pranzoPisani

I dottori agronomi e i dottori forestali sono figure polivalenti: si occupano, per meglio riassumere, di tutte quelle attività volte a valorizzare e gestire i processi produttivi agricoli, zootecnici e forestali, a tutelare l’ambiente e, in generale, le attività riguardanti il mondo rurale. I Lucani che esercitano questa professione sono 450 nella provincia di Potenza e 270 in quella di Matera. Presidente dell’Ordine dei dottori Agronomi e dei dottori Forestali della Provincia di Potenza, nonché Presidente della corrispondente federazione Regionale, è Domenico Pisani.

Pur essendo Potenza la città delle “relazioni corte”, è la prima volta che allo scrivente capita di intervistare un ex compagno di classe. Lui è rimasto praticamente uguale. Lo scrivente no. Il “lei” utilizzato nell’intervista, pertanto, è solamente per “par condicio”.


Come giustifica la sua esistenza?
In questo periodo lo scopo della mia vita è l’Ordine Professionale. Quando faccio una cosa, infatti, ci metto tutto me stesso. Sono agronomo dal 2002 e Presidente dell’Ordine dal 2014.
La scorsa settimana, seduto qui al suo posto, il Presidente dell’Ordine dei Medici rivendicava un maggior coinvolgimento, nei processi decisionali, da parte dell’ente Regione. Si sente di sottoscriverlo, per quanto attiene al suo Ordine?
Direi di sì. In sede di programmazione regionale, quando è stato scritto il PSR, noi non siamo stati coinvolti. Pertanto, oggi ci troviamo con delle scelte che sono più “politiche” che “tecniche”. La convocazione preventiva di tavoli tecnici avrebbe magari risolto problematiche che noi abbiamo riscontrato.
Se dovesse dirne una?
Beh, la normativa sugli usi civici è stata riscritta, e bene, anche grazie all’attenzione riservata a noi della parte “tecnica”, mentre la norma sulla forestazione –ad esempio- la riforma l’attende ancora, da quasi vent’anni. Nel frattempo molte cose sono cambiate, si sono evolute, ma la categoria non è stata coinvolta. Il tavolo tecnico, invece, è una cosa utilissima, perché consente alla Regione di potersi avvalere di esperti e professionisti a titolo gratuito. Devo dire, però, che piano piano, anche bacchettandolo, l’assessore Braia ha via via mostrato apertura nei nostri confronti. Direi che con la mia “tigna” ci sono riuscito.
La preservazione e la sicurezza dei nostri prodotti tipici è uno degli aspetti più pregnanti e indifferibili. Le attuali norme tutelano da sgradite “sorprese”? Possiamo essere sicuri che i prodotti “lucani”, come il Pane di Matera, siano effettivamente confezionati con materie prime “lucane” e non – ad esempio- canadesi?
Purtroppo le attuali norme, regionali, nazionali, comunitarie, non tutelano la provenienza delle materie prime. Addirittura, nel certificato di macellazione dell’agnello delle Dolomiti Lucane, se non ci fosse il relativo marchio –certificato, ma non previsto dalla normativa vigente- per legge non si sarebbe potuto scrivere che è di provenienza locale, ma semplicemente “nazionale”. Ergo, l’unico modo per dare una garanzia sulla provenienza territoriale, è quella di aderire a marchi comunitari o volontari, quale può essere il disciplinare del Pane di Matera, che tuttavia non conosco bene. Nel caso dell’Agnello delle Dolomiti, che invece ho seguito da vicino, i produttori hanno deciso di scrivere nel disciplinare –decidendo contestualmente di sottoporsi a controlli pubbliciche gli animali dovevano essere allevati in un’area ben precisa.
Ma tutta questa attenzione su Matera 2019, il fatto che la Basilicata oggi vada “di moda”…
…sì, da cittadino, mi rendo conto, in effetti, che per ottenere una certezza matematica su un prodotto, oggi occorre essere quasi laureati. Il rischio che qualcuno approfitti di questa esposizione mediatica, utilizzando impropriamente simboli e suggestioni lucani ci può essere. Occorre vigilare, anche perché, con Matera 2019, forse non si è ancora in grado di soddisfare tutta la richiesta che si è creata.
L’agricoltura “collinare” lucana, ha ancora una sua ragion d’essere?
Proprio recentemente, è stato istituito “il prodotto di montagna”, che deve rispettare determinate caratteristiche, e che è stato ben definito.
Un territorio abbandonato diventa insostenibile per i costi derivanti dai danni idrogeologici. Come impedire l’abbandono delle campagne lucane?
Investendo sui giovani. E devo riconoscere che la programmazione regionale, con alcune misure recentemente adottate, ha stanziato diversi milioni di euro a questo scopo. Parliamo di 4-500 aziende che si potranno reinsediare sul territorio lucano. Sono stati previsti dei fondi per i “primi insediati” (per non abbandonare i terreni e farli subentrare nell’azienda), e altri ancora da distribuire nelle aziende ordinarie, all’interno delle quali vengono favoriti i giovani: si dà un punteggio alle aziende che non sono “prime insediate”, ma che hanno meno di 40 anni. Nella programmazione precedente, il “primo insediato” aveva fi no a 40mila euro, oggi fi no a 70mila. La tendenza è quindi non fare interventi “a pioggia”, ma premiare quelli col progetto migliore.
L’impiego del territorio lucano in agricoltura, rispecchia le vocazioni locali, o anch’esso soggiace alle “mode del tempo” nella prospettiva di facili guadagni?
No, rispecchia perfettamente il territorio, e non potrebbe essere diversamente. La “spontaneità” (penso alla vacca podolica o agli altri animali rustici) va sostenuta: se c’è una presenza cospicua di pascoli, è consequenziale e conveniente che ci sia uno sfruttamento degli stessi. Dobbiamo semplicemente utilizzare la nostra storia e riproporla con le tecnologie nuove. Per esempio, producendo il caciocavallo podolico, occorre immettere le tecniche del passato all’interno dei processi produttivi attuali, rispettando le caratteristiche delle materie prime. Non avrebbe senso produrre prodotti che in Basilicata non hanno una propria spontaneità.
Capita spesso di leggere nei libri che la Basilicata “non è più quella della civiltà contadina di un tempo”. Ma secondo lei oggi la Basilicata “COSA” è?
(SORRIDE). In effetti si fa fatica a dare una risposta. Diciamo che la Basilicata è divisa in macro settori, tra questi abbiamo le attività estrattive che tutti conosciamo, e che probabilmente possono collimare con le produzioni. Purché vengano monitorati quelli che sono gli impatti e le immissioni….
Quindi lei non è tra quelli che dicono “più soppressata meno petrolio?
No, secondo me le due cose possono e devono coesistere, in quanto –non dimentichiamocelo- in Basilicata utilizziamo i fondi delle royalties per creare un bilancio. Non è detto che nei luoghi in cui si estrae non si possa continuare anche a produrre prodotti qualità. Se ci facciamo prendere dalla paura della contaminazione, non ne usciamo più. Ovvio che tutto il discorso, come dicevo, verte sui controlli. Io credo molto nello Stato e nelle istituzioni, che devono essere garanti in questo tipo di processo.
Se potesse prendere sottobraccio Braia o Pittella, cosa chiederebbe a proposito dell’investimento dei fondi comunitari?
C’è un quantitativo di soldi che nelle vecchie programmazioni non era destinato ai comuni, e invece adesso sì. Io direi: meno soldi alla pubblica amministrazione in generale e più soldi all’imprenditoria agricola. Dato che quella è la “coperta”, io preferirei tirarla verso le imprese private. C’è infatti bisogno di recuperare una perdita che avvenuta a livello globale: si sono aperti i mercati, sono arrivati i prodotti da fuori, le economie hanno permesso di produrre all’estero a costi inferiori e portare poi in Italia prodotti che sono stati trasformati fuori. In tutto questo, avviene uno scompenso, perciò in questo momento sarebbe più opportuno investire sulle imprese.
Come presidente dell’Ordine degli Agronomi sicuramente ha rapporti con imprenditori agricoli. Che aria si respira?
Il morale in questi ultimi due anni è leggermente salito, ma di pochi punti percentuali. Per diversi anni è stato sempre in discesa, in agricoltura abbiamo toccato il fondo. Adesso siamo un pochettino in ripresa, in particolare mi riferisco soprattutto al settore zootecnico; il latte e il grano vengono pagati un po’ in più. Purtroppo i mercati cambiano spesso… vede, l’imprenditore agricolo tende a lamentarsi tanto, ma perché LAVORA tanto. Chi si occupa della produzione delle materie prime o della loro trasformazione, lavora per 365 giorni all’anno, e non solo otto ore al giorno. In particolare chi si occupa di zootecnia non conosce periodi di festività: gli animali non rispondono come gli umani al fermo delle feste. Quello agricolo è un imprenditore molto sotto pressione ed è quindi giusto che si lamenti, il suo reddito non collima con il suo impegno.
Lei è laureato, ma in Basilicata chi manderebbe a “zappare la terra”?
Chiaramente io non la vedo come una cosa dispregiativa, ma colgo l’invito a scherzarci su: manderei a zappare sicuramente molte figure del pubblico impiego. Nella macchina burocratica, che può essere la Regione, la Provincia o il Comune -lo dico più da cittadino e non da presidente o professionista spesso ci troviamo di fronte a una burocrazia eccessiva. Tuttavia, sembra che la stessa Regione Basilicata stia cercando di snellire attraverso processi telematici. Si tratta di un Business Plan, il BPOL, che permette di velocizzare molti processi on-line, come quelli relativi alla presentazione di un progetto. Tuttavia, sempre da cittadino, spesso mi reco presso la pubblica amministrazione, e ho diffi coltà a dire che le cose vanno bene: si trovano a volte anche delle persone che fanno finta di non capire e tardano nella risposta. Per esempio, nel Dipartimento Ambiente regionale si riscontrano dei seri problemi circa il rilascio di nulla osta per le valutazioni d’impatto o incidenza. Pensiamo alle famose recinzioni per tutelarsi dai danni creati dai cinghiali. Questo meccanismo va a bloccare tutto. Per l’imprenditore che attende dei permessi per costruire, se una risposta non è immediata, ci possono essere delle ripercussioni non indifferenti. Spesso, sono singole figure a creare il problema. Si dovrebbe lavorare un po’ più con coscienza e ci dovrebbero essere maggiori controlli: se il problema lo crea un funzionario, il primo a rispondere deve esserne il dirigente.
Veniamo a questioni più “cittadine”. Da alcuni mesi l’Ordine a Potenza è allocato presso la storica Torre Guevara. Un simbolo della città che, incredibilmente, versava nell’abbandono.
Sì, è stata chiusa per vent’anni. Essendo noi un ente pubblico, e la prima cosa da fare è sempre la Spending Review, dovevo trovare qualcuno che ci offriva un posto gratis, e cioè un altro ente pubblico. All’inizio avevamo individuato un locale della Provincia vicino al parco Baden Powell. Ma un giorno, mentre passeggiavo nel centro storico, c’era il cancello aperto ed entrai a dare un’occhiata. Scoprii che era della Provincia: me la fecero visitare e la trovai in condizioni pessime, sia all’interno che all’esterno. In realtà era stata ristrutturata dalla Sovraintendenza, ma c’era la necessità di mettere i riscaldamenti e altri interventi. Decidemmo di proporre dunque lo spostamento dell’ordine degli agronomi presso la Torre, e il Presidente della Provincia Valluzzi si rese disponibile ad assecondare il progetto di riapertura. Forse anche perché non c’erano molti soldi, ci venne dato questo bene in concessione di comodato d’uso gratuito e cinque mesi fa abbiamo firmato.
I lavori come procedono? Esistono degli orari per le visite del pubblico?
In un anno abbiamo bonificato tutto grazie a degli operatori forestali. Ci siamo trasferiti lì a luglio e durante gli orari di segreteria (affissi) è possibile passeggiare nel parco, nonché visitare i tre piani della torre. C’è inoltre in ballo un programma più ampio di riqualificazione, ammontante a 500mila euro, e rientrante nei fondi Fesr del Comune. E’ un progetto di riqualificazione di tutta l’area.
Il film che la rappresenta?
Amo tutti i film di Troisi.
La canzone?
“C’è chi dice no” di Vasco Rossi
Il libro?
Quelli di Diego Cugia, forse li ho letti un momento della mia vita in cui mi hanno particolarmente colpito.
Tra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
In realtà io vorrei essere cremato, perciò molto spazio sull’urna non c’è. Cerco di fare qualcosa di utile per la collettività, spero che nel mio piccolo tutte le cose che faccio possono rimanere, per esempio la Torre Guevara.