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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO - La maestra Eny, nata in America e rientrata in Italia dopo la crisi del ’29 e moglie del Capostazione di Sicignano degli Alburni, era solita raccontare ai suoi alunni la seguente storiella:

“Due pescatori americani passeggiavano sul molo in mezzo al mare, molto afflitti per non aver pescato nemmeno un pesciolino. Improvvisamente uno dei due disse all’altro: -Buttati giù e pesca quella enorme ostrica che vedo e che ora ti indico- L’altro non se lo fece ripetere due volte, si tuffò e riportò a galla un enorme frutto di mare. –Dividiamola- disse il primo. –Macché-, rispose il secondo. Litigarono aspramente e, alla fine, decisero di consultare un avvocato. Questi studiò il caso e così decise: -Una valva a ciascuno di voi e la polpa spetta a me come onorario.”
Peccato che la morale della storiella americana sia sfuggita al protagonista della seguente vicenda!
Il Direttore amministrativo dell’Università della Basilicata, in data 1.6.2006, adottò un motivato e circostanziato provvedimento disciplinare nei confronti di un dipendente che, peraltro, su sua richiesta, ottenne un atto conciliativo, senza spese né per lui, né per l’Amministrazione. Ora, come previsto dalla norma, l’estensore del decreto, adottato nell’esercizio delle sue funzioni di dirigente apicale, richiese il rimborso delle spese legali sostenute per difendersi dalla accusa del reato (di cui all’art. 323 c.p.), per non avere sospeso la sanzione disciplinare in pendenza di impugnazione da parte dell’interessato.
L’accusa, però, con un’Ordinanza del 2010 del Tribunale di Potenza, viene archiviata, aderendo alla richiesta del P.M. dello stesso Tribunale, nella considerazione che «….una mera violazione di legge, com’è noto, non è sufficiente ai fini dell’integrazione del delitto che viene ascritto agli indagati (D.A. e funzionario della Ragioneria)…» e che «… l’applicazione della sanzione era una –linea di indirizzo- e non –una direttiva data soltanto in occasione della vicenda che ha riguardato il dipendente e intenzionalmente rivolta a suo danno…- Circostanza, questa, decisiva al fine di escludere, o di dover ritenere francamente insostenibile la tesi contraria in ottica dibattimentale, la intenzionalità della condotta».
Stando così le cose, l’Università della Basilicata, acquisita l’istanza del D.A., richiede il parere di congruità del rimborso (peraltro per € 1.500,00 – somma massima, nel frattempo già liquidata al difensore dell’altro co-imputato). Inaspettatamente, l’Avvocatura dello Stato, solo in questo caso, esprime parere negativo, adombrando un’ipotesi di conflitto di interessi tra il D.A. e l’Ente universitario e ciò per una estemporanea lettura e interpretazione metagiuridica dell’Ordinanza di archiviazione del Tribunale di Potenza, anche se essa assolveva il D.A. da ogni colpa.
A questo punto, al suddetto, non rimaneva altra strada che ricorrere al Giudice del Lavoro che, con sentenza del 2017, rigetta il ricorso e compensa le spese di lite tra le parti, con la conseguente, stravagante motivazione:
«Orbene, la condotta violativa di disposizioni di legge, poste in essere in occasione del servizio da parte dell’odierno ricorrente, (e, in particolare, della norma di cui all’art.56 del D.L.165/2001, applicabile ratione temporis, al fatto che ha dato origine al procedimento penale), non può ritenersi riferibile né alla P.A. né a fatti ed atti connessi con l’espletamento del servizio o con l’assolvimento di obblighi istituzionali, quanto piuttosto ad una interpretazione arbitraria del dato normativo da parte dell’interessato che, in quanto tale, esula dall’ambito di applicazione della norma invocata nel presente giudizio.»
L’interessato, cioè il D.A. (ora in pensione) ad undici anni dalla adozione del famigerato provvedimento disciplinare, dopo la lettura delle motivazioni, non sapeva di essere un dirigente generale in posizione apicale dalla condotta schizofrenica nella sua attività amministrativa, ma un “quisque de populo” amministrativo, viste e meditate le conclusioni del GIP di Potenza e quelle del Giudice del Lavoro.
Così, come primo impulso, il detto D.G. ha voluto consultare professori di Diritto amministrativo e giuristi tuttora presenti e operanti nelle istituzioni giurisdizionali che gli hanno elencato precisi motivi di impugnazione: un dirigente statale, infatti, risponde soltanto in caso di colpa grave o dolo nell’esercizio delle proprie funzioni: l’Avvocatura dello Stato può solo, in questa ipotesi di mancanza di colpa, esprimere parere tecnico sull’entità del rimborso e non ha potere di sindacare un’ordinanza di proscioglimento, già in atti, o esprimere pareri discordanti per coimputati; infine, il Giudice del Lavoro non può definire persecutoria la natura di un atto disciplinare motivato dal Dirigente competente, che già il GIP ne ha escluso ogni sua natura persecutoria, se si vuol dare una lettura ingenua del contenuto della citata ordinanza del GIP, non impugnata né dalla P.A. né dall’interessato.
Ora, si dice, le sentenze vanno accettate e applicate anche perché possano essere impugnate presso la Corte di Appello competente e portate al vaglio di legittimità della Corte di Cassazione, anche se il tempo è tiranno e le spese sono tante per questa lite speciosa e bizantina. In questo caso si tratta di 1.500 euro. Non è cosa saggia non chiedere una sentenza definitiva ed ubbidire, invece prosaicamente, ad un mero calcolo ragionieristico di costi e benefici?
Infine, l’interessato non ha prodotto gravame per non recarsi più a Potenza e per non scomodare altri Giudici, (per una precedente causa, affrontata come D.A. dell’Ateneo lucano, ha atteso ben quattordici anni, dopo il vaglio di trenta giudici di ogni ordine e grado, per ottenere dalla Cassazione la cancellazione di sentenze della Corte di Appello di Potenza che lo avevano condannato a risarcire danni pur in presenza di atti amministrativi ineccepibili ed adottati nell’interesse esclusivo dell’Università che lo retribuiva).
In tutta questa storia chi ci ha guadagnato? Non il D.A.: anzi ha perso 1.500 euro, nulla l’Università della Basilicata che deve pagare le spese di difesa. Sì l’Avvocatura che avrà, sicuramente, diritto ad un onorario di importo superiore alla somma rimessaci dal Dirigente in parola e dall’Università, che non aveva nessuna intenzione di andare in lite con il suo D.A., con il quale aveva stipulato due contratti di dirigenza: tra i due litiganti, il terzo gode –l’avvocato!
Dopo aver esposto i fatti, si vorrebbe chiedere al lettore: è stato veramente saggio il D.A. a rinunciare ad € 1.500, oppure avrebbe dovuto, comunque, andare avanti nella causa ed aspettare altri sette o otto anni per avere giustizia anche se si hanno oltre 80 anni? La domanda è certamente retorica, ma il punto è un altro. In Italia, chi fa il proprio dovere o è un matto, o è un filosofo e l’esperienza consiglia: fatti furbo, perché è meglio una perdita secca che una causa vinta, dopo aver già rifiutato caparbiamente, in dibattito, la proposta gentile, fatta dal Giudice del Lavoro, di tentare una conciliazione con l’Università, prima di mandare in decisione la causa in parola.
In conclusione, il D.A. che scrive non ha accettato la conciliazione perché essa era una forma di “buonismo” che non può accettare chi ha svolto funzioni pubbliche nel MIUR e presso la UE in Bruxelles, per un corretto e buon andamento della Pubblica Amministrazione e soltanto nel suo esclusivo interesse, senza coinvolgimenti di sorta sia politici e/o sindacali.
Ho esposto il fatto e mi richiamo all’art. 21 della Costituzione per così riflettere: “abbiamo l’Avvocatura dello Stato, il TAR, il Consiglio di Stato, la Magistratura ordinaria con tre gradi e la Corte di Giustizia dell’UE, ma, nonostante tutto questo, se l’onesto cittadino tocca uno di questi fili, … ne esce tramortito”.
Un esempio è la questione di una schiera di dipendenti dell’Università della Basilicata che, vincitori di un regolare concorso e che aspettavano, quindi, di vedersi riconosciute le funzioni svolte per un decennio, nell’esclusivo interesse della loro Amministrazione, sono stati retrocessi dopo 20 anni alla primitiva posizione giuridica ed economica.
E’ questa la Giustizia Italiana?
Dott. Arturo Cornetta