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L'INTERVENTO - Ogni I Maggio è un'occasione per riflettere sul mondo del lavoro e fare bilanci. Si tratta

davvero della Festa del lavoro o del "ricordo del lavoro"? L'Italia conta oltre 3 milioni di

disoccupati e circa 10 milioni di poveri; la disoccupazione è schizzata al 12% ed al 40%

quella giovanile (15-24 anni).

I dati diventano, purtroppo, ancor più sconfortanti se declinati al femminile. In Italia solo il

47,3% di donne lavora ed il divario diventa ancor più crescente se le donne hanno figli. Nel

2016 quasi la metà delle lavoratrici tra 25 e 49 anni (45,1%) con almeno tre figli ha

lavorato part-time contro il 7,0% degli uomini nella stessa situazione.

Questi dati nel 2016 hanno fatto retrocedere l'Italia di 9 posizioni, assestandola al 117"

posto su 147 paesi quanto al gender gap (ed al gender pay gap) nel mondo del lavoro.

I dati confermano la difficoltà di conciliare l'occupazione con la prole, tanto da spingere

molte madri a dimettersi. Peraltro, la prevalenza di contratti a tempo determinato rende

impossibile una stima delle madri che smettono di lavorare dopo il parto.

Una indicazione viene, tuttavia dal servizio ispettivo del Ministero, chiamato a verificare se

le dimissioni presentate da una dipendente in gravidanza e nei primi tre anni di vita del

bambino siano genuine e non frutto di pressioni o comportamenti illegittimi. Nel 2016 sono

state 25.520 le madri che hanno presentato dimissioni volontarie (tremila in più rispetto al

2015): prevalentemente impiegate ed operaie e per metà con una anzianità inferiore a tre

anni. Cosa spinge le donne a prendere questa decisione? L'assenza di asili nido per i piccoli,

la difficoltà di conciliare la cura degli anziani e dei disabili, l'impossibilità di ottenere un

orario di lavoro consono alle proprie esigenze, il mancato accoglimento al nido, l'elevata

incidenza dei costi di assistenza al neonato. Ma c'è anche chi indica la mancata concessione

del part-time o la semplice modifica dei turni come motivazione.

Per chi si rifiuta (o, semplicemente, non ha un principale abbastanza "accorto"), può

arrivare il licenziamento che, però, di rado viene contestato, anche quando se ne avrebbe il

diritto. Ricordiamo che prima della riforma Fornero, la reintegra per i licenziamenti senza

giusta causa era prevista sempre; col Jobs act solo se avvengono durante la maternità o

sono discriminatorie. Ma il problema è che c'è tutta una zona grigia difficile da dimostrare,

perché l'onere della prova spetta al dipendente. E la verità è che dopo il primo anno di vita

del bambino, la madre lavoratrice viene sostanzialmente abbandonata. I1 Servizio Ispettivo

del Ministero del lavoro in Basilicata nel 2016 ha verificato la presenza di 197 dimissioni,

di cui 196 presentate da donne, la maggioranza delle quali le ha spiegate con la difficoltà di

conciliare la maternità con il lavoro; altre hanno riferito che la causa è da ascrivere ai costi

elevati degli asili nido, altre con l'assenza di nonni che tenessero i bambini ed altri con la

mancata concessione di flessibilità oraria.

In Basilicata, dal Rapporto sulla situazione del personale riferito ad aziende medio-grandi,

si evince che l'occupazione femminile è particolarmente rara nelle aziende potentine, dove

si assesta appena al 25,3%.

La sproporzione di genere tra occupanti più rilevante emerge nell'industria dove la

tradizione di occupazione maschile è legata anche a caratteristiche di lavoro svolta. Dal

punto di vista contrattuale, si privilegia il tempo parziale e quasi tutta l'aspettativa per

maternità è ad appannaggio delle donne, evidenziando lo scarso successo del congedo di

paternità.

Laddove il papà decida di esercitare il suo diritto di cura nei confronti del neonato, rischia

di attirare le sanzioni del proprio datore di lavoro . E' di questi giorni il licenziamento di un

lavoratore lucano avvenuto a seguito di richiesta di congedo parentale.

In questo contesto, si deve fare i conti anche con il problema della sicurezza sul lavoro.

Invero, non si hanno dati certi sul numero di morti sul lavoro nel nostro Paese perché l'Inail

elabora e rileva soltanto i dati che riguardano i propri associati. Solo in Lombardia nel 2016

sono morte 120 persone mentre stavano lavorando. Una ogni 3 giorni.

Sono in aumento anche le tecnopatie e le malattie c.d. professionali, ovvero causate da

lavori rischiosi e usuranti.

Di lavoro si dovrebbe vivere, non ammalarsi o, addirittura, morire: si muore nei cantieri,

nelle industrie, sulle strade e nei campi, come è accaduto nei mesi scorsi a quella bracciante

agricola, morta di freddo e di stenti, che si recava sui campi per guadagnare pochi euro

all'ora.

A questo dobbiamo aggiungere il lavoro nero, lo sfruttamento dei diritti dei lavoratori, che

negli anni, invece di aumentare, vengono sistematicamente ridotti. Penso al caporalato

agricolo che schiavizza migliaia di persone nei campi o agli eserciti di manodopera

invisibile e clandestina impiegati nell'edilizia.

Un ulteriore gap della differenza di salario è data tra le aree geografiche. E' emblematico il

dato che evidenzia come a Bolzano ci sia il più alto tasso di occupazione associato al

primato della busta paga più pesante.

Di contro, la provincia italiana che ha il più basso tasso di occupazione e' Reggio Calabria,

dove lavorano solo 3,7 persone su 10; il resto del Sud della nostra Penisola non si distanzia

molto essendo occupate meno di 4 persone su 10.

Questi dati non sono sfuggiti alla Commissione Europea che nei giorni scorsi ha presentata

il c.d. pilastro dei diritti sociali che ha lo scopo di rimuovere gli ostacoli che impediscono la

crescita occupazionale. I1 documento presenta venti principi fondamentali per sostenere il

buon funzionamento e l'equità del mercato del lavoro e dei sistemi di protezione sociale.

Questo importante documento servirà da bussola per il nuovo processo di convergenza

verso migliori condizioni di vita e di lavoro in Europa.

I principi ed i diritti sanciti dal pilastro sono articolati in 3 categorie:

pari opportunità; condizioni di lavoro eque; protezione ed inclusione sociale.

Alla luce di quanto esposto, si comprende bene come la festa del I Maggio sempre di più

rappresenti un momento di riflessione su un problema sociale importante quale la

mancanza di lavoro.

Tutti coloro che hanno responsabilità, in primo luogo le Istituzioni, hanno il dovere di

ripiegarsi su questi dati affinché una nuova luce si possa intravedere in fondo al tunnel.

Avv. Ivana Enrica Pipponzi

Consigliera regionale di parità effettiva per la Basilicata