pranzoCUTRO

In giacca e cravatta dietro il tavolo di un telegiornale o in pantaloncini e calzettoni, alla testa di una fila di scout in un qualche bosco: in estrema sintesi, forse Nino Cutro la sua vita intensa la descriverebbe così.

Da tre anni pensionato Rai, il volto noto televisivo (occhiali, fronte spaziosa e “mascagna” candida: inconfondibile) oggi si è rimesso in gioco come direttore della testata multimediale “Ufficio Stampa Basilicata” («ma più che altro sono un dipendente di mio figlio Francesco»), mantenendo però viva la sua vocazione al “sociale”: a parte gli impegni con lo scoutismo, è infatti presidente dell’associazione “Il Cielo in una Stanza”, nata tre anni fa con lo scopo di fare prevenzione e sensibilizzazione sui fenomeni del bullismo e del cyberbullismo.
Come giustifica la sua esistenza?
E’ sempre stata condizionata dallo scoutismo. Ho iniziato che avevo 12 anni e sono uno scout ancora oggi. E’ un’esperienza entusiasmante, che ritengo preziosissima per la formazione dei ragazzi. Con me ne sono passate intere generazioni e spesso incontro qualcuno che si ricorda di me come capo scout, mentre io magari non lo riconosco neppure.
In cosa è stato maggiormente condizionato dallo scoutismo?
La Legge Scout è chiara: «Farò del mio meglio per…». Insomma, mettersi al servizio degli altri: spero e credo di averci provato.
E in tutto questo il giornalismo…?
E’ la passione di una vita. Da ragazzino iniziai proprio come corrispondente del giornalino degli Scout, “L’Esploratore”! Poi, certo, lavorai per il “Roma” e per “La Gazzetta” e poi vinsi il concorso in Rai, dove iniziai nel 1979 come programmista-regista. Nel 1988, con la chiusura dei programmi, fui trasferito alla redazione.
Lei è entrato per concorso, ma sulle assunzioni Rai c’è sempre stato un gran chiacchiericcio. A Potenza, ancora oggi, è quasi un refrain: «Chissà quello o quella com’è trasut…».
Dire che in Rai le raccomandazioni non esistono –come per qualsiasi altro posto pubblico- sarebbe una panzana. Ma, ripeto, io feci il concorso e arrivai quarto, immediatamente dietro Raffaele Nigro e entrambi fummo chiamati un anno dopo, in seguito al trasferimento di alcuni colleghi. Di più: quando mi chiamarono e mi dissero che avevo superato la prova scritta, andai in crisi. Mi toccava prepararmi per l’orale e tra l’altro lavoravo all’Ispettorato delle Tasse (avevo fatto anche il copista per anni) e facevo il giornalista per TP1 e per “La Gazzetta”… insomma, mi poteva anche bastare così. Sicuramente le raccomandazioni ci sono e ci sono state, ma posso garantire che i giovani entrati ora sono stati tutti assunti per concorso e sono tutti bravi e umili, soprattutto. Nel nostro lavoro se si perde l’umiltà è grave.
Lei è andato in pensione dalla Rai nel 2014. Prima che accendessi il registratore, mi diceva di essersi ritrovato a essere un genitore preoccupato per il futuro dei suoi figli. Detta da Nino Cutro, volto noto del TGR locale per trent’anni, questa cosa può fare un po’ specie.
Mio figlio Francesco mi ha scritto una lettera, intitolata “Mio padre zappatore”, che io ho incorniciato. Ai tempi della scuola, gli dava molto fastidio quando gli dicevano «…tanto tu sei il figlio del giornalista», e lui infatti faceva di tutto per farlo dimenticare, con atteggiamenti molto spesso goliardici. Però oggi mio figlio mi scrive che il padre ha «seminato», cioè che quantomeno è ricordato con rispetto. Quanto tutto questo possa servire al futuro dei miei figli, non lo so e non m’interessa. Quel che conta di più, è che nessuno possa dir loro: «Ma chi, Nino Cutro? Quel fetente!».
Capovolgo la domanda: ha mai pensato che i suoi figli possano incontrare difficoltà, proprio per il cognome che portano?
Lei dice una cosa a cui ho pensato spesso, specie quando uno dei miei figli viene puntualmente fatto fuori da un concorso, pur essendo chiaramente il più qualificato (curriculum alla mano). Ma in quel caso forse non è nemmeno questione di cognome, quanto di alcune logiche in cui non si è rientrati ... non lo so.
Come giornalista ha mai ricevuto querele?
No, e questa mancanza un po’ mi pesa (ride).
Se vuole gliene regalo qualcuna delle mie.
(Risate). Il fatto è che chi scrive la verità un po’ di fastidio lo dà sempre: io ho scritto molti articoli sull’Avis, per questioni controverse che ho seguito da vicino, e mi aspettavo una querela, ma non è arrivata (come sa, molto spesso si è propensi a “querelare lo stesso, e poi si vede”). Comunque, alla mancanza di querele cercherò di rimediare al più presto (ride).
Lei è un veterano dello scoutismo, che pratica da oltre cinquant’anni...
Sì, sono capo gruppo e capo reparto (dirigo i ragazzi dai 12 ai 16 anni) del gruppo “Tre”, che è “di stanza” alla parrocchia di Rossellino.
… recentemente a Potenza è stato arrestato (ai domiciliari) un capo scout accusato di “violenza sessuale” perché avrebbe spinto dei ragazzi, facenti parte del proprio gruppo, a fare auto-erotismo. Lo scoutismo locale ha ricevuto un danno d’immagine?
In presenza di queste cose, vale per gli scout come per la chiesa, certo non c’è un buon ritorno d’immagine. Posso dirle che le attività del gruppo continuano, ma qui mi fermo perché siamo al cospetto di un’indagine aperta. Se ha sbagliato è giusto che paghi, questo è al di là di ogni discussione. Tuttavia, macchiare un’intera associazione non è corretto e non è onesto, ma tutto sommato devo riconoscere che non sta accadendo. Certo, c’è da riflettere, anche perché la persona coinvolta è uno dei nostri capi più in gamba, uno dei più seri e rigorosi. Siamo tutti rimasti sorpresi, ma attendiamo l’esito delle indagini.
Ci sono state anche polemiche per la pubblicazione del nome e della foto del capo scout. Da giornalista cosa ne pensa?
Intanto penso che se in Rai ci fossi stato io quel giorno, non avrei usato il termine “Orco”, nel titolo. Mi spiego: è di questi giorni la notizia di quel genitore che era stato accusato di violenze in famiglia e che poi, dopo 14 anni, è stato rimesso in libertà; oppure ricordo ancora quella storia di quel padre in Sicilia, che era stato arrestato per aver usato violenze a sua figlia piccola, ma poi si scoprì che quelle lesioni erano dovute a un tumore. Io dico semplicemente: “aspettiamo”, nel rispetto di quel principio che si chiama “presunzione d’innocenza”.
Immagino che avrà ricevuto molte telefonate.
No. Sabato sera, con i capi-gruppo, abbiamo fatto un momento di preghiera, sia per le presunte vittime, sia per il capo scout: guai a scaricare le persone, occorre star loro vicine. Ma voglio ripetere: se lui ha sbagliato è giusto che paghi.
Veniamo all’Associazione “Il Cielo in Una Stanza”, che si occupa di bullismo e di cyber bullismo e che può contare sul supporto di psicologi, psichiatri, sociologi e avvocati...
…sì, e sottoscrivo tutto quello che le ha detto sul problema la psicologa del Tribunale dei Minorenni, Assunta Basentini. Lo sa qual è la difficoltà che verifichiamo negli incontri nelle scuole?
Quale?
Che il problema non è sufficientemente sentito. I genitori tendono a minimizzare, ma sono loro per primi ad aver bisogno di aiuto. «Mio figlio dodicenne è tornato ubriaco alle due di notte? Mpf! Una ragazzata!»: questo è gravissimo e pericolosissimo.
E la scuola?
Potrebbe fare, ma guardi, io li capisco. Quando un genitore a Matera prende a schiaffi un professore, beh… dopo, per un insegnante è più difficile “esporsi”. Per questo, quando facciamo questi incontri nelle scuole, ci teniamo a incontrare anche i genitori degli alunni. Bisogna far capire ai ragazzi, anzi ai bambini, quali sono i pericoli della rete e soprattutto inculcare loro la cultura del RISPETTO delle persone.

C’è qualche storia particolare che può raccontarci?
Una volta, in un paese lucano, una bambina di quinta elementare mi raccontò che stava giocando a un videogame sul cellulare, quando all’improvviso comparve una scritta «Come ti chiami? Dove abiti? Scendi sotto casa». Meno male che era presente la mamma. I tranelli della Rete sono mostruosi. Per questo ai ragazzi bisogna insegnare come vanno usati certi mezzi e soprattutto spiegare che queste tecnologie non devono essere utilizzate per fare del male agli altri. Bisogna riguadagnarli ai rapporti personali: vedo ragazzi che si inviano messaggini a due metri l’uno dall’altro. Ma, ripeto, siamo anche noi adulti a dare il cattivo esempio. Come quelli, per dirne una, che alle udienze contestano gli insegnanti davanti ai figli, o che comunque danno sempre ragione a questi ultimi
A che età è giusto dare un cellulare a un figlio?
Le dico questo: come capo scout spesso litigo con alcuni genitori dei “lupetti” più piccoli, perché non voglio che questi si portino il telefonino in campeggio: per qualsiasi cosa ci sono i nostri, di cellulari. E sa cos’è successo una volta? La mamma di una ragazza di quattordici anni mi ha chiamato e mi ha chiesto di farle “l’imitazione” della figlia.
Cosaaa???
Proprio così, «Sentiva la mancanza». Solo per decenza non dico come le ho risposto. Ma il fatto è che la figlia, come tutti gli altri, se ne stava lì in grazia di Dio! Sono i genitori che a volte vogliono trasferire ai figli le loro ansie! Comunque, io non darei mai un cellulare con Internet a un bambino di sei anni, bisogna prima educarli all’uso del web.
Da veterano del giornalismo e dell’associazionismo: esistono i “bulli” anche sui giornali?
C’è chi ha la presunzione di avere la verità in tasca e di essere il più bravo. Quindi sì. Qui in Basilicata, non le nego, c’è gente che sa di avere il coltello dalla parte del manico e ritiene di poter fare di tutto di più. Invece occorre sempre essere umili e rispettare le persone.
La politica l’ha mai corteggiata?
Sì, alle ultime comunali, ma è una cosa che non mi ha mai attirato.
La domanda che non le ho fatto?
Che cosa non ho dato ai miei figli. Fra il tempo dedicato al giornalismo e quello allo scoutismo (proprio così), me li sono ritrovati già grandi. Pensi che mia moglie a volte prendeva Francesco, lo portava in Rai e gli diceva «Quello è tuo padre». Con loro sono in debito di tempo.
Il libro che la rappresenta?
L’ho comprato proprio domenica scorsa al mercatino dell’usato: “Il deserto nella città”, di fratel Carlo Carretto.
La canzone?
Amo molto Celentano: “Il ragazzo della Via Gluck”, direi, visto che molti giovani vanno via da Potenza…
Il film?
C’è questo telefilm, che danno in tv adesso, “Dal padre alla figlia”... spero di continuare a vederlo: difficilmente riesco a stare sveglio davanti alla tv.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
Mia moglie mi sfotte. Quando le dico che spero di campare quanto basta per pagare il mutuo a mio figlio, lei mi risponde: «Ma tu sei Noè!»… Io, tuttavia, preferirei essere ricordato come «Uno scout prestato al giornalismo».
Mettiamo che lei fosse veramente Noè: tre cose della Basilicata che porterebbe sull’Arca.
Descalzi dell’Eni (per traghettarlo in determinati posti su cui farlo riflettere), Suor Liliana della casa “Stella del Mattino” … e mio nipote.