cipollino

Quando lo raggiungiamo nel suo quartiere, “Chianchetta”, per poi andare insieme al ristorante, lo troviamo elegantissimo, con tanto di codino, occhiali “transition” e un orecchino d’oro. Alberico Corvino, 82 anni, da tre decenni ricopre il ruolo di “Civuddin” (il personaggio del Gran Turco, ribattezzato “Cipollino” dalla gente) nella Parata Storica che rientra nei festeggiamenti di San Gerardo, patrono di Potenza. Ed è curioso poi scoprire che la sua carriera di fi gurante (il più popolare della sfi lata) ha preso il via alla maniera di certe modelle o attrici: recatosi alle selezioni per accompagnare qualcun altro, alla fi ne hanno scelto lui. Il racconto che ci ha fatto Alberico, però, va ben oltre il folklore e la rievocazione di festeggiamenti popolari.


Come giustifica la sua esistenza?
Ho sempre lavorato, ma mi sono anche divertito. Da ragazzo, quando c’era la guerra, abbiamo sofferto la fame, ed eravamo costretti anche a lavorare. Non tutti avevano la possibilità di frequentare la scuola. Dovevamo lavorare sin da subito, per aiutare i genitori a mandare avanti la baracca. Oggi la vita è piuttosto comoda, e rispetto ad allora è tutta un’altra cosa. Ai miei tempi, per placare i morsi della fame, ci davano da mangiare carote bollite con un po’ di aceto sopra. Erano quelli i nostri pasti. Solo dopo abbiamo scoperto che le carote fanno anche bene alla salute!!!
Lei è un potentino verace?
No, sono nato a Tito e quando ero ancora in fasce, una zia di Potenza mi portò con sé in città. Mi allevò lei, era una sorella paterna. Mia madre era morta, mio padre era giovane, aveva 30 anni.
Dove abitava?
A San Rocco, perlomeno ricordo così, poi ci spostammo in via Pretoria, in vico Garzillo, di fronte la Caserma dei Carabinieri; poi quelle case andarono giù e diedero a me e mia zia la casa nel rione “Chianchetta”. Da sposato ho vissuto in via Pisacane, a Porta Salza, e poi sono ritornato a rione Lucania, in una casa popolare, perché nel frattempo avevo avuto sei fi gli.
Da piccolo andava a vedere la Sfilata dei Turchi? Cosa la colpiva, cosa ricorda di quel tempo?
Si! Più o meno era uguale a oggi. Solo una cosa era più bella di adesso: trasformavano un camion nella barca e tutti i bimbi di sei, sette anni, stavano lì dentro, e sfi lavano. Ora non lo fanno più, per il resto non è cambiato molto. C’erano i cavalli, ma anche più muli a sfi lare; Potenza era infatti una città di mulattieri, si servivano degli animali per trasportare la legna, ma in quell’occasione speciale anche i bambini procedevano sul mulo. Le manifestazioni sono state sempre fatte al Centro, prima però veniva l’orchestra e si suonava la lirica, venivano i tenori e i baritoni e alla fi ne cantavano le canzoni napoletane. Era un bello spettacolo.
I costumi dei figuranti però erano un po’ più “arrangiati”.
Ma no, anche per i vestiti c’era molta cura, c’era anche allora chi si truccava il viso con il nero, c’erano molti mangiafuoco e sbandieratori.
Prima di lei, chi faceva il Gran Turco?
Ce ne sono stati molti; un certo Rocco Santarsiero, per esempio….
Nessuno l’ha fatto per trent’anni come lei, però!
È vero! Gli altri lo hanno fatto massimo per tre anni di seguito. La direzione mi sceglieva sempre perché secondo loro era un ruolo appropriato alla mia persona.
E lei non si è mai annoiato di farlo?
No! Al contrario, a volte mi preoccupavo che ne scegliessero un altro. Mi sono abituato e mi piace. Spesso al mio passaggio la gente mi chiedeva di cantare delle canzoni.
Perché lei è un cantante, giusto?
Sì, cantavo in una trasmissione di Dino Bavusi, “Fatt’ d n’gasa nostra”. L’ho fatto per sedici anni circa, poi costituimmo un complessino. Cantavo da tenore le canzoni italiane, le canzoni napoletane, “O Sole Mio”, “Tu can nun chiagne”…. Nel 1992 ci fu una selezione di cantanti, io ero il più anziano e la fi nale si disputò al Don Bosco. Vinsi io con “Dicitinciello vuje”. Il Maestro che mi accompagnava era incredulo che io la sapessi cantare in una tonalità così diffi cile: si bemolle minore. Ho frequentato anche il Conservatorio, ho studiato pianoforte: stavo per diplomarmi, ma siccome il lavoro era saltuario (ero intonachista) e avevo sei fi gli da sfamare, non ho potuto ultimare. Comunque, in città ero e sono abbastanza famoso per le mia capacità canore. Ricordo che andavo al negozio di dischi “Pergola”, in Via Pretoria: il titolare metteva su delle basi con la tastiera e io ci cantavo sopra. Lui lo faceva per attirare gli avventori, ma io mi divertivo da matti e lui a fi ne serata mi dava le registrazioni di quelle esibizioni, che conservo tuttora su cassetta e che all’occorrenza passo su cd. Ricordo che una volta il sindaco Tanino Fierro, a una cena, mi fece cantare alcune canzoni per una sua fi danzata dell’epoca.
A che punto poi ha iniziato a fare “Civuddin”, il Gran Turco?
Era circa il 1987: due dei miei fi gli volevano partecipare alla Sfi lata e ci recammo al Comune. Il responsabile ci disse che i ruoli per bimbi erano già tutti presi, ma poi mi squadrò, si grattò il mento e mi disse che la mia fi sionomia si prestava al ruolo del Gran Turco. Tanto più che chi ricopriva il ruolo si era ammalato. Quella volta provai, ma poi mi piacque sul serio e ci presi gusto.
Un ricordo particolare?
Da Gran Turco ricordo che una volta ne cambiarono la scena: anziché andare sulla carrozza, mi fecero salire su un cavallo bianco, bellissimo e alcuni non mi riconobbero. Un’altra volta fecero venire degli stalloni da Roma per trainare la carrozza, ma questi s’imbizzarrirono e dovetti scendere e procedere a piedi fi no al campo sportivo. Il giorno dopo ero tutto un dolore. Una cosa che adesso, pur volendo, non potrei più fare.
Quando la presero la prima volta aveva già questa barba caratteristica?
In verità no, all’epoca avevo solo i baffi . Così loro mi misero una barba fi nta, ma con il tempo l’ho fatta crescere perché mi sono un po’ immedesimato nel personaggio. Le persone, al mio passaggio, mi riconoscevano e mi dicevano: “Alberi’, facci O’ Sole Mio!”. Era anche terminata da poco la trasmissione di Bavusi. All’inizio ero titubante, ma poi mi è piaciuto davvero fare il Gran Turco: quando la gente mi chiama, rispondo con i gesti, diversamente dai miei predecessori che come personaggi erano sempre fermi.

Immagino che la fermino e la riconoscano anche nel corso dell’anno.

Si! Una volta capitai in ospedale per un controllo: io ero in attesa con gli altri, ma il dottore che doveva visitarmi mi guardava, mi osservava e alla fi ne mi venne vicino e mi chiese di fare una fotografi a perché il fi glio impazziva per la mia fi gura!
La fece passare avanti?
No, perché lì funzionava a chiamata.
I bambini ancora oggi la acclamano.
Quando passo in sfi lata li saluto tutti con il sorriso e molti vogliono farsi le foto con me, altri magari, quelli più piccoli, hanno paura. Ma cerco sempre di farli sorridere.
Venite pagati per inscenare la sfilata?
No. Tanti anni fa invece si, ai fi guranti davano diecimila lire all’incirca, mentre a me ne davano quindici. Fu così per tre anni, mi pare. Poi, dopo il defi cit del Comune, nulla più. Ma non importa, io l’ho sempre fatto con piacere. Per i fi guranti è lo stesso, fanno la fi la, vengono anche dai paesi per avere l’occasione di partecipare.
Il suo costume è sempre quello?
Cambia ogni tre anni, più o meno.
C’è qualcosa che a lei non piace nei festeggiamenti?
Mah, devo dire che in generale il Santo viene festeggiato come si deve. Una volta, forse, la festa di San Gerardo si sentiva maggioremente, perché i genitori magari ci davano da mangiare di più in quei giorni, proprio perché era un momento di festa. Come per la Pasqua, si attendeva per mangiare il primo, il secondo e il terzo. Oggi, non manca nulla, si mangia tutto l’anno.
Cosa si mangiava di tipico?
C’erano tante portate, poi arrivavano i parenti dai paesi e si preparava ancora di più, per la gioia di condividere con gli zii.
Le hanno mai chiesto di candidarsi in politica?

Mai. Perché ci vuole la scuola. Come le dicevo, quelli come me non hanno studiato; io che ho terminato la quinta classe è come se avessi frequentato le superiori. Si doveva subito lavorare per sostenere le famiglie. Glielo voglio dire un’altra volta: sappia che noi abbiamo provato la fame, quella vera, quella nera.

Le piace che da qualche anno anche i politici indossino il costume e partecipino alla Sfilata?
Il fatto che stiano tra di noi è un onore.
Se oggi il Gran Turco potesse dire qualcosa al Sindaco o al Governatore?
Gli chiederei di darmi una targa, visto che sono il Gran Turco da trent’anni! E poi di aiutare chi non ha una casa, di semplifi care la vita di chi non lavora, di chi mette su famiglia. Chi si sposa, per esempio, spesso resta dai genitori perché non ha soldi per comprare una casa. Oggi magari si tende più a convivere, a defi nirsi compagni invece che marito e moglie; anche il matrimonio ha perso il suo valore, secondo me.
La città di oggi le piace?
Sì, perché ci sono più rioni; quando ero piccolo era come un paesone. Tolto il Centro, era praticamente tutta campagna. Oggi poi la città è ricca di negozi, per soddisfare tutti i gusti.
E i potentini?
Prima si facevano tanti sacrifi ci, però ci si riuniva, si era più solidali. Adesso si è più indifferenti. Ognuno sta a casa propria. Come le dicevo, a pranzo praticamente noi bambini non mangiavamo, ma poi uscivamo in strada e si giocava e si correva per il centro storico. Non avevamo niente, ma eravamo felici.
Che messaggio vuole lanciare Civuddin ai Potentini?
Potenza non deve diventare come altri luoghi pericolosi: quando esce un fi glio si ha paura, c’è preoccupazione perché succedono cose brutte. Da noi accadono solo qualche volta, ma dobbiamo eliminare anche questi rari casi. Potenza è stata sempre “pulita”.
La sua canzone preferita?
‘O sole Mio.
Film preferito?
I Western di Clint Eastwood.
Il libro?
Preferisco scrivere. Al computer di mio fi glio, trascrivo le ricette e i testi delle canzoni.
Prima ha detto che le piacerebbe avere una targa. Cosa vorrebbe ci fosse scritto?
Non so, un pensiero rivolto a me, un riconoscimento da parte della comunità.
Per quale squadra tifa il Gran Turco?
Sono juventino.
E il Potenza???
Bah, non so neanche chi ci gioca. Da giovane invece lo seguivo, facevo anche le trasferte. Poi dopo il matrimonio, i fi gli, i problemi, ho lasciato. Gli anni della serie B però non li scorderò mai. Saremmo potuti andare in serie A, ma i soldi non c’erano, e allora… Ma questa è un’altra storia.