pranzoGranata

Voce dolce e modi garbati, la dottoressa Angela Granata è, da novembre scorso, la presidente regionale dell’Unicef, organismo internazionale volto alla promozione della cultura della difesa dei diritti dei bambini e degli adolescenti.

Come giustifica la sua esistenza?
Un senso alla mia vita lo ha sempre dato l’impegno per gli altri. Pensi che sui banchi di scuola sognavo di andare a fare il “medico senza frontiere” in Africa.
E oggi è la Presidente regionale dell’Unicef.
Già. Una volta laureatami in filosofi a, entrai nella scuola. Il mio primo incarico fu alla medie di Acerenza. Nella mia classe c’era però quello che oggi definiremmo il classico “bullo”. In breve diventò il leader negativo della classe, e dopo alcune sue intemperanze, fummo costretti ad allontanarlo per una settimana. A fine anno riuscii a “recuperare” tutti gli altri, ma lui no. Non fece più ritorno a scuola e non ho mai saputo che strada abbia preso nella vita. Da allora mi sono sempre portata questo “morto scolastico” sulla coscienza. Come giovane docente, legata forse a schemi un po’ troppo “accademici”, non avevo capito questo ragazzo, e questo cruccio me lo sono portato dietro.
Ha influito sulle sue scelte successive?
Sì, anche perché poi divenni psicologa e psicoterapeuta, e mi accorsi che spesso –nei miei pazienti- c’era il pregresso di un’esperienza scolastica negativa. Quando poi ho insegnato all’Università, ad esempio, ho sempre cercato di instaurare un rapporto d’ascolto con i miei studenti. In seguito sono passata al Provveditorato e infine all’Ufficio Scolastico, dove mi sono occupata a lungo di politiche giovanili: dal bullismo, alla droga, all’educazione stradale. Una volta in pensione, l’ex presidente dell’Unicef, Schettini, mi ha coinvolta nell’Unicef.
Lei mi parlava di questo “bimbo sperduto” della scuola. L’Osservatorio provinciale della Caritas ci ha fornito dei dati sulla povertà, che evidenziano anche un “preoccupante abbandono scolastico”.
Il picco di questo fenomeno si registra negli adolescenti. Ma questi ragazzi che non vanno a scuola che fine fanno? Come Ufficio Scolastico facemmo una ricerca proprio in questo senso, e verificammo che la dispersione scolastica è il primo passo verso il degrado (droga, delinquenza, e anche suicidio).
Ma perché succede?
Perché a volte i ragazzi non vedono sbocchi nella scuola, nel diploma. Lo vedono come una perdita di tempo. E a volte lo pensano anche le famiglie. La scuola, allora, dovrebbe cambiare un po’ strategia.
E questo fa il paio con quanto ci diceva Simone Corbo, lo studente potentino vincitore delle Olimpiadi nazionali d’Italiano: «Ciò che manca nella scuola è l’educazione alla Bellezza».
Le dirò di più. Sempre nell’ambito del mio lavoro all’Ufficio Scolastico, intervistammo 5mila studenti lucani, chiedendo quali fossero i loro valori. La risposta più frequente? “Avere degli adulti responsabili”. E gli adulti in questione sono i genitori, ma anche gli insegnanti. La scuola non può più essere quella che immaginavo io (e che mi causò la perdita di quel ragazzino): occorre capire che gli studenti non sono “teste da riempire” ma i protagonisti dell’apprendimento. Gli adolescenti, non si sentono ascoltati. Con loro non parliamo d’amore. Va in questo senso il protocollo che, come Unicef, abbiamo siglato con l’Ufficio Scolastico Regionale. I ragazzi, per esempio, possono venire da noi a fare volontariato, e questo gli varrà come “alternanza scuola-lavoro”.
Se non erro, fino a poco tempo fa l’Unicef poteva occuparsi solamente dei “bambini nel mondo”, Italia esclusa.
Esatto. Oggi, invece, possiamo occuparci dei bambini migranti, soprattutto i minori non accompagnati. A questo proposito, noi in Basilicata faremo una ricerca, per capire dove sono, quanti sono e in quali strutture si trovano questi bambini e ragazzi. Proprio stamane ho fatto una riunione con Tribunale dei Minori e Prefettura: sono dati che ognuno ha, ma sono sparsi.
Cioè non ci sono dati univoci?
La Prefettura, ad esempio, dei dati ce l’ha, ma li tiene per sé. Di conseguenza io devo fare una ricerca incrociata, e poi dare avvio a delle azioni di inclusione per questi bambini. Siamo in contatto con l’Unibas: l’idea è di distribuire a questi piccoli dei libri senza parole, solo immagini. E’ quel che si chiama “diritto del bambino al libro”. Ma il progetto riguarda anche altri aspetti, come quelli sanitari. E’ poi mia intenzione fare dei report trimestrali e diffonderli ai media.
Dei bambini immigrati in effetti non si parla molto.
L’altra sera sono stata invitata dal Gruppo Volontariato e Solidarietà della parrocchia di Sant’Anna a Potenza. Sarebbe bello lavorare anche qui sullo stesso binario: loro che si occupano di adozioni, e noi che verifichiamo la tutela effettiva dei bimbi adottati.
L’Unicef si sostiene con le donazioni e con la vendita di alcuni prodotti (come la celebre Pigotta). Come rispondono i Potentini?
A marzo organizzai un evento al conservatorio. Il biglietto costava dieci euro. In quell’occasione raccogliemmo (e successivamente inviammo all’Unicef Italia, che gestisce tutto) quattromila quattrocento euro, soldi utilizzati per acquistare coperte destinate ai bambini di Aleppo. Che morivano di freddo.
Quindi i potentini sono generosi.
Sì, i lucani sono sensibili e generosi. Recentemente ho parlato con alcuni ragazzi provenienti dal Senegal: sono felicissimi di ritrovarsi in una città come la nostra.
Cosa chiederebbe alle istituzioni?
Di fare rete, perché non possiamo fare tutto da soli. C’è una legge regionale che ci dà dei fondi per la manutenzione della sede, che a sua volta ci è fornita dalla Provincia, anche se non so per quanto tempo ancora…
…se potesse prendere Pittella sotto braccio, cosa gli direbbe?
Che la politica deve essere attenta alle realtà del territorio, e noi come Unicef ne facciamo parte. Tuttavia, devo riconoscere che su certe tematiche i nostri politici l’hanno sempre avuta una certa sensibilità...almeno in parte. D’altronde, come si fa a rimanere insensibili davanti alle immagini di quei bimbi sui barconi!?
I rapporti con le altre associazioni?
Ottimi. Stiamo costruendo una bella rete, con la Croce Rossa, il Rotary, la Fidapa...
Siamo in conclusione. Il film che la rappresenta?
Le dico quello che mi piace di più: “Un borghese piccolo piccolo”.
La canzone?
“Occidentalis Karma” di Gabbani mi piace molto.
Il libro?
“I miti secondo la psicologia” di Luciano Masi. Ma potrei dirne molti altri.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
«Angela Granata, una vita spesa secondo la sua coscienza». Che siano poi gli altri a valutare (ride).