TORTORAportobello

Un Dottor Jekyll dai buoni sentimenti, ridotto a un Mr. Hyde da un “crimine” della giustizia. Quello di Enzo Tortora è stato un errore giudiziario senza precedenti, una tragedia umana il cui conto da pagare è stato pesante e gravissimo.

A raccontarlo agli studenti delle classi quinte del Liceo Pasolini di Potenza, Francesca Scopelliti, compagna del celebre conduttore televisivo e politico, arrestato nel giugno ‘83 con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico dalla procura di Napoli. Accuse fondate sulle rivelazioni di alcuni pentiti, prive di alcuna prova e dimostratesi poi totalmente false. Sette mesi di carcere, poi i domiciliari per motivi di salute, nel 1986 Tortora viene assolto con formula piena in appello. Il suo ritorno in tv, un anno dopo, coincise con la storica frase d’apertura “Dunque, dove eravamo rimasti?”.

ScopellitiFRANCESCA

«Un maestro di vita che ha segnato il ‘900, un uomo incuriosito dal sapere nonché un grande amico». Con queste parole Francesca Scopelliti descrive la persona Enzo Tortora, prima di parlare del suo calvario giudiziario, nell’ambito degli incontri tenuti dal Liceo Pasolini con le Camere Penali, in materia di legalità. Una donna fiera, che ha amato un uomo, lottato con un uomo pur non potendo andare a trovarlo in carcere non essendo legati da vincolo matrimoniale, una donna forte che continua a lottare e far sentire la sua voce, come Presidente della Fondazione Internazionale per la Giustizia intitolata proprio ad Enzo Tortora. “Per la battaglia di Enzo, l’incontro con i giovani è un momento fondamentale”, ha dichiarato la Scopelliti. “Mi è scoppiata dentro una bomba al cobalto”, scriveva Tortora dal carcere, consapevole del male che in poco tempo se lo sarebbe portato via.


Quella di Enzo Tortora è da considerarsi la pagina più triste del sistema giudiziario italiano. “Colpevole di essere innocente”, ha commentato in tante occasioni.
È la verità, quello di Enzo non fu proprio un errore, fu molto di più, perché ci fu la scelta precisa di non rimediare a quello che poteva essere l’errore provocato dopo l’arresto. Non ci fu la volontà di dire “Ci scusi, abbiamo sbagliato”. Sul nome di Enzo si basava l’intera inchiesta del maxi blitz napoletano, che non era più solo contro la Nuova Camorra Organizzata, ma che era diventato il “Processo Tortora”, per la popolarità del personaggio, per tutta la risonanza che aveva avuto. I due procuratori incaricati furono ribattezzati i “Maradona del diritto”, acquisendo subito una grande popolarità. A quel punto scoprendo che non vi erano le prove, ma solo la dichiarazione di due pentiti, avrebbero dovuto chiedere scusa. Non lo hanno fatto.. In una lettera lui me lo dice, “Oramai per loro DEVO essere colpevole”, dunque era colpevole proprio perché innocente.
Quali sentimenti si provano quando si subisce un’accusa ingiusta? C’è rabbia, rassegnazione?
Rassegnazione Enzo non ne ha mai avuta. Era uno spirito libero, come confermato in tutta la sua vita, anche all’inizio della sua carriera. È un uomo che non ha mai rinunciato al suo pensiero, a dire ciò che pensava e a pensare quello che diceva. Rabbia si, ma anche molta delusione. Oltre che essere libero era anche un uomo perbene, un vecchio signore dell’Ottocento che credeva che le istituzioni funzionassero, un uomo che si commuoveva al passaggio della fanfara dei bersaglieri. Era un puro, un uomo completamente estraneo, non innocente. Estraneo da tutto questo mondo nel quale venne coinvolto, con accuse anche pesanti, si parlava di appartenenza alla camorra, spaccio di droga. In quel momento cade davvero il mondo e ti viene da dire “Ho davvero sbagliato tutto”. Allora subentra la rabbia, la delusione, la frustrazione e l’impotenza rispetto al potere di chi lancia un’accusa e non vuole sentire ragioni, ma di contro c’è anche la forza e la determinazione di portare avanti una battaglia, prima per affermare la sua completa estraneità alle accuse rivolte, ma poi per portare fuori il caso Enzo Tortora, diventato ormai IL CASO ITALIA, per denunciare nelle sedi parlamentari europee quelle che erano le disfunzioni del nostro sistema penale.
L’esperienza del carcere in che modo cambia un uomo, e in questo caso un uomo innocente come era il suo Enzo?
Nelle lettere che mi scrive, lui parla di un’umanità strana. Ricevette dai suoi compagni di cella di Regina Coeli, un telegramma con scritto “Abbiamo capito che tu non c’entri nulla”. Alla fine questo mondo che è fatto di matricidi, violentatori, ladri, truffatori, si rivela un mondo di umanità. Nel carcere, Enzo ha avuto la capacità di rimanere un uomo semplice, capace di aiutare chi ne aveva bisogno. Per esempio ha aiutato un suo compagno di cella la cui moglie era malata di tumore, intercedendo per lui con il professor Veronesi, oppure ha aiutato un altro compagno che soffriva di enfi sema polmonare, fece in modo di fargli avere un ventilatore di plastica nei mesi di caldi, quando il carcere diventa pazzesco. E poi in carcere ha raccolto questa bestialità, questa disumanità e a quel punto si è impegnato affinché il carcere diventasse più vivibile, partendo da un principio costituzionale che oggi si afferma, perché ci sono anche i diritti del colpevole, perché chi commette un reato non è solo una bestia, ma rimane un uomo da recuperare.
Quale messaggio vuole lanciare oggi a questi ragazzi, molti dei quali magari intraprenderanno la carriera giudiziaria?
Il motivo per cui ho scritto il libro, Lettere a Francesca, non è celebrare Enzo, che era un uomo molto semplice, e non amava le celebrazioni. Il libro vuole essere un nuovo inizio della battaglia di Enzo che la morte ha interrotto. Porto avanti come presidente della Fondazione Tortora questa sua battaglia per la giustizia giusta, voluta da lui per volontà testamentarie. Sulla Giustizia il nostro paese ha da fare ancora tanta, ma tanta strada. La risalita la rappresentano questi giovani di oggi, la futura generazione, che diventerà la nuova classe dei giornalisti, dei magistrati, degli avvocati, i nuovi professionisti. Voglio sperare davvero che loro sappiano dare al nostro paese il risanamento che merita. Poi sono in Basilicata che è una terra che davvero sa darsi il colpo di reni necessario, sa rimettersi in piedi. Mi riferisco a Matera e all’’intera Basilicata, perciò so di parlare oggi a ragazzi di tempra forte che, se vogliono, possono farcela.

scopellitiTAVOLO