pranzoRAGNO

E’ calmo, posato, misura le parole, ma risponde a tutto. E poi c’è una dote che, niente da fare, o ce l’hai o non ce l’hai: Nicola Ragno, da quest’anno allenatore del Potenza Calcio, sa infondere tranquillità. In questi casi viene facile usare espressioni tipo “ghiaccio nelle vene”, ma a parlarci, ci si rende conto che non è così: il cuore del mister pugliese pompa sangue caldo. Rosso. E blu.

Mister, lei è di Molfetta, ma ha un aplomb, un aspetto e persino un accento… nordici.
Beh, sì, anche perché non parlo mai in dialetto, ma quando lo faccio, si sente eccome che sono di Molfetta. Posso dirle che nella mia città non ho mai giocato, né allenato, ma come giocatore –e ora anche come allenatore- ho comunque fatto Puglia e Basilicata.


Lei ha sempre considerato Potenza una piazza importante.
Mi erano rimaste impresse le immagini di Telenorba, che mostravano questo calore del tifo locale. Le guardavo e pensavo: chissà se un giorno... L’anno scorso venni a giocare qui col Bisceglie e mi innamorai del Viviani: un campo senza piste, come piacciono a me. Quella volta non era pieno, ma me lo immaginai al completo, e pensai che sarebbe stata una bolgia. E oggi, infatti, è così. Per la sua conformazione, i boati, i cori del tifo… si sentono benissimo.


Lei è quindi del partito “ampliamolo” piuttosto che del partito “delocalizziamo”.
Sì, la “vita” del Potenza Calcio è lì. La Storia è lì.


Se, come ha detto, conosceva bene la piazza potentina, sapeva anche che qui si sono bruciati in tanti: presidenti, ma anche allenatori.
Sì, ma ero tranquillo, perché io lavoro meglio sotto pressione, mi piace la gente che viene agli allenamenti, i tifosi che vengono in massa alla stadio. Mi carica. E, dopotutto, ero stato a Bisceglie, a Monopoli, a Ostuni, a Noicattarro: tutte piazze piuttosto “calde”.


Come l’ha “agganciata” il presidente Caiata?
All’inizio pensavo fosse un scherzo.


Perché? Beh, perché mi ha chiamato di domenica mattina, alle nove meno un quarto! (Adesso che lo conosco ho capito che per lui è normale) (ride)
Caiata ha rischiato di prendersi un vaffa, insomma.


(Ride). Beh, sì. Ripeto, pensavo fosse uno scherzo. L’ho fatto parlare molto e poi ho capito che era lui. E così il Presidente mi ha chiesto. «Mister, tu ne hai vinti nove di campionati: hai ANCORA voglia di vincere?». E io gli ho spiegato che i record ottenuti ti invogliano a batterne altri: non ho ancora vinto due campionati di seguito in serie D. E lui mi ha detto: «Bene, ci vediamo martedì».


Dove vi siete incontrati?
Al Park Hotel. C’erano lui e Passarella. Mi hanno illustrato il progetto e io ho detto OK. Il lato economico non è stato importante, perché piuttosto io preferisco avere garanzie sulla squadra. Caiata mi ha spiegato che era sua intenzione vincere il campionato, ma che partivamo da zero e porto zero; io avevo vissuto la stessa esperienza a Bisceglie, pertanto ero preparato. Certo, in fase di mercato ho dovuto rinunciare a qualche giocatore che si era già accasato, ma abbiamo preso il meglio che c’era in quel momento e abbiamo sbagliato pochissimo. E comunque io preferisco avere innanzitutto “uomini”.


E cosa rende “uomo” un suo giocatore?
Deve sposare il progetto del gruppo (e non quello del singolo), deve darmi tutto, anche nei momenti di difficoltà. Io non assicuro il posto a nessuno…


… sono tutti “precari”.

Il Presidente mi ha chiesto di vincere il campionato e io devo riuscirci: io ho ventiquattro elementi, tutti forti, e nessuno di loro è “titolare”. Gestirli non è facile, ma sanno che sono uno rigoroso e che ho fatto giocare ognuno di loro. Ripeto: mi devono dare tutto, fi n quando ce l’hanno nelle gambe o alzano la mano per essere sostituiti. Chi subentra –poi- mi deve dare ancora di più. Il ritmo deve rimanere altissimo.


Me lei che tipo di allenatore è? Cioè, è uno di quelli che sta lì sempre a telefonare ai giocatori, che vuole sapere tutto, se hanno mangiato una pizza in più o se vanno in discoteca…?
Diciamo che sono uno che lascia fare al 99%... ma che poi, però, non mi si costringa a dover applicare quell’1%...


Lei però non vive a Potenza.
Solo il venerdì e il sabato: sto al Grande Albergo, insieme allo staff tecnico. Gran parte della settimana sto a Molfetta, lavoro in banca.


Cosa occorre mettere adesso “in cassetta di sicurezza”?
L’entusiasmo generale che si è creato in città, che facilita molte cose, che dà sicurezza, appunto…


A parte per la vittoria fi nale, per cosa firmerebbe ora una “cambiale”?
Per poter allenare nei Professionisti. Ho scelto Potenza per questo, per un progetto che possa durare. E’ il mio sogno, anche perché io “sponsor” non ne ho…


Intende privati o pubblici?
Entrambi. Ci sono politici che chiamano e dicono «prendi questo mister al posto di quell’altro».


A lei è successo?
A me sì. A Massafra firmai addirittura il contratto, ma poi un politico locale “propose” il suo allenatore e il contratto fu strappato (io andai poi al Noicattaro, a campionato già iniziato, e lo vinsi). E poi quest’anno col Taranto: mi aveva contattato il direttore sportivo, Roselli, e mi aveva già fissato un appuntamento. Poi mi richiamò e mi disse: «Mi scusi mister, ma è subentrato Damaschi, ha portato uno sponsor da 200mila euro e il suo allenatore, Cozza».


Qui a Potenza ha già ricevuto telefonate da “qualcuno”?
No, perché qui ci sto poco e faccio poca vita sociale. Sto sempre in albergo con i miei collaboratori, a parte qualche passeggiata in Centro e un pranzo al ristorante.


Quindi della città non si è fatto ancora un’opinione particolare.
No, ma sentendo delle cose e leggendone delle altre su Facebook, so della situazione che vive la città…


Ha capito, quindi, che questo Potenza sta dando gioia A TUTTI, non solo agli sportivi incalliti? Che la città si sta godendo un momento di rivalsa?
Certo, l’ho notato nel corso delle passeggiate: la gente ti sorride, ti saluta…parlano tutti di calcio.


Dopo una clamorosa serie di vittorie, la sua squadra ha avuto una battuta d’arresto. Cosa ha pensato?
Che ciò che stava accadendo era per demerito nostro: la nostra è una squadra fortissima, come non ne vedo altre, ma commette anch’essa degli errori. Fino a quel momento, però, non li avevamo ancora pagati. Poi li abbiamo pagati tutti insieme. Il gol che abbiamo subito, al 96’, col Gravina, è stata una nostra disattenzione, ma quel calcio d’angolo non c’era.


Ho un amico potentino che lavora al Nord e mi racconta che ogni volta andava al lavoro e si rifaceva coi colleghi: «Il Potenza ha vinto anche ieri!». Poi ha iniziato a preoccuparsi. Cosa possiamo dire a questo mio amico?
Può dirgli che io non mi sono esaltato dopo tutte quelle vittorie di fila, ma che non mi sono nemmeno demoralizzato dopo quelle tre partite senza successo. Mia moglie mi rimprovera sempre: «Vinci e non ridi; perdi e non piangi; pareggi, men che meno…». Il fatto è che io sono sempre proiettato sulla partita successiva. Vuol dire che mi sfogherò alla vittoria del campionato. (Sorride) Ma posso garantirle una cosa: io non mollo mai.


Quindi promette che alla fine esulterà alla Oronzo Canà?
(Risate) Quel film lo vediamo sempre, anche scaramanticamente. Porta bene!


Lei ha detto che le sconfitte non la demoralizzano. Ha commosso tutti quando in conferenza stampa ha raccontato di aver perso una figlia, e che quindi tutto il resto…
… si ridimensiona, sì. Ti scivola addosso. Ho conosciuto molte coppie che, come la nostra, hanno perso un figlio: alcuni di loro si sono separati, altri hanno avuto un grave esaurimento. Sono traumi fortissimi, che ognuno percepisce in modo diverso. Mia moglie, ad esempio, adesso vive la vita con un occhio più pessimista. Io ho reagito diversamente: cerco di esorcizzare il dolore con i mille impegni. Il calcio, in questo senso, mi dà una mano: i viaggi, le trasferte, lo studio intensivo delle altre squadre. C’è poi il lavoro in banca. Cerco di essere sempre impegnato per non dover pensare. E poi, soprattutto, io ho un’altra figlia, che mi dà grande gioia e forza.


Cosa chiede ai suoi tifosi?
Di starci sempre vicino, anche quando sbagliamo. Certe critiche… possono fare molto male. Vede, io ho un certo equilibrio, ma non tutti i miei giocatori possono reagire come me. I periodi neri ci possono essere e ci sono: per questo, alcune critiche dei tifosi non le ho capite. Io guardo all’obiettivo finale del 6 maggio: le partite di un campionato da gestire sono 34. Alla fine, pertanto, posso anche aver perso 6-7 partite e aver vinto il campionato lo stesso. Per questo, certi risultati deludenti (i pareggi casalinghi con Gravina e Nardò) io li ho accettati con serenità. E infatti, poi siamo andati nella polveriera di Taranto e abbiamo vinto.


Il suo rapporto con la stampa?
Ottimo, specie quando riesco a capire cosa vuole ogni singolo giornalista. Il dialogo mi piace, ma se si esagera… a Nardò, ad esempio, non ero ben visto (avevo la fama di quello che arriva e manda via tutti), una giornalista mi intervistò e poi pubblicò una sua “interpretazione” delle mie risposte. Mi arrabbiai molto, ma poi -chiarito quel punto- siamo diventati molto amici.


Lei che tipo di giocatore era?
Dicevano che ero come Berti, quello dell’Inter.


Non il Berti di USA ’94, spero.
(Ride). No, quello dei bei tempi. Da giocatore non ho mai vinto un campionato. Sono arrivato sempre secondo ed è una cosa che fa male, perché a volte non si arriva primi per un punto e tocca capire DOVE quel punto si è perso. L’anno scorso, giocando contro il Potenza, pareggiavo e nel secondo tempo mi sono accontentato di quel punto, perché ho capito che la mia squadra era stanca. Io ho vinto quel campionato per un punto.


Il libro che la rappresenta?
Leggo molte biografi e di allenatori. Leggo sempre le dichiarazioni degli allenatori importanti, mi piace capire come reagiscono loro davanti ai problemi che posso avere anche io. Ho amato molto il libro di Mourinho, che dice sempre quello che pensa. Anche se quelli come lui spesso la pagano.


Il film?
In generale mi piacciono i film d’azione.


La canzone?
Sono legato alle canzoni da discoteca di quando ero giovane.


Fra cent’anni scoprono una targa, dedicata a lei, sul Viviani Cosa vorrebbe ci fosse scritto?
«Ha fatto sorridere i tifosi del Potenza».