gino volpe

Modi da gentiluomo d’altri tempi, capelli argentati, occhialoni scuri alla Bono Vox (forse necessari, perché ha tenuto un’intensa serata ad Andria), Gino Volpe ci viene incontro in un parcheggio di Villa d’Agri, in una caldissima giornata di fine agosto.

«Bravi, mi avete scovato», dice sorridendo. Ma non è un mistero per nessuno (e tutti gli artisti locali, senza contare il “camaleontico” Vinicio Capossela, lo confermano): il “padre” della “musica folk” lucana è lui. In realtà il maestro Volpe è un personaggio poliedrico, passato in breve dalle ore di esercizio sul pianoforte in conservatorio, alla rutilante passerella del “Cantagiro”; dall’organizzazione di festival di “voci nuove” in Basilicata (il “Disco d’Oro”), alle musiche da film e –più recentemente- al musical. Come si diceva, però, Volpe, nativo di Marsico Nuovo, è conosciuto in tutta Italia (e non solo) per i suoi classici (a partire dagli anni Sessanta) di folk lucano, inteso nell’accezione più ballabile e spensierata del termine: una musica suonata prevalentemente con tastiere e organetti, in cui la tarantella vera e propria si fonde con sonorità più tipiche del liscio, quali mazurke e polke. E’ un po’ lo stile adottato via via, oltre che dal mitico Michele di Potenza (che definisce suo allievo), in parte anche da Agostino Gerardi (suo fan dichiarato) e da decine e decine di altri musicisti locali.
Come giustifica la sua esistenza?

In primis ho sempre pensato alla famiglia, ai miei fi gli. Poi, chiaramente, c’è la grande “droga” che consiglierei a tutti i giovani, l’unica droga che fa bene, la musica, l’arte che ti rivoluziona e ti fa cambiare.

Cominciamo dagli inizi della sua carriera. Lei faceva canzoni “pop”, giusto?
Sì. Feci “Un bacio ancora… arrivederci”, e nel 1966 la portai al Cantagiro. Allora presentava Mario Carotenuto, e con me c’erano anche Morandi, Rita Pavone, Modugno, Little Tony, Tony Dallara e tanti altri della canzone italiana, persone con cui ancora oggi ci rispettiamo. All’epoca, come Gino Paoli, io ero una specie di “timidone”. Ricordo che una volta, all’Arena di Verona, davanti a una marea di pubblico, mi venne una specie di attacco di panico; ma fu il mio amico Tony Dallara a incoraggiarmi: in verità mi diede proprio una spinta, “buttandomi” sul palco. Ricordo anche che la mia canzone “Storielle impertinenti” fu censurata dalla RAI di allora, mi bloccarono il disco, non mettendomelo in onda. Aveva troppi doppi sensi. Sa, “A scuola quand’ero piccino/avevo sempre rotto il pennino…” (canticchia – ndr).
Lei ha lavorato anche con Nino Rota, autore di diverse colonne sonore per Fellini.
Sì, lui mi adorava, come pianista e come creatore. Stavo prendendo il Diploma di Composizione e Direzione d’Orchestra a Bari, dove Rota era direttore del Conservatorio, dopo essermi diplomato al “San Pietro a Majella” di Napoli in Pianoforte e Musica Corale. Mentre mi esercitavo su una “fuga”, creando delle cose sul pianoforte, Nino Rota chiese al custode di aprire la stanza, perché voleva chiedermi se quella fosse una mia composizione. Io risposi “sto improvvisando”. Dal giorno successivo mi chiese di seguirlo.
Collaborando con Rota ha conosciuto anche Fellini?
Si, certo, grande uomo sul set. Ed è li che ho anche acquisito le tecniche cinematografi che e di organizzazione, già, le ho “rubate” un po’. Poi nelle case discografiche ho appreso tecniche da produttore e arrangiatore. Queste esperienze hanno fatto sì che avessi una preparazione completa, non solo il canto e la composizione. Posso dire che, trovandomi al fianco di Nino Rota mentre lavorava alle musiche de “Il Padrino”, lui –da grande e umile qual era- ascoltò anche qualcuno dei miei suggerimenti. Un giorno, poi, mi arrivò una telefonata dal professor Scafoglio dell’Università di Salerno, che insegnava Antropologia Culturale e Storia della Tradizione Popolare: aveva desiderio di conoscermi. Alla fi ne venne lui a Villa D’Agri, stette per 15 giorni, e andammo alla ricerca di cose popolari nei vari paesini, per poi scrivere un libro insieme.
Ecco, perché dal “Cantagiro” lei è poi è passato al Folk?
Pur avendo una formazione classica, nel mio cuore, c’è sempre stato il vernacolo, la tradizione. Con la mia musica ho cercato però di estendere molto il mio dialetto, per far capire ovunque il mio linguaggio. Alla fi ne, si può dire che abbia usato un dialetto “allargato”, un dialetto del Sud.
Lei è conosciuto anche all’estero, specie fra le comunità di lucani. L’anno scorso, al concerto di San Gerardo a Potenza, Vinicio Capossela –nato in Germania da genitori emigrati dall’Irpinia- la citò pubblicamente: «In casa avevamo i dischi di Gino Volpe».
I miei dischi sono stati venduti molto perché io ho creato un mio stile di musica: la strofa e l’intermezzo con lo strumento diventava orecchiabile e ballabile. Di conseguenza, ho fatto la “Polka Lucana” e la “Mazurca Lucana”, che sono state molto vendute anche all’estero. Sono cose che, ancora oggi, continuo a portare in giro con le mie serate.
Molti artisti la ricordano come “fondatore” del folk lucano.
Si, è così. Lo stesso Michele di Potenza era un mio allievo. Moltissimi lo hanno copiato.
Che ricordi hai di lui? A Potenza tutti conoscono le sue canzoni, ma oggi pochi sanno realmente chi fosse.
Ho ricordi bellissimi. Michele era molto legato a me. Lui si esibiva in costume tradizionale, io personalmente no (anche se mi circondavo di coriste che lo facevano); Michele invece ci teneva tanto. Lui era un cantante lucano originale, e ha cercato di mettere in pratica i miei insegnamenti sul non essere statico (lui tendeva a esserlo, nel modo di porgersi al pubblico). Gli dicevo sempre di muoversi, di fare scena, spettacolo: il pubblico deve sentirsi trasportato.
Anche il cantautore potentino Pietro Basentini è stato un suo allievo?
Sì, ma il suo era tutto un altro genere. Alla De Andrè.
I dischi di questi personaggi oggi, purtroppo, a Potenza non si trovano più. Da anni.
Io ho avuto la fortuna di aver conosciuto Rota e di essere stato con lui, poi sono entrato nel grande panorama del cinema, del teatro e delle case discografiche. Pietro Basentini, ma anche Michele di Potenza, non hanno mai avuto questa possibilità, di conseguenza non hanno fatto molti dischi, poco o niente. A Michele feci fare io qualcosa con la “King Universal” di Aurelio Fierro. Vede, attualmente io sono direttore artistico della Phonotype Record: quando dobbiamo fare un provino a un giovane cerchiamo di capire se il brano può essere “commerciale” o meno. Forse Michele di Potenza aveva un repertorio molto ripetitivo, nello stile; Pietro Basentini era molto bravo, ma un po’ statico, e dei discorsi discografici non se ne fregava proprio. La reazione del pubblico, invece, è fondamentale. Ad esempio, quando si tratta della canzone napoletana, la si deve sceneggiare.
Se uno dei giovani che lei segue le esprimesse il desiderio di partecipare a “X-Factor” (o simili), cosa gli consiglierebbe?
Di non farlo. E’ tutto montato. Il talento vero in quelle trasmissioni non c’entra. Conta di più, forse, la simpatia. Devo dire, però, che ammiro la trasmissione “Tale e quale Show” e il lavoro che fa Maria De Filippi con i suoi ballerini e cantanti.
E la “nostra” Arisa?
Non è un bluff, è brava, ma anche lei è stata un montaggio. È stato creato un personaggio a tavolino. Di conseguenza, pur non avendo chissà quale voce, è andata avanti. Ma credo che non le sia rimasto molto tempo: il pubblico dopo un po’ si stanca. Con i “classici”, invece, questo non accade mai. Pensi alla Orietta Berti.
E invece di Mango che ricordo ha? Ci sono state tante polemiche dopo la sua morte….
Le cose familiari, le cose economiche, gli scontri, non ci interessano. Posso dire questo: io avevo costituito un’orchestra a Lagonegro, in cui c’era Pinuccio Racioppi, bravo chitarrista, Enzo Polito, il fratello di Mango che suonava la chitarra, e Mango stesso, giovanissimo. Pino aveva uno stile di voce non comune, inimitabile: cantare come lui a un “reality”… -eh!- è cosa davvero ardua. Negli ultimi anni la sua carriera forse era in fase calante, ma come artista l’ho sempre ammirato.
Torniamo al presente, adesso si sta occupando di musical, mi diceva.
Sì, si tratta di “Ecce Homo”, di Michele Petrocelli, che mi ha chiesto di “rilevare” questo suo spettacolo che non era mai andato in porto. Il 17 settembre, presso la biblioteca comunale di Tramutola, ci sarà una nuova riunione di casting. Attori, attrici, cantanti per il coro polifonico, ballerine, orchestrali, tutti non professionisti, potranno presentarsi, lo stesso potranno fare “persona del popolo”, per essere eventualmente inserite in determinate scene. Nel teatro, finora, non mi ero mai cimentato.
Usciamo dall’ambito musicale e parliamo un po’ di attualità. Lei vive a Villa d’Agri, nella valle che è il centro nevralgico del petrolio in Basilicata. Lei che opinione ha in merito alla “vexata quaestio”??
La vivo male. E’ vero, io ho vissuto fuori, in grandi città come Napoli, Roma e Milano dove tutto è inquinato, ma spesso mi rifugiavo in questi miei posti, Marsico Nuovo o Villa D’Agri, che erano oasi di bellezza e aria pura. Oggi invece… bah! Inoltre, la “promessa del petrolio”, quella di sistemare molti giovani, non è diventata un fatto. A Villa d’Agri ci sono molti ingegneri, o laureati di diverso tipo, che a 40 anni suonati stanno in mezzo alla piazza, perché non trovano occupazione. Sentivo lamentarsi una signora del figlio 45enne e scapolo: ma come deve sposarsi un uomo, se non ha lavoro né proventi? E poi… il lago del Pertusillo che era una cosa bella, dove si pescava, oggi ci vedo solo pesci morti e porcherie. Perchè? Mah!
Se dovesse fare una canzone sul petrolio, di che genere sarebbe?
Non direi affatto una cosa allegra. Né una tarantella, né una polka, né una mazurka.
Una marcia funebre?
(ride). Non esageriamo. Direi una cosa triste, malinconica, da cantastorie. La polka, la mazurka… le usiamo invece per divertirci e dimenticare la vita di oggi. Non ci sono più i valori, si è persa l’educazione, non ci sono regole, il mondo è diventato qualcosa di orrendo, tra droga e alcol. Confesso che una mia allieva, che studiava fuori, mi ha raccontato che una sera è stata ricoverata in coma etilico, a causa di un cocktail letale preparatole dagli amici.
Lei ha conosciuto tanti artisti famosi: c’è qualcuno che le ha dato una delusione particolare?
Ce n’erano un paio al Cantagiro, sì…grandi artisti sul palco, ma la sera erano sempre ubriachi.
Il film preferito?
“Il Padrino”
La canzone?
Mina: tutte le sue canzoni fanno il personaggio. Anche Gino Paoli.
Il libro?
Non ho mai letto molta narrativa. Ho passato il tempo tra libri di musica e di medicina.
Tra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
Amo la semplicità: data di nascita e di morte.