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Molto spesso si dice – e non a torto - che ci si accorge delle fortune che si hanno solo quando queste non ci sono più. La storia di persone come Sanusie e la sua famiglia, arrivati a luglio scorso in Basilicata dalla Sierra Leone (dopo alcuni anni in Libia), con la speranza di rifarsi una vita, può –quantomeno- insegnarci a rivalutare il nostro presente.

E non può essere che così, al cospetto di persone che portano sul volto e sul corpo i segni (se non proprio le cicatrici) delle sofferenze patite; genitori che per il futuro si augurano che i figli «possano andare a scuola», o di «poter fare il muratore»: cose che noi diamo per scontate o, perlomeno, facilmente ottenibili. Abbiamo incontrato la splendida famiglia Tejansie (i coniugi Sanusie e Esther, 41 e 35 anni, i loro due incantevoli gemellini di due anni, più un terzo figlio in arrivo), e con loro abbiamo condiviso un pranzo presso il circolo Arci “Aviga Njiga” di Rionero (intitolato a un giovane immigrato che era sopravvissuto a Boko Haram, per poi morire di aneurisma nel comune del Vulture). La famiglia Tejansie è beneficiaria di un progetto di “prima accoglienza” (ma strutturato con i criteri della “seconda”), che vede coinvolti la Prefettura, la Provincia di Potenza e appunto Arci Basilicata, e che vede la presenza nella sola Rionero di 37 immigrati, dislocati in sette appartamenti. I membri della famiglia Tejansie –ci spiega Paolo Pesacane, responsabile regionale immigrazione di Arci Basilicata- sono richiedenti asilo, “in attesa di convocazione in commissione”, all’esito della quale potrebbero ottenere un permesso di soggiorno per due anni, oltre alla possibilità di accedere a un progetto Spra, di seconda accoglienza. Al pranzo (ottimo, preparato in loco dagli operatori del circolo), erano presenti anche Benedicta Mohammed (27 anni, nigeriana, fuggita dal suo Paese a causa di alcuni problemi economici del marito, culminanti nel rogo doloso della loro casa, che le ha lasciato segni vistosi su alcune parti del corpo); Joy Saidku (la sorella di Esther); Rossana Maltempo (insegnante nei corsi di Italiano, che ha fatto da traduttrice); gli operatori Maria Grieco e Michele Sperduto e la consulente legale Lina Grosso.
Sanusie ed Esther, perché siete venuti in Italia?
Sanusie: Per via della malattia di mia moglie (estrae da una busta trasparente delle foto in cui Esther ha un rigonfiamento, vistoso e livido, sul collo). Esther: Avevo la tubercolosi. L’ho contratta in Libia.
Facciamo un passo indietro. Voi siete della Sierra Leone: perché, a un certo punto, siete andati in Libia?

Sanusie: A causa di problemi, seri, che avevo in famiglia. Mio padre era morto e io ero il suo unico figlio. A quel punto gli altri familiari mi hanno “combattuto” (usa il termine “fight” – ndr) per le proprietà, che erano passate a me. Mi volevano uccidere. Mi hanno anche sparato, al braccio e allo stomaco. (Si sbottona e ci mostra le cicatrici - ndr). Dopo l’ospedale decisi di lasciare il Paese.

Eravate già sposati all’epoca?
Esther: Sì, lo siamo da sette anni.
Che lavoro svolgevate in Sierra Leone?
Sanusie: Io ero muratore. Esther: Io facevo le “extensions”. (Si tocca i capelli – ndr).
I vostri figli sono nati in Libia?
Sanusie: Sì, sono nati lì. All’inizio per noi è stata dura, in quel nuovo Paese. Sa, la lingua e la mancanza di lavoro. Alla fine siamo stati in Libia quattro anni, anche perché riuscii a fare il muratore anche lì. Esther: A un certo punto ho contratto la tubercolosi. Non potevo camminare… sono arrivata a Taranto in condizioni molto gravi. Avevo un grosso gonfiore alla gola e al ventre. Ma lì mi hanno curato e guarito, dopo un mese di ospedale.
Come siete potuti arrivare dalla Libia a Taranto?
Sanusie: E’ stato grazie al boss per il quale lavoravo. Io per lui costruivo una casa, ma non venivo pagato…
… e quindi lui ha provveduto al viaggio…
Sanusie: … sì. Esther: … ha visto che io stavo morendo…
Avete viaggiato su una barca?
Sanusie: Dalla Libia a Tunisi abbiamo viaggiato su un gommone. Di notte. Non so chi fosse il proprietario. A bordo eravamo in 150.
In 150 su un gommone?
Esther: Sì… ma era notte, e non abbiamo visto granché. Sul gommone stavamo molto stretti. Sanusie: Alcuni sono morti prima di arrivare a Tunisi, anche se non ne so il motivo. Era notte… e al mattino erano morti.
E da Tunisi a Taranto?
Sanusie: Era una barca, più grande (non è chiaro se si tratta di una barca della Guardia Costiera o di una Ong – ndr). Il viaggio è durato tre giorni.
Vi davano da mangiare?
Sanusie: Sì, ma ogni tanto. Eravamo davvero in molti, non so in quanti.
Come vi hanno trattato?
Sanusie: E’ stato molto stressante. Esther: La barca era talmente affollata, che ricevevo in continuazione delle gomitate sulle piaghe causatemi dalla tubercolosi. Piangevo, ma nessuno poteva darmi retta.
I vostri due figli erano con voi durante il tragitto?
Sanusie. Sì, certo. Esther: Temevo che non sopravvivessero. Anche quando fui portata di corsa all’ ospedale di Taranto, non pensavo che a loro, alla paura di perderli. Comunque, vorrei dire che all’ospedale ben cinque dottori diversi mi hanno curata, per estrarmi il pus dal gonfiore. Adesso sono guarita: ringrazio Dio perché adesso posso mangiare e posso camminare.
Sanusie, oltre a quella di guarire sua moglie, quali altre aspettative aveva?
Sanusie: Quella di trovare sicurezza umanitaria. Giù a casa la mia vita era in pericolo, e quindi mi spostai in Libia. E lì sarei rimasto, se non ci fosse stata la guerra e se mia moglie non si fosse ammalata. In Libia c’era una brutta situazione, sono stato in prigione quattro volte.
Cosa aveva fatto?
Sanusie: Assolutamente nulla. La polizia mi vedeva camminare per strada e mi arrestava. Senza motivo.
Oggi come si comporta la gente di Rionero?
Sanusie: Ci trattano tutti bene. A Taranto era diverso, lì eravamo nel campo, qui a Rionero viviamo in mezzo alla gente, e ci trattano come se fossimo parte della famiglia.
Coma trascorrete le vostre giornate?
Sanusie: La mattina vado a scuola (frequenta il corso d’Italiano presso la sede locale Arci - ndr). Il pomeriggio vado al parco coi bambini. Esther: Io bado ai bambini.
Sua moglie presto avrà un altro bambino, un bambino italiano. Cosa si augura per lui e per gli altri suoi figli?

Sanusie: Vorremmo rimanere qui, perché l’Italia è sicura. Mi auguro che vadano a scuola, che abbiano una buona educazione e che possano rimanere qui.

E cosa si augura per se stesso?
Sanusie: Mi piacerebbe poter continuare a fare il mio lavoro, il muratore, ma anche imparare a guidare il camion.
Da quando siete in Italia avete avuto problemi di razzismo?
Sanusie: No, direi di no.
E cosa pensate quando vedete in tv la storia di altri migranti come voi, che a volte perdono la vita per venire qui in Italia?
Sanusie: Ripenso alla mia storia, e a come Dio mi ha aiutato per arrivare qui in Italia sano e salvo.
E cosa direbbe, invece, a quegli Italiani che non vogliono che persone come lei continuino a giungere in questo Paese?
Sanusie: Direi che la gente come me non va in un Paese perché ha semplicemente voglia di andarci, ma perché ha dei problemi nel suo. Ci è costretta. Qui in Italia siamo in mani sicure.
Quale richiesta si sente di dover fare?
Sanusie: In effetti ce n’è una. Ho una famiglia, ma per ora non faccio niente. Non mi sento un uomo completo, un uomo di famiglia, se non svolgo un lavoro.
Cosa le manca del suo Paese? Le piacerebbe tornarci?
Sanusie: Mi piacerebbe, ma non posso. Mi manca mio padre e del mio Paese mi manca principalmente la gente. Sono persone molto amichevoli. Ma lo sono anche gli Italiani.
Quale messaggio si sente di lanciare agli altri Africani che tentano di venire in Italia?
Sanusie: Non passate per la Libia, perché non è sicuro.
Mi direste una canzone che vi rappresenta?
Sanusie: “Natural Mystic” di Bob Marley. Esther: Io non ne ho una.

 

L’intervista a questo punto finisce. Più delle parole, però, valgono alcune immagini: la prua di una nave costruita col legno e affissa al muro alle nostre spalle (realizzata da Sanusie e Michele, a simboleggiare il viaggio fatto per raggiungere l’Italia) e i due irresistibili gemellini, i quali, seduti ciascuno su un ginocchio del padre, mangiavano entrambi dal suo piatto di spaghetti.