INTEVRISTApittella

I lucani sono un popolo serio, onesto e dedito al lavoro. Un popolo che è disposto al sacrificio e che realizza grandi imprese. E che spesso crede poco in sé. Ne abbiamo indagato le motivazioni con il Governatore Marcello Pittella al quale abbiamo sottoposto una selezione di temi, al termine di una lunga inchiesta su alcune macroaree quali sviluppo, innovazione e occupazione.


INNOVAZIONE E TRADIZIONE

 

Come si coniuga la vocazione essenzialmente tradizionale della nostra regione col necessario adeguamento in termini di innovazione digitale?
A volere esaminare i dati di ritorno, la risposta è più soddisfacente delle aspettative. Se dovessi considerare tre parametri, microcredito, start up innovative e CreOpportunità (anche quello legato alle libere professioni), e stando ai numeri, mi rendo conto che c’è una grande sollecitazione del privato verso l’auto-impresa e verso l’innovazione, straordinaria rispetto al passato. È evidente che c’è un segmento di società che ha una difficoltà a cogliere la sfida di questo tempo tutta protesa verso la ricerca e la capacità di mettersi in discussione; è un po’ quel segmento che non ha studio e profilo professionale adeguati, che culturalmente ha difficoltà a comprendere i fenomeni. Abbiamo contestualmente bisogno di infondere e tradurre le conoscenze -perché altrimenti quel pezzo rischiamo di perderlo- e dall’altro di fornire una risposta più tradizionale (penso ai cinquantenni usciti dal mondo del lavoro ai quali non si può proporre l’innovazione senza un know how di fattispecie). Tenere insieme attraverso una miscela tra generazioni, il nuovo con un approccio tradizionale, è l’iniziativa che noi proviamo a mettere in campo. Da un lato abbiamo trasferimento tecnologico, innovazione e ricerca e dall’altro Reddito Minimo di Inserimento, più una serie di interventi che provano a rimettere nel circuito quelle persone. O le teniamo insieme, o non funziona.
Eppure i giovani continuano ad andare via, sebbene con l’innovazione si possa lavorare in loco da qualsiasi paese lucano.
Osservazione corretta. È pur vero che la comunicazione, l’informazione non sempre riconsegnano il virtuosismo che ci attendiamo, per responsabilità di tutti. Il circuito va rodato, collaudato e rafforzato, perché non si coglie ancora appieno, ma la risposta è positiva; l’opportunità -attraverso la digital transformation- di dialogare e fare impresa nel mondo è enorme, ma lo si fa soltanto acuendo l’ingegno, con il mettere a fuoco le potenzialità che ognuno possiede. Del resto, la storia di Steve Jobs che parte dal garage ce la dice lunga. Di start up innovative in Basilicata ce ne sono tante.

 

ESSERE “NORMALMENTE SPECIALI”

 

Noi Lucani siamo bravi. Perché non riesce a essere “normale” questa considerazione di noi stessi? A volte, quando un Lucano ha successo in qualcosa, ne parliamo in un modo eccessivamente enfatico, quasi da far sembrare tutti gli altri degli incapaci. Oppure, si va a cercare nel nostro passato con il lanternino: «Era lucano il cameriere di Elvis Presley …».
Noi siamo un po’ affl itti dalla sindrome della tristezza; se non rispolveriamo un sentimento di autostima e ci riconosciamo per quello che siamo, perché oggettivamente di peculiarità positive ne abbiamo, saremo sempre coloro che piangeranno su loro stessi, ripiegati sulle frustrazioni. Non tutto va male per forza. Qualcosa va più che bene e se ci mettessimo entusiasmo ulteriore, altre potrebbero andare meglio. Lo stesso vale per il turismo: la battaglia è tutta culturale, tra chi spinge all’inverosimile sul “ce la possiamo fare e dobbiamo crederci” e chi vive rassegnato anche nei momenti di fortuna. Se viviamo con l’idea che dietro l’angolo ci sia per forza una catastrofe, la regione non crescerà mai.


LA PROGRAMMAZIONE REGIONALE

 

La Basilicata nel Documento di Programmazione Economica è stata definita con tre aggettivi interessanti: Competitiva, Aperta e Partecipata.
“Competitiva” perché non ha nulla da invidiare alle altre regioni e deve assumere sempre più la consapevolezza di essere nel mondo globale, una regione virtuosa che può dire la sua più di altre; perché ha margine di crescita maggiore e lo sta dimostrando, anche per un gap che viene da lontano.“Aperta” perché ha bisogno di sprovincializzarsi. Noi continuiamo a vivere di invidie, gelosie, maldicenze inutili come se usando questa leva costruissimo il futuro della nostra società. “Partecipata” perché penso che non solo un gruppetto al comando risolva il problema, c’è bisogno di avere una forma diretta di coinvolgimento. Quanti conoscono gli obiettivi strategici della programmazione? Nessuno o pochi. Quanti conoscono davvero le opportunità che offriamo?
Lei da un po’ non fa più “dirette” su Facebook.
Per il momento ho preferito mettermi sul territorio e girare, discutendo per tematiche. Ho richiesto espressamente di entrare nei consigli comunali; a Melfi , a Rionero, a Villa d’Agri, sono già stato e andrò anche a inaugurare il presidio di Tinchi. Parlo di Sanità.


I CAMBIAMENTI NELLA SANITA’

 

L’inaugurazione della Radioterapia al San Carlo, dalle parti di Rionero, è stata vista con timori e preoccupazione.
Noi avevamo la necessità, legata a norme, di mettere in rete la nostra capacità di rispondere alla domanda di salute. Le norme sono la Legge 161, il DM 70 e il tetto sul reclutamento del personale. Non possiamo non attendere a queste regole. Altrove hanno chiuso, noi abbiamo deciso di non chiudere e di ottimizzare la risposta e abbiamo riorganizzato su tre pilastri: emergenza/ urgenza (118 ed elisoccorso anche notturno); in seconda istanza il territorio si è sempre confuso con gli ospedali, soprattutto quelli che hanno recuperato più risorse, e la terza è la rete delle acuzie, San Carlo con i tre Psa e Madonna delle Grazie con il suo Psa che è Policoro. Questi pilastri stanno dando le risposte, ci vuole il tempo, però, come in tutte le riorganizzazioni. Proviamo a riconoscere le vocazioni; lo abbiamo scritto nel Piano Sanitario approvato in Giunta per quanto lo abbiamo lasciato aperto in consiglio e in commissione. Il Crob è l’hub per la ricerca scientifica sulle patologie oncologiche, la terapia, il coordinamento sulla rete oncologica che va espletata sull’intero territorio. Su questo e sull’autonomia gestionale e amministrativa, non c’è discussione. Che poi si voglia aggiungere la genetica e più una serie di altre opportunità, abbiamo già manifestato la disponibilità, e abbiamo confermato che il management futuro dovrà e potrà fare questo investimento. Ai 600.000 euro sul personale, ne abbiamo aggiunti 800.000, per cui sono in grado di andare avanti in dotazione di personale; hanno un’attrezzatura straordinaria e con la Funzione Pubblica oltre 30 ricercatori potranno, infi ne, andare in rinnovo e proroga. Ma bisogna espletare le funzioni. La Radioterapia a Potenza non è occasione per sottrarre il ruolo, il coordinamento è sempre in capo al Crob; viene intesa come un servizio che diamo in prossimità al cittadino. Venire da Terranova a Rionero per due secondi non è semplicissimo. Già con Potenza si accorcia il tempo. Se poi la facessimo anche nei luoghi frontalieri -pensiamo a Matera che è sporta verso la Puglia e pensiamo all’area Sud che non ha la Radioterapia né nell’alto Jonio cosentino né nel basso Cilentano - potremmo accogliere tutti. Penso che faremmo un servizio Sociale e aumenteremmo cospicuamente l’attrattività sanitaria lucana. Molte cose che accadono forse sono più legate al sentire comune, ai luoghi comuni, ogni tanto anche a qualche strumentalizzazione politica. Siamo pronti per inaugurare la struttura materno-infantile a Melfi e sembrava, qualche mese fa, che dovessimo chiudere; abbiamo mandato 4 facenti funzione Primari e qualche mese fa si pensava di dover chiudere tutti i reparti; abbiamo bandito i concorsi, e ciò significa unicamente che c’è volontà di potenziamento. Approfondire è inevitabile per dare contezza di ciò che facciamo ai cittadini. Il mio giro non serve solo per tranquillizzare, ma anche per far toccare con mano, con atti consumati, qual è la strategia di visione; se nonostante questo c’è chi vive di sfiducia, lo posso comprendere, ma è altrettanto verosimile che non costruiamo la sorte futura guardando al passato.


LA POVERTA’, IL REDDITO MINIMO D’INSERIMENTO E IL “DOPO”

 

Presidente Pittella, veniamo al Reddito Minimo d’Inserimento. Non saremo partiti troppo tardi?
Provo a spiegare il ritardo. I soldi (il decreto non passa senza soldi) li otteniamo a fine 2016, perché l’idea è stata concepita prima, poi abbiamo tentato di cambiare la famosa legge 45, il Decreto Interministeriale, le schede e i permessi e fino ad arrivare al decreto di riconoscimento. Recuperiamo sostanzialmente le risorse a dicembre 2016 e lo facciamo partire prima che finisca il 2017. Se dovessi spiegare 24 passaggi da iter amministrativo- burocratico dopo il 2016 a oggi, sarebbe complesso. La formazione, le visite mediche per l’idoneità, le risorse da trovare e da dare ai comuni in quota parte, la convenzione con la Lab e l’autorizzazione di Inail e Inps, sono state un fardello. È evidente, per oggettività, che a voler spingere ulteriormente avremmo potuto recuperare forse un mese, non di più. Perché non consideriamo cos’è accaduto in Italia? Prima di noi è partita solo una regione. Il governo nazionale arriva oggi, gli effetti ancora non si calcolano con posta iniziale esigua. Dall’istituire un capitolo, metterci i soldi e realizzarlo, c’è un tempo. Noi lo abbiamo fatto e siamo in corsa.
Ma “dopo”, cosa accadrà?
Dobbiamo lavorare sulle cose che abbiamo già immaginato. I bandi che stiamo facendo sulle politiche attive del lavoro, e che hanno priorità per coloro che fanno parte della platea di cui sopra, con incentivazione per coloro che vogliono fare impresa e assumere i protagonisti. Fra tre anni, si rinnova il progetto? Con quali risorse? Diventa una sorta di L. 285 di un tempo? Dobbiamo evitarlo! Non sarà semplicissimo, perché mettere nel circuito lavorativo 5.000 persone è titanico. Io dico, troviamo tutte le applicazioni (agricoltura, edilizia, attività produttive) e mettiamole a sistema; altri cercheranno il lavoro da soli, perché non è facile campare una famiglia con 500 euro al mese, oggettivamente.
C’è però una dicotomia tra la flessione in positivo del Pil, i dati sull’occupazione fornita dallo Svimez e i numeri preoccupanti rilevati dall’Osservatorio diocesano sulle Povertà e le Risorse. La povertà si è sfaccettata come i bisogni, del resto. Si registra molta solitudine. Che ne pensa?
È un fenomeno che andrebbe analizzato su basi trasversali, anche psico-antropologiche, se vogliamo. C’è una crisi significativa, non solo economico- finanziaria, ma anche valoriale. Una evoluzione rapida della società verso l’innovazione e gli individualismi, non aiuta a mantenerla coesa. In questo senso, la frustrazione che prova un soggetto che non ce la fa, di fatto, si sfoga in due modi: una reazione “di pancia” oppure una chiusura a riccio, una sorta di isolamento. Il tema è: da un lato affrontare il capitolo delle disuguaglianze e quindi la ridistribuzione delle ricchezze, dall’altro, in Italia va ricostruito il welfare. È cambiato il bisogno della società. E chi lo fa? Solo i singoli territori? O, piuttosto, una nazione deve riscrivere il welfare in base a una fetta di società che ha bisogni nuovi e non ce la fa a recuperare? Altra questione: dobbiamo evitare di allargare la forbice della Povertà; oggi la media borghesia non esiste più ed è diventata la “fascia alta” della povertà, cioè persone non proprio a reddito zero. Tutto sta all’interno di una dinamica. La sola analisi dei numeri ci crea allarme. Andiamo più in fondo: l’effetto del globale, inevitabilmente ci conduce in questo riverbero; occhio ai costi standard, occhio a ridefinire politiche pubbliche che tengano conto di chi non arriva a fi ne mese rispetto a chi ci riesce: porto l’esempio di alcune regioni del Mezzogiorno che hanno la nostra orografia e per le quali un servizio pubblico ha un costo maggiore rispetto alla Lombardia! Tutto si mette insieme e se non viene affrontato diviene occasione di implosione. Non si tratta solo di “trovare il lavoro”, pur indispensabile e primario, ma anche di mettere in condizione un cittadino che non è nato oggi di poter vivere la modernità, rispetto a chi vive la sfi da perché appartiene ai tempi attuali. Ciò comporta anche l’alfabetizzazione digitale dei nostri anziani e l’attenzione verso chi decide di continuare a vivere in un paesino con 700 abitanti, in cui il costo standard del trasporto pubblico è differente da quello di una città metropolitana. Chi regola questi aspetti? È ancora una impresa difficile, non ci sono sempre risorse, ci sarebbe bisogno che altri (almeno per cornice oltre che per sostenibilità), dicano come lavorarci su. Quando mi sono insediato feci un’operazione verità, cioè una fotografi a della Basilicata. Avevamo il 17,4% di disoccupazione, e la povertà oltre il 40%. Cosa abbiamo fatto in questo ultimo periodo? Non mi riferisco solo alla Svimez (essendo onesti, si deve considerare che quei numeri sono usciti a ridosso della precedente programmazione e fisiologicamente c’era il segno positivo); ma nel 2016 leggiamo il + 2.1% sul Pil che ci conferma un avanzamento. Non basta. Solo nel 2016 noi recuperiamo quattro punti sulla povertà e recuperiamo anche sulla disoccupazione percentuali significative che ci conducono al 12.8%. Chiaramente non siamo nella media nazionale di 11.2%, però il dato ci invoglia ad andare avanti. Forse siamo sulla strada giusta, continuiamo a lavorare.

 

MATERA 2019 E L’IMMAGINE “ESPORTATA” DELLA BASILICATA

 

Come Matera 2019 ha influito sulla Programmazione regionale?
Recuperiamo immediatamente i tre aggettivi discussi in precedenza. Matera ci restituisce il valore di questo trinomio, non senza difficoltà perché a volte registriamo una resistenza, ma riteniamo che debba divenire il vettore della Basilicata verso futuro e competitività.
La Basilicata conta sul cinema, sugli investimenti a esso connessi. L’ultimo film messo in onda, “Un paese quasi perfetto” (per quanto abbia significato turismo e movimento economico) ha espresso della Basilicata l’immagine ormai consueta della terra di paesini desolati, abitati dal “buon selvaggio” dei romanzi d’avventura. Comincia a diventare fastidioso.
Descrivere la Basilicata come la terra con i paesini sperduti, dei nullatenenti e di “pizza e mandolino”, francamente mi sta stretta. Dovremmo provare a dire che è vero che è un paese dove si vive a misura d’uomo, ma è anche un paese capace di valorizzare le attrattività turistiche, che ha bellezze monumentali storiche e culturali, l’ambiente, e che non rinuncia a innovazione tecnologica e a fare impresa ed è il paese che mette in moto un meccanismo di trasferimento tecnologico eccezionale e inedito in Italia, che è la regione seconda sulla digitalizzazione nelle scuole, che ha la Fiat, la Barilla, la Ferrero. Un po’ più di accortezza ci vorrebbe anche nella selezione, nei criteri, perché la Film Commission è uno strumento attraverso cui noi dobbiamo facciamo cultura e lievitiamo il brand di questa nostra regione.

 

tabella1Pittella

 

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