche sulla sua faccia buffa. Passò più lo sberleffo sull’aspetto fisico, della critica sui contenuti politici. Sembrò una vignetta celebrativa, tanto che lui mi scrisse per complimentarsi. Per me fu un duro colpo. Volle dire che era andata malissimo. Avevo perso.


Quindi, in generale, se la chiama un politico lucano e le dice che la sua vignetta gli è piaciuta è una sconfitta?
Sconfitta totale, una resa senza condizioni.


Qualche personaggio locale le ha mai chiesto di donargli l’originale di una sua vignetta che lo ritraeva? C’è il famoso episodio di Pertini e Pazienza…
Sì, diverse volte. Ma soprattutto in ambiente culturale, letterario. Una volta mi chiesero di andare a disegnare durante lo spoglio elettorale nella sede del Pd. Non ho ritenuto opportuno farlo, ovviamente.


Nella Basilicata delle relazioni corte, è possibile fare della satira realmente indipendente e libera? Si è mai sentito censurato o condizionato? Ha mai ricevuto qualche telefonata particolare?
Notoriamente, non sono controllabile. Questa cosa si paga. Nella nostra regione si censura con la nonpubblicazione. Non ho contratti da anni sulle testate locali, pur avendo un curriculum ricchissimo. Ma preferisco fare illustrazioni di varia piuttosto che satira di regime. Ho avuto molte telefonate e proposte di natura ambigua. Ma sono state tutte, con educata fermezza, respinte al mittente. Preferisco essere un autore di satira senza contratto che smettere per sempre di disegnarla.


Esiste la satira (o le vignette) “su commissione”?
No. Sarebbe palesemente una marchetta. Sono in generale infastidito quando qualcuno mi propone di disegnare una vignetta satirica su una sua idea, figuriamoci una su commissione.


Che cosa la fa arrabbiare nelle vignette degli altri?
Arrabbiare mi pare eccessivo. La faziosità non dichiarata, prima di tutto, poi banalità e volgarità gratuite. Non sopporto i giochi di parole fatti (quasi sempre) male. Uno dei pochi in grado di farlo bene, al momento, è il potentino Giancarlo Tramutoli, che si è formato studiando Vito Riviello, altro grande autore lucano di calembour che ci ha lasciati nel 2009.


(Esclusi i presenti), mi indica un bravo vignettista lucano?
(risate) Vedo il deserto, esclusi i presenti.


Il politico lucano più difficile da disegnare? Folino? Polese?
Sono personaggi che non mi incuriosiscono. La politica lucana non si merita la buona satira, o forse non se la meritano i lucani. Abbiamo gran parte dell’attuale giunta regionale eletta con un consenso bulgaro in piena Rimborsopoli. E tutti sapevano tutto. Allucinante. Siamo la caricatura delle cose peggiori che avvengono in Italia.


La satira ha dei limiti? Le vignette di Charlie Hebdo sul terremoto “italiano”, lei come le ha giudicate? E quelle sull’Islam? Il “cosciometro” della Boschi disegnato da Natangelo?
Il limite nella satira nei paesi civili è gestito dalla giurisprudenza. Ogni autore risponde poi alla propria coscienza e ai propri lettori, se ha la fortuna di averne. Si può fare tutto. L’importante è che ci siano dei contenuti. Bisogna avere delle cose da dire, prima di cominciare a parlare.


Secondo lei, qui in Basilicata, c’è un argomento su cui non è consentito “ironizzare”?
Ironizzare a volte può essere inopportuno , solo questo. Ma ci sono anche altri strumenti per dire le cose oltre all’ironia. Nell’arte e nella comunicazione bisogna usare l’intelligenza.


Lei ha proposto la candidatura politica di alcuni personaggi cittadini (Gildo Claps, Dino Becagli): sentiva di avere un qualche “peso” particolare sull’opinione pubblica? Lo farà ancora, in futuro?
Più che di peso, parlerei di responsabilità. Ho voluto provare a convogliare energie che provenivano dal mondo dell’associazionismo. Un’idea che andava contro la vecchia dimensione della politica. Con un bel gruppo abbiamo percorso un piccolo, ma importante, pezzo di strada insieme. Ma non siamo riusciti a finalizzare, nonostante gli sforzi. L’idea andava in direzione completamente opposta a quella di una concezione vetusta della politica. Non offrivo poltrone (e magari, in qualche occasione, potrei essere stato frainteso), ma una possibilità di riscatto democratico. Avevo bisogno di poter dire ai miei fi gli: Ci ho provato! Non ho rimpianti.


La “cultura” è una risorsa spendibile pubblicamente? Dietro iniziative - pur meritevoli- può nascondersi una ricerca di “esposizione” da far tornare utile per successivi pruriti elettorali?
Ci sono tanti modi per “incassare” la propria esposizione culturale. Le urne elettorali non sono l’unico. Molti lo hanno capito, e cavalcano l’onda.


Domanda ricorrente in queste interviste: la cultura è blindata a Potenza? Esistono dei circoli esclusivi di persone che si premiano e si celebrano fra di loro?
Sì e sì. Ma per fortuna il mondo non si chiude nelle piccole città italiane.


Lei ha pubblicato tanto sulla carta stampata quanto sul web: le differenze? Quale contesto predilige?
Non è importante tanto il contesto, quanto la serietà della proposta. La carta ha più fascino, ma viene letta di meno.


E’ ben noto il suo impegno nel sociale (“Emergency”) e per la Pace (la mostra “Venti matite di Guerra”): in che modo la satira, che viene vista come “aggressiva”, può rivestirsi di sensibilità “pacifica”?
Su testi di Vincenzo Sparagna, due anni fa, disegnai insieme a Frago e Marcello Mangiantini il primo “Social Comic” di Frigidaire. Albo che è stato presentato a Lucca, tradotto in spagnolo e distribuito poi anche in America Latina. La satira sociale ha una sua dimensione specifica, che tende a ridisegnare la realtà per farla emergere con più forza. Uno strumento per esorcizzare la violenza attraverso la conoscenza.


Se potesse prendere sotto braccio Pittella (o il sindaco De Luca), cosa gli chiederebbe?
Ai politici chiederei sempre di avere gli ultimi come primo pensiero. Proporrei, a chi ha responsabilità, di andare a vivere con la sua famiglia vicino al Centro Oli di Viggiano, per esempio, dando così un segnale inequivocabile sulla sicurezza dei controlli pubblici sull’area. Ma la vedo dura.


Me lei è veramente cattivo o la disegnano così?
Non bisogna mai confondere l’uomo con il lavoro. La satira deve essere implacabile. Gli uomini hanno il dovere di dire le cose, ma con l’educazione opportuna. Alzare la voce non sempre aiuta. Recentemente l’amico disegnatore Rosario Raho mi ha fatto il regalo di inserire nel fumetto di Martin Mystère un personaggio con le mie sembianze. Lui, che mi conosce, mi ha fatto “buono”. Conservo l’originale gelosamente.


La vignetta che non vorrebbe fare più sulla Basilicata.
Quella dei giovani che se ne vanno, verso un futuro che qui si fa sempre più rarefatto ed esclusivo.


La canzone che la rappresenta.
“Father and son”, di Cat Stevens.


Il disco?

Uno qualunque di Chet Baker.


Il film?

“Scusate il ritardo”, di Massimo Troisi.


Il fumetto?

“In una lontana città”, di Taniguchi, ma anche “L’Eternauta”, di Lopez e Oesterheld, o il Corto Maltese di Pratt.


Fra cent’anni fanno una vignetta su di lei…

Sono sicuro che sarà lei a farmela. Riderò di gusto.

 

vignettaLaurenzi