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Flemmatica cadenza campana (è originario di Salerno), occhialini, testa tonda e fi losofi co naso aquilino, il cinquantanovenne Enrico Gambardella è il neo eletto segretario generale della Cisl Basilicata.

Come giustifica la sua esistenza?
Non starò qui a dirle che faccio sindacato per vocazione. È un lavoro che ti coinvolge e che ti prende sicuramente. Sempre che tu creda in determinati valori.

Come, quando e perché è diventato sindacalista?
Più di trent’anni fa, per caso. Ero lontano dalla Basilicata e dalla Campania, in Piemonte: sono stato il primo dipendente civile all’indomani della smilitarizzazione della Polizia di Stato. In caserma ero considerato un po’ come un corpo estraneo, e quindi mi avvicinai al sindacato perché avevo bisogno di tutele. Quando poi arrivarono altri dipendenti civili in quell’ufficio, io mi resi disponibile e loro mi scelsero.
Veniamo ad oggi: in che cosa si sente diverso rispetto a Falotico, suo predecessore?
Io forse sono un tantino più impulsivo, mentre lui è una persona che ragiona di più e calcola di più le conseguenze di ogni azione.
Qual è stata la prima telefonata che ha ricevuto dopo la nomina?
Mia moglie … che non era presente al congresso. E poi due vecchi (ex) dirigenti sindacali: Vito Statuto e Vincenzo Pardi.
E i giovani, secondo lei, come hanno accolto la sua nomina?
Penso bene: con loro io ho sempre mantenuto un canale aperto.
Ma i giovani oggi si sentono poco rappresentati...
Invece devo dire che abbiamo fatto un buon lavoro, almeno per quanto riguarda l’area del precariato: se vuole, anche per una certa originalità delle nostre proposte. Quello di “giovane”, ahimè, oggi è un concetto abbastanza labile: i precari vanno sempre più in là con gli anni. Oggi a quarant’anni si viene ancora considerati esordienti.
Questo dipende dal sistema o c’è anche qualcosa dentro di noi che va cambiato?
Beh, qualcosa è anche lì radicato nella nostra cultura.
La figura del “bamboccione” quindi esiste...
Mmmm, sì e no. Io non credo nell’esistenza del bamboccione “per scelta”. Certo, il “Robertino” può sempre capitare, ma c’è anche chi -non avendo altri mezzi- è costretto a esserlo. È la nostra società che dilata i tempi. Provi un po’ a pensare a quale età si entra nella pubblica amministrazione: ormai l’accesso è interdetto da moltissimi anni, perciò si entra con contratti precari… che poi anche questi si dilatano e si diventa adulti in questa condizione. Si entra a quarant’anni e si viene considerati ancora giovani, perché la pubblica amministrazione sostanzialmente è invecchiata ed è vecchia. Ma pensi anche al mondo della scuola, per non parlare dell’università in cui l’età media di un docente è di 53 anni.
Il blocco dei concorsi, il precariato, i modi di entrare “alternativi”: tutte cose che danno più potere alla politica. Specie nella Basilicata delle relazioni corte.
Premesso che il mondo del Privato non è sicuramente rose e fiori, è ovvio che nel Pubblico si crea una condizione di dipendenza dalla politica. Personalmente, mi sono occupato anche di lavoratori socialmente utili, seguendo fin dall’inizio tutta la parabola. Con queste persone si è consumato un vero e proprio delitto.
A quanto pare sì.
Quella era una misura destinata ai percettori di ammortizzatori sociali, volta a creare un impegno sociale, sull’onda di una campagna politica che vedeva i lavoratori in mobilità come fossero dei parassiti e non le vittime di un sistema. Poi, questa misura è stata allargata anche ai disoccupati, la maggior parte -nel caso della nostra Basilicata- giovani e giovanissimi. Alla fi ne abbiamo bruciato un’intera generazione, con l’addio alle attività socialmente utili negli enti locali, dove si sapeva fi n dall’inizio che le prospettive di una vera occupazione non c’erano. Abbiamo perso una grandissima occasione per migliorare la qualità della vita di queste comunità, per incapacità amministrativa e progettuale. Ci ritroviamo oggi con la platea residuale dei 3500, che dopo aver lavorato vent’anni (con un salario da miseria), attualmente percepisce 550 euro scarse al mese, con l’incubo del rinnovo ogni anno. Abbiamo alimentato una platea che non ha maturato contributi e di conseguenza non ha nessun futuro previdenziale; gente che è rimasta ad aspettare un posto nella pubblica amministrazione, che non arriverà mai, perché –tra le altre cose- si sta inflazionando il tutto con reddito minimo, forestazione etc. Soggetti che saranno sempre in capo al sistema degli enti locali.
Proprio il reddito minimo, è una misura che … singhiozza.
NON E’ una misura occupazionale, ma un modo per “passare la nottata”, come diceva chi mi ha preceduto. Ha registrato tante difficoltà nella fase di partenza, ma oggi stanno emergendo anche delle forme di iniquità. Penso agli ex Copes, che pagano una interpretazione della norma che modifica l’elaborazione dei profili Isee.
Cosa chiedete alla Regione?
Il reddito minimo di inserimento DEVE partire, perché ha creato tante aspettative; ma non può partire solo per gli ex percettori di mobilità in deroga, quelli della graduatoria “A” (che oggi più o meno sono tutti impegnati in percorsi di tirocini formativo di tipo inclusivo); bensì deve partire per dare una risposta a quella fascia di povertà che non è scomparsa, anzi si è ampliata, e che stiamo ampliando noi creando aspettative che non riusciamo a soddisfare. Il fattore tempo è determinante: questa è una misura pensata quattro anni fa, defi nita due anni fa con la copertura economica, e oggi non può essere ancora in stallo.
Ma dov’è che si rompe il giocattolo? Il politico può fare fino ad un certo punto, ma se la macchina burocratica non funziona....
Parliamo di risorse molto ingenti, di meccanismi molto complessi, ma obiettivamente c’è stata anche qualche carenza, perché da una parte è una normativa piuttosto confusa sulla presentazione dell’ISEE, (calcolando valori sbagliati sulla povertà), ma dall’altra parte ci sono stati anche dei ritardi non tutti imputabili alla Regione (molto di più al Ministero). Mi spiego: bisognava dare una diversa destinazione d’uso alle risorse della carta carburante, che venivano distribuite ad una comunità intera senza distinzioni, mentre oggi quelle stesse risorse vengono ridotte solo a beneficio di alcuni. Questo presuppone il rispetto di una serie di vincoli logici con un’ottica ministeriale difficile da comprendere -a livello locale- tra coloro che aspettavano e aspettano, ahimè, tuttora la realizzazione di questa misura.
Torniamo al discorso “burocrazia” che è il suo settore d’elezione: il nostro opinionista economico, Nino d’Agostino, dice spesso che uno dei problemi cardine nella nostra Basilicata è la presenza di “Giani Bifronte”, ovvero i dirigenti/politici.
In parte è vero: le scelte politiche molto spesso influenzano l’orientamento dell’utilizzo delle risorse pubbliche, creando ulteriori forme di difficoltà e di ritardo. In realtà il gran male della pubblica amministrazione e della burocrazia italiana è il tempo. Il concetto di “tempestività” nella pubblica amministrazione è assolutamente sconosciuto. Esempio concreto: comincio a pensare che il reddito minimo, a furia di aspettare, stia diventando una misura insufficiente. Come precedentemente fatto dal COPES, anche il reddito minimo ha infatti scoperto una fascia di povertà che in questa regione drammaticamente esiste e che molto spesso viene ignorata, ma che nel frattempo si è anche aggravata. Questa misura pian piano sta diventando anacronistica e quindi non più sufficiente.
Alla presenza del ministro De Vincenti, Pittella ha nuovamente detto che la “Basilicata non è più una cenerentola”.
Mmmm. Mi viene da pensare a “Il computer in ogni casa”, una misura di una quindicina di anni fa, molto intelligente nel suo aspetto teorico. Il “però” è che i computer arrivarono effettivamente nelle case, ma tutto quello che doveva rappresentare “l’aspetto principale” della misura non c’è stato: i servizi online a cui le famiglie avrebbero potuto accedere. I piccoli Comuni non avevano un sito a cui collegarsi!!! E così, anni dopo, noi oggi ancora stiamo ragionando -nell’ambito della programmazione 2014-2020- su come colmare il “Digital Divide”!
Tornando al discorso della “Cenerentola” quindi?
Sì, il discorso della terra “da favola”: questa è una regione che in passato (ma anche ora) ha avuto grandi idee, e delle buone intuizioni che altrove non ci sono state. La realizzazione di queste intuizioni, però, molto spesso si è scontrata con un’arretratezza di pensiero, un’inadeguatezza nell’accettazione e nella realizzazione.
Ha già incontrato di persona Pittella?
Da quando sono segretario, non ancora.
Cosa gli direbbe, tra consigli e richieste, sulla questione petrolio e sullo spopolamento?
È presto detto: gli accordi ENI vanno rivisti, perché non contemplano la presenza e la partecipazione attiva dei soggetti riconosciuti e che rappresentano le comunità. Questo argomento è ancora debole, e devo dire che spesso suscita l’ira di alcuni soggetti che - pur contando poco riescono ad avere un “peso” sugli organi di stampa, portando avanti una pseudo-politica ambientale che non tutela neanche gli interessi ambientali. Il petrolio è oggettivamente un elemento di sviluppo che può essere compatibile anche con l’interesse ambientale; la partecipazione può essere di tutti, purché organizzata ed ordinata.
Sullo spopolamento invece?
Occorre fornire servizi e creare delle condizioni di vita, di qualità della vita, almeno accettabili, specie nelle aree interne. Questa è una regione che ha una orografia molto particolare e presuppone degli investimenti, presuppone una politica, ma il problema è che non c’è una politica reale, di sistema, tesa a evitare lo spopolamento delle aree.
Ma se lei potesse prendere sottobraccio Pittella, cosa gli direbbe in maniera meno tecnica e più confidenziale?
Che le elezioni si vincono con la buona sanità. Noi stiamo denunciando innanzitutto le gravissime carenze rispetto alle liste di attesa per le visite specialistiche. La popolazione lucana, che sta invecchiando precocemente e in misura decisamente più ampia rispetto al resto d’Italia, ha la necessità di una sanità che riesca a dare delle risposte tempestive. E qui ritroviamo il discorso tempo. Sei mesi per un esame di tipo specialistico per questa popolazione è davvero un’esagerazione.
Le chiedo di fare una previsione: se le cose non cambiano, tra 20-30 anni come sarà la Basilicata?
La previsione demografica porta a una progressiva riduzione della popolazione; di conseguenza si ridurranno i motivi di esistenza di una regione autonoma. Infatti non si può andare al di sotto di un numero critico di residenti che giustificano l’esistenza di servizi e di un apparato politico.
Dunque la Basilicata “sparirà”, sotto diversi aspetti.
Allo stato attuale ci sono tanti comuni che cominciano a diventare piccoli, talmente piccoli, da non poter coprire le spese amministrative minime, cioè quella di gestione del personale.
Risolleviamoci con le domande finali.

La canzone che la rappresenta?
“The Wall”, dei Pink Floyd. Sappia però che io ho una formazione classica e ho pure sposato una musicista. Mia moglie suona pianoforte e a casa fa sempre le prove: può immaginare che a volte la cosa diventa un tantino... pesante (risate: fa un segno inequivocabile con le mani – ndr).
Il libro?

“Il Nome della Rosa” di Eco.

Il film?

“Apocalypse Now”, con la sua straripante colonna sonora.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

Ehm, non vorrei essere volgare.
Come???

Mi spiego. È una cosa che riguarda i miei fi gli. Il ragazzo di 30 anni, vive in Australia, è una persona assennata, molto ponderata, e io a volte gli dico «Tu nun si fi gli’ a me», perché esteticamente mi somiglia molto, ma come carattere no. Poi c’è mia figlia, che invece non mi somiglia per niente, ma che ha lo stesso mio carattere e mi dice sempre «Tu tien ‘na grande cap ‘e mmerda».
E quindi vorrebbe fosse Scritto questo?
Sì.