pranzoLEPORE

Si vede subito che, a 82 anni, è ancora un uomo molto forte e deciso, ma i suoi occhi tradiscono l’inconfondibile mestizia di chi ha perso la cosa più preziosa. Nell’incontrare Giovanni Lepore, padre di Vito, indimenticato campione potentino di Basket, torna alla mente l’espressione di Terence Hill: un attore un tempo noto per il suo sguardo luminoso, poi diventato improvvisamente e irrimediabilmente pieno di nuvole, a seguito della perdita del figlio Ross. Anche lui, come Vito Lepore, morto a causa di un incidente stradale.

Come giustifica la sua esistenza?
Vengo da una famiglia di contadini, originari di Genzano. Eravamo undici figli. Il mio scopo è sempre stato quello di migliorarmi. Quando poi ho iniziato a frequentare l’ambiente con mio figlio Vito, il Basket mi è entrato nel sangue.
Al di là della passione sportiva, di cosa si è occupato?
Sono stato 12 anni alla Sita, e poi –avendo praticamente tutte le patenti- sono passato all’Aias, dove ho svolto il ruolo di caposervizio fi no alla pensione. Quando di notte mancava un autista e bisognava effettuare un trasporto, io stesso mi mettevo alla guida del mezzo. Ho sempre amato le “macchine”: a dodici anni già guidavo un enorme camion americano.
Diceva che il Basket, invece, ha imparato ad amarlo grazie a suo figlio Vito.
Sì, anche se lui, in verità, aveva iniziato col nuoto, col mitico Don Salvatore del Tourist Hotel. Poi gli diagnosticarono un inizio di reumatismi alla testa e dovette cambiare sport.
Iniziò così la sua avventura nel Basket.
Si vide subito che aveva talento. Gigino Lo Magro, istituzione della pallacanestro a Potenza, lo mise subito titolare nell’Atletico Intercontinentale. Fu capocannoniere nazionale, ne parlarono i giornali e lo cercarono diverse squadre di Serie A. Fu così che Vito andò a Brindisi, nel 1982. Giocava nelle Giovanili, ma anche in prima squadra. Claudio Malagoli, grande della pallacanestro italiana (morto in un incidente stradale nel 1988 – ndr), lo prese a cuore. Alle semifinali nazionali, mio figlio fu uno dei migliori: sui giornali si parlava già di Nazionale.
Ci racconti qualche episodio di questo periodo.
Durante una partita, Vito tolse la palla a un avversario. Nello scontro, questi si fece male e perse conoscenza. Mio figlio buttò subito il pallone fuoricampo e il coach, il grande Pentassuglia (che sarà vittima anch’egli di un incidente d’auto nel 1988 - ndr), lo rimproverò: nel Basket –a differenza del Calcio non si fa. Vito rispose che per lui era più importante la vita di un uomo che non il risultato di una partita. Pentassuglia rimase di sale, ma poi lo raccontò a tutti. «Oggi ho avuto una grande lezione di vita da questo ragazzino », disse. Vito era un giovanotto alto e secco secco, ma era già un Uomo.
Quando ci fu il passaggio decisivo all’Avellino?
Il Bari lo voleva a tutti i costi e lo prese, ma a un certo punto Vito si fece male. Subì un primo intervento al ginocchio, probabilmente sbagliato, e poi –tornato in campo nel Siena, una delle squadre più importanti d’Italia- ebbe un nuovo infortunio. Si operò in clinica, ai “Parioli” di Roma. La società pagò l’intervento: 11 milioni di lire.
Un infortunio stronca-carriera.
Sì, qualcuno pensò che era finita, ma poi arrivò una chiamata da Brescia. Vito però fu d’accordo con me, era una città troppo lontana: decise allora di accettare la proposta della Scandone Avellino, una squadra di Serie C che lo avrebbe pagato come le squadre di serie A. Pensi, “comprarono” mio figlio che era ancora sulla sedia a rotelle. Ci furono malumori, comprensibilmente, ma il mio ragazzo in breve tempo divenne il beniamino della tifoseria. Alla prima partita di campionato giocò, seppur per pochi minuti, con un’enorme ginocchiera: il pubblico cominciò a urlare “Vito-Vito!”. Lo “adottarono” subito e lui in poco tempo trascinò la squadra dalla serie C alla serie A. Era il Capitano che tutti amavano e che ad Avellino tutti amano ancora oggi. Furono quattro anni splendidi.
Ma poi, purtroppo, ci fu quel maledetto incidente.
Era il 1989. Come ogni estate, eravamo in vacanza in Sicilia, vicino Trapani (mia moglie è di quelle parti). Vito era di ritorno col cugino da un addio al celibato. Alle due di notte arrivò la telefonata: la loro auto, una Renault 4, si era andata a schiantare, di spigolo, contro una villa. Andavano a 55 all’ora, ma erano stati abbagliati da un’altra vettura. Mio figlio, che era alla destra del conducente, poiché era molto alto (2 metri e passa) sbatté la testa fatalmente. Il cugino non si fece un graffio.
Vito morì subito?
No, andò in coma. Lo portarono all’ospedale di Trapani. Per inciso, mi faccia dire una cosa che mi ha fatto schifo: a mio figlio qualcuno rubò i soldi dal portafoglio.
In ospedale???
Lui era un giocatore di Basket di serie A. Girava sempre con almeno un milione in tasca: nel portafogli trovammo solo 50mila lire.
Una cosa terribile.
E non è stata l’unica, mi creda. Dopo un grottesco viaggio in ambulanza (Vito quasi non ci entrava, tanto era lungo, e sbatteva la testa!) lo trasportarono a Palermo. Arrivammo alle cinque del mattino, circa, e il primo chirurgo disponibile si presentò alle 8 e 30. Vito poteva essere salvato: l’ho sempre pensato. Mio fi glio fu messo in rianimazione e all’inizio non volevano farcelo vedere. Chiesi di mettere su il disco di Pino Daniele, che lui adorava, ma niente da fare. Vidi uscire una dottoressa e mi avvicinai, pregandola come una Madonna, per sapere qualcosa, ma lei si mise a urlare e mi cacciò. Alla fi ne, Vito morì. Nel frattempo, però… ci chiedevano spesso di acconsentire alla donazione degli organi.
E voi?
Qualcuno ci sconsigliò e così noi non acconsentimmo. Eravamo in Sicilia, in un momento storico particolare, si sentivano e si leggevano tante cose.
Il corpo di Vito fu quindi trasportato a Potenza.
I giornali avevano dato grande risalto alla notizia e Leoluca Orlando si era offerto di interessarsi in prima persona, ma poi se ne occupò la società avellinese. E qui successero altre cose strane. Mi occorrevano alcuni documenti dell’ospedale, e trovai la signora incaricata intenta a leggere un giornale. Quando capì che io ero il padre del “giocatore morto”, alzò subito il telefono e chiamò qualcuno: «Picciotti, c’è da trasportare un corpo a Potenza, quello del giocatore» (Giovanni lo dice con cadenza siciliana – ndr). Io obiettai che non c’era bisogno, perché se ne sarebbe occupata la società, e lei, a quel punto, disse che mancava qualcosa e che il documento non poteva darmelo. Si rimise a leggere. Io scoppiai a piangere. Successivamente, solo grazie all’intervento di un poliziotto di mia conoscenza (che prese letteralmente per il colletto l’incaricata dell’ospedale), ottenemmo il documento che ci spettava. Quando la sera arrivò la macchina per portare via Vito, c’era strana gente li attorno e sentimmo mormorare delle frasi minacciose. La polizia ci scortò fino a fuori Palermo.
Che storia.

Peccato, perché la Sicilia non è tutta così. E voglio ripeterlo: Vito, secondo me, poteva essere salvato.

Da allora, in ogni caso, ad Avellino è rimasto un ricordo indelebile di suo figlio.
Nacque subito una scuola di basket che ancora oggi porta il suo nome: nel cortile c’è una stele dedicata a Vito. Ogni anno, inoltre, organizzano un torneo di livello nazionale. Pensi, l’ultima volta sono stato intervistato da Luca Abete (che è anche inviato di “Striscia la Notizia” - ndr). Mi ha detto che da ragazzino era un grande fan di mio figlio. Gli portava l’asciugamano negli spogliatoi.
A Potenza, invece?
Anche qui c’è una palestra intitolata a suo nome, in via Anzio. Di lui si è ricordato più di qualche politico, ma tutte quelle persone che all’epoca gli promettevano un posto in banca, pur di farlo tornare a giocare qua…beh, sono sparite. Da parte nostra, fondammo per prima la società sportiva “Cestistica Vito Lepore” e in seguito l’associazione “Amici di Vito Lepore”. La Federazione nazionale di Pallacanestro ha ormai adottato da tre anni il nostro torneo Under 14, “Vito Lepore”, arrivato alla 25esima edizione. E poi, una volta dissi a mio figlio: il mio sogno è di lavorare in palestra con te, magari per i bambini.
Da qui la sua attività volta alla promozione della conoscenza del codice della strada.
L’ignoranza, purtroppo, in queste cose può uccidere. La mia idea (regolarmente brevettata e depositata) è stata quella di abbinare il Basket all’insegnamento del Codice della Strada. I bambini, in pratica, giocano a pallacanestro rispettando la segnaletica stradale, opportunamente sistemata in palestra, con tanto di “vigili urbani” e rotatorie. All’inizio qualcuno tentò di scoraggiarmi -e ci era quasi riuscito- ma fu un ingegnere della Motorizzazione Civile a convincermi ad andare avanti. Mi diede letteralmente uno schiaffo in fronte. E così oggi abbiamo il patrocinio della Regione, della Provincia e qualcuno vuole estendere il nostro progetto a livello nazionale. In cinque anni, ne hanno benefi ciato circa 400 bambini. Ho un rammarico, però: a Genzano, il mio paese di origine, ancora non vogliono saperne di adottare questo progetto.
Qualche giorno fa c’è stato un ennesimo incedente stradale mortale (sulla Sinnica). Su cosa occorre lavorare in primis?
Sui bambini: sin da quando vengono messi su una bicicletta, vanno iniziati agli elementi della segnaletica stradale. Alcuni genitori, però, appaiono abbastanza menefreghisti.
E lei cosa ha appreso dai bambini?
Moltissimo. Mi insegnano la continua voglia di imparare e il metterci l’anima, nelle cose.
La pericolosità delle strade lucane è un dibattito sempre aperto.
Quando misero la Fiat, lo sapevano già che la Potenza-Melfi non era adeguata a sostenere quel traffico. E infatti … Gliene dico un’altra: in un tratto della strada Pignola-Potenza, hanno fatto un dosso in piena curva, a mio avviso pericolosissimo. Sono pure andato dal sindaco di Pignola, Ferretti, a protestare.
Il punto più pericoloso di Potenza, invece?
Per cominciare ci vogliono molti più controlli: una multa, per quanto spiacevole, può salvarti la vita. Nello specifico, direi che la mancata attivazione della rotatoria a Poggio Tre Galli è un serio pericolo. Nei pressi della farmacia “Iura” ne andrebbe realizzata anche un’altra.
Una canzone che la rappresenta?
A Vito piaceva molto “Je so’ pazzo” di Pino Daniele. Io gli chiedevo come mai ascoltasse sempre una canzone con una parolaccia (“Nun ce scassat…”), e lui sorrideva, mi tirava l’orecchio e mi diceva: “Bertucella mia”! Lui mi chiamava così.
Fra cent’anni per cosa vorrebbe essere ricordato?
Lo devono dire gli altri. Sulla lapide di Vito e sulla stele della palestra in via Anzio sono riportati alcuni miei versi: «Lui ha vissuto quello che vivono le rose/lo spazio di un mattino/ma vivere nei cuori che lasciamo dietro di noi/non è morire».

 

VitoLepore