PranzoPERRONE

«Il percorso dei ponti tibetani di Sasso di Castalda si sviluppa sulle sponde del “Fosso Arenazzo” che si apre proprio ai piedi del suggestivo centro storico…». Inizia così, sul sito web ufficiale (http://www.pontetibetanosassodicastalda.com), la descrizione di quello che è stato il vero “exploit” turistico dell’estate appena trascorsa. Ma il “percorso” che porta al “Ponte alla Luna” (una campata di 300 metri a un’altezza di 120) –inaugurato pochi mesi fa- era già nato, anni addietro, nella testa del sindaco di Sasso di Castalda, il medico “peperino” Rocco Perrone. Il suo racconto di un’idea vincente, che però ha dovuto fare la gimcana fra scetticismo, pastoie burocratiche e forse anche qualche invidia, è anch’esso un’intensa avventura.


Come giustifica la sua esistenza?
Ho provato anche a stare lontano da Sasso (ho studiato a Siena), ma sono un sassese DOC, e quindi…Io vengo da una famiglia povera, di contadini, emigranti, persone che mi hanno indirizzato, col solo esempio. Oggi, pertanto, il mio scopo è quello di costruire opportunità, per tutti coloro che credono in questa terra. Ho fatto politica sin da ragazzino, mio padre era un comunista e mi ha insegnato che un futuro migliore lo si costruisce insieme agli altri.
Lei a Sasso è stato eletto con una lista civica.
Sì, per tenere dentro alcune cose. In realtà io sarei “a sinistra” del Pd. Non sono entrato in MdP (e neanche in Sinistra Italiana) pur avendo contribuito alla sua nascita in Basilicata. Mi è sembrato un progetto già visto, che si accartoccia in discussioni interne, non legate al vissuto vero dei nostri giovani. Non mi faccia fare il qualunquista dicendo «pensano solo alle loro carriere». (sorride). Sono uscito da tre anni dal Pd… alla fine erano solo guerre per bande. In qualsiasi momento c’erano da occupare delle postazioni, e io ho sempre fatto un passo indietro. Avevo un obiettivo in testa: sono sempre stato convinto che territori come quello di Sasso se la potevano giocare, nonostante tutto.
Sì, ma con quali carte?
Con queste: Sasso, la nostra regione e la dorsale dell’Appennino, sono destinati ad avere un’attenzione particolare da parte di nicchie di viaggiatori. Attenzione, non “turisti”, ma “viaggiatori” che amano il viaggio “emozionale”, che un posto amano scoprirlo. Il Ponte è infatti uno strumento, l’ho detto anche l’altra sera a Potenza quando ci hanno conferito il Premio Thalia: è un’attrazione particolare per indurre a scoprire posti incantevoli, che altrimenti rimarrebbero inesplorati.
Cosa c’è stato prima del Ponte alla Luna?
Di tutto, dalle mountain bike, alla Fiera del borgo antico. Ci siamo inventati il Palio di Sasso, i mercatini dell’antiquariato, abbiamo avuto un po’ di notorietà, ma a costi elevati sul bilancio corrente. Poi -parliamo del 2008/2009- quando cominciava a crescere l’attenzione verso il “Volo dell’Angelo” di Castelmezzano, pensai al ponte tibetano.
Gliel’ha ispirato un film di Indiana Jones?
In realtà no (ride), bensì i documentari sui grandi monti come l’Himalaya. Mi dissi che poteva essere una cosa bella, in un posto che richiamava anche la mia infanzia, essendoci nato e avendo io giocato in quei luoghi.
Quali furono le reazioni iniziali all’idea?
Non ci credeva nessuno (a eccezione del mio tecnico comunale e del tecnico che ha guidato la progettazione). Le racconto un aneddoto?
Sono qui per questo.
Anni fa mi trovavo, era fine dicembre, a un’assemblea dei sindaci del Programma Operativo Val d’Agri, alla presenza del Governatore di allora, De Filippo, e del direttore di quel Programma, Franco Pesce. A un certo punto notai una strana “processione” verso i due: i sindaci andavano a “bussare a denari”. Un esperto ingegnere mio amico, lì presente, suggerì anche a me di chiedere, e di puntare “in alto”, perché quello –disse- era “il momento giusto”. Fu così che tirai fuori il progetto del Ponte Tibetano (inizialmente avevo un’idea piuttosto limitata). Pensammo di chiedere 400 mila euro: 150 mila in realtà li avevamo già, perciò servivano solo 250. La risposta lì per lì fu “sì”, ma poi passarono due anni. Non c’erano fondi.
Come si è sbrogliata la matassa?
Inizialmente in Val D’Agri volevano fare una cosa spropositata su Annibale e i Romani, ma si resero conto che costava esageratamente, e così finanziarono il mio progetto, che man mano è diventato molto più grande.
Diceva, però, che non tutti capivano.
I cittadini –e non solo loro- mi dicevano di pensare alla fognatura, a trovare posti di lavoro… e di lasciar perdere questi “pazziarielli”. Ma poi ci furono due persone che mi spronarono e mi aiutarono: Gianpiero Perri dell’Apt (che, portato sul posto, fu entusiasta), e Antonio Luongo, che chiamò -davanti a me- Vito De Filippo, suggerendogli addirittura di fare inaugurare il ponte al Dalai Lama.
E De Filippo?
Mi ricevette due giorni dopo: gli ri-spiegai tutto per bene e mi mandò all’APT, dove il progetto divenne tutto quello che è ora: il primo ponte tibetano, il Ponte alla Luna, lo skywalk, con tutto il percorso. Voglio sottolineare, tra le buone pratiche della pubblica amministrazione, anche Franco Pesce che ci ha seguiti dall’inizio, e Mariano Schiavone dell’Apt, i tecnici e la ditta che si è aggiudicata l’appalto. In questo progetto ognuno ci ha messo qualcosa di suo. Come si dice qui, “la preta vai a lu muric’n”, una cosa buona richiama le altre, finanziamenti richiamano altri finanziamenti. Infatti, con ulteriori soldi che abbiamo a disposizione, ora illumineremo il vallone in modo artistico, metteremo dei segnapassi nei sentieri di raccordo, i ponti saranno illuminati con dei catarifrangenti.
Ma lei dove vuole arrivare? Qual è la “visione” finale che ha di Sasso?
Voglio creare un sistema per attrarre persone anche dall’estero, che possano venire a godersi questi posti, per almeno due tre giorni, per poi raccontare di aver vissuto un’esperienza straordinaria.
Ma questa cosa ha poi creato i posti di lavoro di cui sopra?
Non c’è solo la gestione del Ponte, che richiede una decina di persone, ma bisogna tener presente tutti quei ristoratori che prima arrancavano parecchio: ora si sono sistemati bene, hanno cominciato ad assumere personale. Sono nati quattro B&B, e pure gli affittacamere hanno ripreso a lavorare.
Che numeri ci può dare ad oggi?
Il numero preciso di biglietti venduti lo avrò a giorni, ma sono superiori a 20 mila, fi no alla settimana scorsa. Siamo il primo attrattore per biglietti staccati.
Il costo del biglietto?
15 euro. Per i gruppi superiori a 20 persone, scende a 12 euro
Il costo dell’opera?
Si aggira intorno al milione e due.
In quanto tempo pensa di rientrare nei costi?
Beh, finora abbiamo superato i 200 mila euro…
…in 5 anni dovreste rientrare.
La manutenzione è a costo zero, siccome non ci sono corde, vanno controllati solo i bulloni, in caso di vandalismo. I sistemi di sicurezza e controllo sono ben visibili: non c’è alcun rischio di caduta ed è anche a prova di istinti “suicidi”.
C’è qualche politico che ha provato il percorso?
Parecchi. L’assessore Benedetto, l’assessore Braia, un po’ di sindaci. De Filippo era presente all’inaugurazione, ma non fece il percorso.
Quante volte lei ha fatto il percorso?
L’altro ieri l’avrò fatto per la 25esima volta.
La prima volta cosa ha provato?
Una sensazione straordinaria, quella di un “altro” punto di vista, come se si stesse sospesi nell’aria, non in volo rapido –come a Castelmezzano- ma come una libellula. Sei lì, stai fermo, se vuoi puoi fare una foto… ci sono gruppi di visitatori che cantano, magari per allentare la tensione.
Perché “Il Ponte alla Luna”?
Innanzitutto, perché quando vuoi fare una cosa e comunicarla al mondo, non puoi dire semplicemente il “Ponte sull’Arenazzo”, chiunque lo bypasserebbe, anche su internet. Ci voleva un nome suggestivo, un po’ come “Il Volo dell’Angelo”. E così, anche contro il parere di alcuni collaboratori, scelsi il nome “Ponte alla Luna”. Innanzitutto perché noi siamo anche il paese che ha dato i natali ai genitori di Rocco Petrone, ingegnere della Nasa, responsabile dei lanci Apollo, che ha quindi contribuito molto più di altri all’atterraggio sulla Luna. E poi perché, sì, il precorso lo si può fare anche di notte, ed è per questo motivo che devo ancora intercettare quei gruppi di ragazzi che sono ad un’ora di macchina, e che magari non sanno come passare le serate.
Oggi si parla molto di Basilicata cinematografi ca, le interesserebbe intercettare anche il cinema?
Ci ho provato, anche con qualcuno della Lucana Film Commission, ma non mi hanno mai portato nessuno.
Lei ha portato Pittella in giro per il Paese, a braccetto: che cosa gli ha detto in merito a Sasso e alla Basilicata?
Siamo amici, e gli ho detto: «Marcè, questa è la dimostrazione che se uno ha un’idea in testa -e non è quella di farsi i cazzi suoi e basta- l’idea la realizza, perché non sono i fondi quelli che mancano». Potrei sembrare poco modesto, ma Sasso è un esempio di come, se l’idea è vincente e condivisa, la si realizza. Ma bisogna andare oltre e sognare in grande.
Abbiamo detto che dal Ponte non cade nessuno, ma facciamo un gioco. Delle persone e delle cose che stanno in Basilicata, cosa butterebbe giù dal Ponte?
Butterei tanta mediocrità che si trova in molte persone e che oscura la buona volontà e la voglia di fare di tante altre. Mi riferisco anche alla Pubblica Amministrazione.
A volte le invidie possono bloccare le buone idee?
Si.
Si è fatto qualche nemico da quando ha realizzato il Ponte?
Nemici non lo so, ma forse -sì- il successo rende un po’ antipatici. Faccio un esempio, Ho ricevuto il Premio Thalia e, le dico la verità, non sapevo neanche esistesse. Più che il premio in sé, è bella la motivazione, cioè premiare CHI FA, piuttosto chi organizza solo convegni. La notizia è uscita su tutti i giornali, ma giuro di non aver ricevuto nemmeno una telefonata da un sindaco, da un politico regionale, nessuno. La paura qual è? Che io utilizzi questo successo per candidarmi alla Regione. A me non interessa.
Quindi non si candiderà alla Regione?
Non lo escludo, ma la questione è che noi dobbiamo candidare “un progetto”. Questa regione è il Centro del Meridione, ma è come una” rotatoria”: tutti ci girano attorno, ma nessuno si ferma, e se lo fanno è solo per sfruttare alcune cose. La prima cosa che bisognava fare, è un collegamento con la Puglia e la Calabria, in quanto le strade sono i centri di vita e sviluppo, ma noi non ce li abbiamo. Abbiamo fatto di tutto e di più, tranne questo.
Prima ha nominato Luongo: cos’ha perso, con la sua improvvisa scomparsa, la politica lucana?
Ha perso tanto, tra cui la capacità di progettare. Antonio Luogo è stato negli anni colui che ha avuto la capacità di immaginare un nuovo centrosinistra. Oggi serve mettere in campo un’idea che sia un sogno, che sia capace di attirare l’attenzione, la condivisione, ma anche la discussione violenta di tanti ragazzi della nostra regione. Dovremmo ascoltarli di più, cosa che avviene quando vanno fuori e poi hanno successo. Anche qui dovremmo fare lo stesso, abbiamo tanti fondi, ma nessuno ne parla: dal petrolio ai soldi che la Puglia dovrebbe destinarci per l’acqua delle nostre sorgenti. Anche in merito ai forestali, il loro lavoro dovrebbe essere rivisitato.
Il film che la rappresenta?
“El Topo” di Alejandro Jodorowsky: un western misticoesoterico- onirico.
Il libro?
“Lucantropi” è proprio un bel libro. Se vogliamo uscire dalla saggistica pura, invece, direi “Il Pendolo di Foucault”, che è quello a cui sono più legato, al pari di “L’amore ai tempi del colera” di Garcia Marquez.
La canzone?
“Preghiera in Gennaio”, canzone che De Andrè dedicò a Tenco dopo la sua morte. Sono molto legato a De Andrè, che avevo conosciuto grazie ad un altro medico comunista poi ucciso dalla Camorra.
Cosa le piacerebbe ci fosse scritto su un’eventuale targa scoperta tra cent’anni sul Ponte?
«Amò questa terra più di se stesso».