intervistaBECAGLI

Dino “The Voice” Becagli, è un volto notissimo del teatro “amatoriale” potentino: attore, regista, ma anche semplice voce (appunto), di recital, commedie, dischi e quant’altro. Non è un nostalgico, non è un tipo compiacente, parla sommessamente, ma le cose le dice. Nonostante la folta barba, non ha peli sulla lingua.

Come giustifica la sua esistenza?
Alla base di tutto c’è stata un’emigrazione “al contrario”. Io sono di “Potenza-Potenza”, ma mio nonno era di Signa, in Toscana. Una volta conosciuta nonna Marietta Zirpoli, decise di mettere su famiglia in questa città.


Suo padre cosa faceva?

Era ferroviere, macchinista. Io sono nato nel quartiere di San Rocco, ma quand’ero bambino ci trasferimmo a Sant’Anna: nella locale parrocchia, mio padre è stato sagrestano per molti anni.


Quali sono i suoi ricordi “di quartiere”?
Sul piazzale di quella chiesa eravamo in tanti. Eravamo bambini e giocavamo a pallone lì, ma anche in giro, e più che altro passavamo il tempo a scappare dalle “guardie” (in realtà i vigili urbani) che ci avversavano. Noi mettevamo i cappotti ammonticchiati per fare “i pali” delle porte, e quelli ce li sequestravano (ma il loro vero obiettivo era il pallone). Qualcuno addirittura veniva “portato in macchina”, e chi poteva si rifugiava nella chiesa, territorio “consacrato” che era “off-limits” anche per le guardie municipali.


Attore teatrale, regista, ma anche semplice “voce” in mille cose. Che definizione dà di se stesso?
Sono sempre stato un “cane sciolto”. Facevo parte di diverse compagnie contemporaneamente, senza legarmi con nessuna. Il mio primo lavoro importante fu nel 1969, al Due Torri, con la Compagnia Teatro- Stabile Città di Potenza. C’erano Gigino La Bella, Tonino Larocca…


… i suoi maestri, insomma.
No, non i miei maestri, i miei inizi. Era la prima compagnia di una certa consistenza formatasi a Potenza. Successivamente non mi sono voluto legare solo al dialetto.


Se non quelli citati poc’anzi, quali sono stati i suoi maestri?
Nanni Tamma. Ho collaborato con lui per almeno 15 anni, quando sulla radio Rai esisteva uno spazio di programmazione regionale (“La radio è vostra”). Prima d’incontrare Nanni, la “dizione” non sapevo neanche cosa fosse.


Lei ha fondato “Il Teatro Minimo di Basilicata”, che esiste da più di dieci anni. Il termine “minimo” rimanda alle cose di Dario Fo?
Più che altro sta per “minimalista”, ma si riferisce anche ai fondi a disposizione (ride). Il nostro è un teatro privo di “orpelli”…


… “Sponsor” non ne avete?
Sponsor “politici” o di altro tipo non ne abbiamo. Certo, abbiamo chiesto qualche piccolo contributo alla Regione, ma non è mai stato superiore ai mille euro. Mi conoscono, ma non sono amico di nessuno.


Non le è stato mai chiesto di fare la campagna elettorale a qualcuno?
No.


E di candidarsi lei stesso?
Nemmeno. Il vignettista Giulio Laurenzi una volta lo propose, ma non è una cosa che possa interessarmi.


Quando è nata la passione per il palcoscenico?
E’ una cosa di famiglia: mio padre, oltre a essere il sagrestano di Sant’Anna, era anche il fondatore del Dopolavoro Ferroviario. Era il “capocomico”. Dopo il catechismo, facevamo delle scenette. Ho iniziato così, all’oratorio.


Prima abbiamo citato Fo: cosa scriverebbe lei in una ipotetica versione lucana del suo celebre “Manuale minimo dell’attore”?
Quello del teatro in sé, in Basilicata o altrove, è un mondo complicato. E poi, francamente, io non mi sento “percepito”.


Si riferisce a chi amministra?
Sicuramente non mi riferisco alla gente, che mi dà continui attestati di stima. Certi assessori alla Cultura, o certe persone incaricate in certi uffici, mi conoscono solo dopo la nomina: vuol dire che ricoprono un ruolo senza una reale cognizione della realtà locale.


Lei mi sembra uno di quelli che è stanco di sentirsi dire “Quanto sei bravo tu”.
Bravo. (Ride) Appunto! Mi piacerebbe che in giro ci fosse un reale fermento. Ma non c’è, forse anche per colpa mia… Diciamoci la verità: qui ognuno coltiva il proprio orticello.


Ci sono le invidie... i rancori…
Il mondo del teatro, degli attori, è così falso e ipocrita…. Quando ci vediamo, ci baciamo tutti, ma poi…Ma la verità sa qual è? Che qui non c’è nisciun. Non c’è confronto, non c’è crescita. Sì, ci sono delle cose, anche valide (Sotteatro, Gommalacca…), ma ci ignoriamo. Bravi, per carità, si potrebbero fare delle cose assieme. Ma tant’è.


Col Prof. Lerra, la scorsa settimana, parlavamo dei settori culturali “blindati” in Basilicata, della “colonizzazione culturale”.
Roba che c’è da sempre. Più che altro io vorrei parlare della legge regionale sullo spettacolo dal vivo, che prevede dei contributi e finanziamenti: mi sembra fatta “ad hoc” per compagnie pseudo-professioniste e ignora le cosiddette “amatoriali”. E’ grave. Anche perché, tolto Rocco Papaleo, io qui di attori “professionisti” non ne vedo. Lo stesso, però, questa legge ha istituito un “Registro delle Eccellenze”: mi piacerebbe proprio guardarci dentro e vedere chi c’è.  

Chi sono queste”eccellenze” del teatro in Basilicata? 

 

Tornando al teatro in vernacolo, prima parlavamo delle cose di cinquant’anni fa. Dino Bavusi è ancora in attività…  Qual è il suo rapporto con l’eredità di questi artisti?

Sì, ma a parte quelle prime cose, con lui non ho fatto più nulla. E’ un tipo di teatro che, francamente, non mi piace. Troppi stereotipi…e poi a me non piace fare le cose “tanto per divertirsi”. Chi mi conosce, sa che sono molto rigoroso e puntiglioso, pur essendo un autore “amatoriale”.


Ma se dovesse indicare la commedia potentina più rappresentativa? Quella da “salvare” insomma…
Poiché faccio il tifo per le mie cose, d’acchito direi l’ultima cosa dialettale che ho fatto io tre anni fa, “La realtà dell’apparenza”; ma, se proprio devo indicarne un’altra, direi sicuramente “Avenn, putenn paenn” di Gigino La Bella. Io vi impersonavo un giovane che vinceva un concorso da uditore giudiziario, senza raccomandazioni.


Un personaggio potentino “da salvare” invece?
Ce ne sono tanti, ma mi piace indicare uno che non viene mai nominato: Ninì Mazzeo.


Mi dice, invece, un personaggio lucano che secondo lei è sopravvalutato?
Non vorrei apparisse come una cosa blasfema, ma credo che il mito di Rocco Scotellaro -che rimane un grande poeta che ha fatto delle cose molto belle- si sia ingigantito in seguito alla sua morte prematura.


Lei mi “smonta” lo Scotellaro poeta, proprio oggi che sui giornali si legge di Roberto Speranza che, all’inaugurazione di “Liberi e Uguali”, ha recitato “L’Alba è Nuova”. Lo ha fatto apposta?

(Ride). No, è casuale. Beh, certo, quella è una bella poesia. Come altre quattro o cinque di Scotellaro.


E se invece di Speranza dovesse essere lei a citare una poesia, una e una sola, della Basilicata?
E’ difficile. Ho fatto tre recital e due cd sui poeti lucani. Sono indeciso tra “A’ Ravatene” di Albino Pierro e “Lucania” di Leonardo Sinisgalli.


Mi dice un “sopravvalutato” di oggi?
Posso elogiare qualcuno invece?


Prego.
Giuseppe Lupo è un grande scrittore. Del suo ultimo libro, “Gli anni del nostro incanto”, ne ho fatto una riduzione teatrale. Dovrebbe essere il mio prossimo lavoro. Incrociamo le dita.


Ma un “sopravvalutato” non me lo vuole proprio dire?
Ce ne sono tanti, non mi faccia fare nomi. “Pescare” fra i politici sarebbe facile, specie fra quelli che hanno autorizzato degli scempi, come le pale eoliche. Insisto su questo aspetto, se non le dispiace: è una grave penalizzazione del territorio. Quest’estate ho partecipato a un Festival ad Aliano: vedere i Calanchi, la sera, con quelle “lucine”…mi ha dato molto fastidio. E pensare che ci vantiamo tutti del nostro territorio “incontaminato”. Anche Potenza, in generale, è stata devastata. Ma, si sa: in politica, chi sbaglia viene promosso (magari con un opportuno trasferimento).


Qui a Potenza abbiamo la tendenza a richiamare sempre il passato, che ci appare, sempre e comunque, come luminoso. C’è chi –specie fra gli operatori pseudo-culturali attivi sui social- cita a ogni piè sospinto la “potentinità”. Ma che diavolo significa “potentinità”? Che cos’è, all’atto pratico?
Avevo un compare, purtroppo scomparso, che parlava u’ putenzes e io mi divertivo ad ascoltarlo. Ma oggi è tutto sparito. Di potentini “veri” ce ne sono davvero pochi. Forse, sì, nella Potenza degli anni 30-40, quando la città era un borgo più ristretto e privo di pendolarismo, c’era una comunità con un’identità più forte. E’ forse quella la Potenza che si vuol recuperare.


Ma ha senso?
Ma no che non ce l’ha.


E cosa andrebbe recuperato invece?
L’altra sera, in tv, Pino Aprile spiegava con molta chiarezza quanto il Sud HA DATO a questo Paese. Potenza e la regione si stanno spopolando. Io ho un figlio a Milano, c’è chi ce l’ha all’estero. Pertanto, qui dovrebbe esserci un impegno di tutti –potentini per primi- teso a invertire questa tendenza.


Quindi lei non ha nostalgia della “Potenza che fu”?
Non sono nostalgico. Certo, da ragazzi eravamo più felici, avevamo il Potenza in Serie B…lo so che è uno stereotipo…, anzi, sa una cosa? Eravamo felici perché eravamo giovani.


Quindi avere nostalgia del passato della città a volte significa semplicemente avere nostalgia della propria gioventù?
Proprio così. Anche i nostri figli avranno nostalgia di QUESTI tempi.


L’anno scorso a Potenza c’è stato il Capodanno Rai. Alla fin fine, è servito a qualcosa?
Direi di no. A parte i danni subiti dalle magnolie in piazza Prefettura (c’è chi dice per colpa dei riflettori), sulla città non c’è stata alcuna ricaduta. Sì, quella sera c’era moltissima gente, ma venivano tutti da paesi vicini.


Ma il centro storico sta davvero morendo (come dicono in molti)?
Il post terremoto 80 ha fatto sì che i famosi “sottani” in qualche modo venissero “sanati”. C’era gente che li abitava. Oggi sono vuoti, le botteghe artigiane non ci sono più. Non vorremmo essere costretti a augurarci un nuovo sisma per riqualificare le cose.


C’è chi dice che lo svuotamento del centro storico sia stato un piano ordito a tavolino.
Può darsi, ma io non lo so. So solo che l’agonia di cui parla lei la verifico anch’io.


Torniamo a Dario Fo. Quale può essere “Il Mistero Buffo” della Basilicata o di Potenza?
Potremmo andare sul petrolio… o su altro. Ma direi che non so rispondere a questa domanda. “Interrogato il morto, non rispose”.


Il film che la rappresenta?
“Nuovo Cinema Paradiso”.


La canzone?
Preferisco dire il cantante: Pierangelo Bertoli. Una volta sentito lui, non riuscivo a “sopportare” nessun altro. Davvero strano.


Rimanendo in città: Pietro Basentini (che era suo cugino) o Michele di Potenza (di cui tutti conoscono le canzoni, ma che per molti rimane un “oggetto misterioso”)?
In realtà conoscevo anche Michele di Potenza, una persona sanguigna, istintiva; Pietro era più raffi nato, un ricercatore. Tornando a prima, direi che Michele di Potenza sta a Dino Bavusi, come Pietro Basentini sta a Dino Becagli.


Dàgli. Ma lo sa che Bavusi mi chiamerà dopo aver letto queste sue frasi?
Può dirgli che ho parlato con onestà intellettuale.


Il libro?
Sempre “Gli anni del nostro incanto” di Giuseppe Lupo.


Quindi fra Lupo e Cappelli, lei è della “fazione” Lupo?
(Ride) Assolutamente sì. Il poeta, o lo scrittore, deve avere coerenza con quello che scrive.


Cappelli non ce l’ha?
Non ho detto questo. Mi pare che fosse Butulescu a dire: «… ha scritto una poesia sull’alba, ma dubito che si sia alzato così presto».


Fra cent’anni, cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
Niente. Mi farò cremare.


Ma pare che in Basilicata non ci sia un forno crematorio.
A Pontecagnano sì. Con la cremazione, anche se l’anima è già volata via, non si rimane chiusi in un sarcofago. Magari si va a concimare un albero.


Quindi, lei, alla fine vuol diventare concime?
(Ride) Sì. Lo diventeremo tutti.