pranzozotta

E’una figura, forse, nata “tanto per” nel 2000, ma il Garante del Contribuente (nominato dalla Commissione Tributaria Regionale, con ufficio –a Potenza- presso l’Agenzia delle Entrate), oggi più che mai, può essere un’utile sponda nel mare burrascoso di tasse (e tartassati). Il prof. Domenico Antonio Zotta, notaio e magistrato a riposo, ricopre questo ruolo da un anno e mezzo.

Come giustifica la sua esistenza?
Dandomi da fare per chi è meno fortunato di me. Ho settantacinque anni e se mi guardo indietro, mi accorgo di aver portato avanti diverse battaglie: su questioni bancarie, sociali e anche economiche, come quelle sugli usi civici. L’incarico che ricopro adesso nasce con lo stesso spirito.
Il suo compenso?
569 euro al mese.
La gente, si sa, a volte è portata a pensare: «Un “Garante”? Ma chi è? A cosa serve? Probabilmente a nulla!».
Lei ha ragione: ecco perché noi Garanti del Contribuente (in Italia siamo in 22) dobbiamo far capire bene al cittadino che la nostra è una funzione importante. Quale? Quella di infondere fiducia al contribuente nei riguardi dello Stato e –questo lo aggiungo io, perché nella Legge non c’è- allo Stato nei riguardi del contribuente. Ciò avviene controllando la legittimità dei provvedimenti emanati.
Perché parla di “fiducia”?
Perché oggi il contribuente ritiene comunque di essere vessato, sia a fronte di un grosso accertamento, che per una richiesta minima. La frase di rito è “Ma tutte a me capitano!?!”. Non è così e NON DEVE essere così.
Ergo, non è vero che il Garante non serve a nulla.
Serve eccome, a meno che uno non si limiti a mettere un timbro, a scrivere una formale lettera di ricezione e poi a passare di mano o archiviare la segnalazione del cittadino. Ma non funziona così: il Garante del Contribuente è quello che esamina anche la richiesta di poco valore, ed è in grado di far valere il suo ruolo.
Ma il fatto che la sua figura non abbia poteri sanzionatori nei confronti degli enti impositori, non rappresenta un limite?
Sì, però attenzione, il cittadino ha comunque gli strumenti per reagire a un’imposizione errata o ingiusta: avvocato, notaio etc. Di più: se il Garante avesse quei poteri aggiuntivi, potrebbe perdersi nelle attività volte a controllare che quelle sanzioni poi siano state effettivamente comminate, e in altre attività solo formali. E’ più importante, a mio avviso, avere la capacità di interloquire con gli enti. Per questo, come Garante, spesso al “protocollo” fatto di lettere preferisco alzare il telefono e dire: “Scusate, che è successo?”.
I reclami ricevuti dal suo ufficio nel 2016 sono stati 104, il doppio rispetto all’anno precedente. Conferma?
Io sono entrato a gennaio 2016: significativo è il fatto che nel 2014 i reclami erano stati 31.
Meno di un terzo, quindi.
Sì, non lo dico per incensarmi, ma solo per sottolineare l’importanza di aver “portato in giro” quest’ufficio.
Cioè, lo ha “comunicato” meglio?
Sì, anche se ho soltanto il telefono per comunicare con l’esterno. Non ho nemmeno una fotocopiatrice.
Il suo ufficio quindi non è adeguato?
No, è assolutamente insufficiente. Ma questo forse dipende dal fatto che i Garanti che mi hanno preceduto erano tutti alti magistrati: abituati più che altro a spedire la lettera di rito e ad aspettare la risposta.
Invece –mi pare di capire- lei prende il telefono e s’incazza.
M’arrabbio sì. E’ il rapporto diretto ciò che preferisco. Io ricevo quotidianamente dalle due alle tre persone.
Quali sono i problemi più spesso segnalati?
Sono svariati. L’altro giorno ho ricevuto un’istanza di un detenuto: non credevo fosse di mia competenza (esiste anche un Garante specifico), ma invece lo è. Arriverei a dire che è di mia competenza lo scibile intero in materia di imposizione fiscale.
Non sono storie infrequenti quelle in cui si sbaglia il versamento di un tributo, a causa di un “codice” digitato o selezionato male sul PC (al Caf o altrove). La tecnologia di oggi è solo un aiuto o anche un’insidia?
In generale posso dire che dietro un errore c’è sempre la mano dell’uomo. Certo, ci vuole anche un po’ più di comprensione da parte di chi poi riceve la notizia errata, ed è anche qui che interveniamo noi. Tuttavia questi sono i casi “piccoli”, ma ci sono anche gli accertamenti a carico di un ente o di una società che si protraggono oltre i termini consentiti dalla Legge. E a questo punto occorre il nostro intervento.
Su quanti casi affrontati ritiene di essere stato concretamente utile?
Nel 50% dei casi: ovvero quando l’ufficio di turno riconosce il torto, che è una cosa difficilissima.
Come mai?
Perché poi, per loro, possono i n s o r g e r e problemi con la Corte dei Conti.
E quindi preferiscono perseverare pur di non doverne rispondere?
A volte purtroppo sì. Ecco perché, ripeto, alla letterina scritta è bene preferire l’interlocuzione diretta.
Lei una volta ha detto che viviamo un momento in cui «c’è un’imposizione fiscale senza precedenti».
Sì, perché da un lato magari si riducono le imposizioni fi scali statali, ma dall’altro si dà la possibilità ai Comuni di rifarsi su Imu e Tasi. Pensiamo ai piccoli imprenditori o ai liberi professionisti, che oltre all’Iva pagano altre tasse simili: questo accade perché lo Stato ha “sfi ducia” nel contribuente, dando quasi per scontato che questi non farà una dichiarazione corretta: e allora “meglio chiedergli un altro contributo”!
Siamo un popolo di tartassati?
Non mi faccia dire questo (sorride)… Comunque, come le dicevo, gli strumenti affinché il Fisco riacquisti fiducia nel contribuente –e viceversa- ci sono. E vorrei aggiungere una cosa: noi Garanti non siamo “in concorrenza” con i professionisti. Se il contribuente ha fatto una qualche sciocchezza, non possiamo neanche prenderlo in considerazione, mentre il professionista ha l’obbligo di difenderlo comunque, allo scopo di limitare i danni.
C’è stata una volta in cui lei avrebbe avuto bisogno del Garante?
Qui s’incarna un’altra ingiustizia: io, che sono un notaio, che sono un ex magistrato e che conosco bene la materia, so come districarmi, così come lo sanno coloro che possono permettersi il miglior avvocato o commercialista. Ma il vecchietto di San Costantino Albanese che deve venire a Potenza per una questione di pochi soldi, beh, già ci ha rimesso di tasca sua. Ha già subito un torto.
Lei ha raccontato di aver fatto mille battaglie. Ma si è mai detto “ma chi me lo fa fare?”.
Mai. Mio padre, il senatore Zotta (morto quando avevo 22 anni) in un suo scritto raccomandò a noi figli di comportarci in un certo modo nella vita. Ho cercato di essere all’altezza.
Il rimprovero che le fa più spesso sua moglie?
Che non mi faccio mai gli affari miei.
Il film che la rappresenta?
Quelli di don Camillo e Peppone. Guareschi era stata un po’ una “scoperta” di mio padre.
Il libro?
Idem.
La canzone?
Quella dell’incontro con Maria Teresa, mia moglie: “Come sinfonia” di Pino Donaggio.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
«Operò molto per gli altri».