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Marcello D’Amelio è un lucano emerito (originario di Montemilone).

È professore associato di Fisiologia umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Biomedico di Roma e con il suo gruppo ha scoperto il coinvolgimento di diverse aree del cervello nell’insorgenza della malattia di Alzheimer. L’équipe coordinata da D’Amelio ha evidenziato che la morte delle cellule cerebrali deputate alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell’ippocampo,causandone il “tilt”che genera la perdita di memoria. Lo studio è stato appena pubblicato su una prestigiosa rivista scientifica internazionale. Con lui abbiamo discusso, in una lunga e interessante intervista telefonica dello stato della ricerca in Italia,dei cambiamenti della regione Basilicata e delle strategie per ridestare quello che da fronti trasversali è stato definito “torpore sociale” e in cui i lucani sembrano essere caduti.
Dott. D’Amelio, lei rappresenta il tipico“cervello in fuga”. Come vive questa definizione?
Le esperienze “fuoriporta” sono necessarie per la formazione. Ciòper dire che restare nelproprio ambiente nonè formativo. E non miriferisco all’uscita daiconfini regionali, parlodi studiare fuori dalproprio Paese/nazione,secondo la tipologiadi studi prescelta.L’emigrazione scientificaè indispensabile per tuttigli ambiti, ed è altresìimportante che le personeabbiano l’occasione dirientrare “a casa”, conil bagaglio culturale più ricco e che possano metterlo a disposizionedella propria terra. Mi rendo conto però cheil ritorno è difficile. E penso anche a quanti non compiono il primo passo, cioè a coloroche per paura magaridi perdere la prioritànon si allontano dallapropria terra. Credo fermamente che ci sia bisogno di rinnovarelo stato delle cose. Per invertire le direzioni tocca sì lavorare duro e anche essere disposti a cambiare. Ai miei giovani collaboratori, suggerisco sempre di “partire”, li spingo a fare biglietti di sola andata, quando si tratta di occasioni di crescita professionale. Qui si opera su grandi temi ma avendo a disposizione fondi risicati registro ulteriori contrazioni di spesa;per questo ritengo che l’opportunità che mi è stata concessa sia cruciale sotto vari profili.
Quali?
Presuppongo che non si possa essere più miopi. Voglio dire che al di là del vantaggio nel settore sanitario, medico e umano (arrivare a un buon risultato giova in primis all’uomo), ve n’è uno economico non trascurabile. Nella fattispecie, si sa che attualmente per i casi di Alzheimer si spende moltissimo? Non credo! Ma dico: se riuscissimo a rallentare il decorso della malattia, anche di soli 10 anni, ciò porterebbe a un notevole risparmio sulla spesa sanitaria. Si parla di ricerca e sviluppo, ma nei fatti si vede ben poco.
Che tipo di accoglimentoha registrato nella suaterra, dopo una scopertacosì importante che recala sua firma?
Su una malattia neurologica di tale specie, avrei auspicato una curiosità maggiore magari non solo da parte degli interessati (i cittadini) ma anche degli addetti ai lavori. Avrei apprezzato potermi confrontare con i colleghi, accogliere suggerimenti, spiegare. È come se ci sia più considerazione per la risonanza che per la sostanza d’interesse.
E fuori dal Paese/nazione dove ha potuto operare?
Sono stato negli Stati Uniti, a Nashville, a Seattle e in Europa, in Francia. Si sono determinate fortissime reti di scambio. Mi rendo conto che fino a un decennio fa, il telefono era un mezzo per comunicare ma non di grandissima efficacia; ora con Skypec’è un contatto costante, continuo e proficuo con grandi professionisti e che consente di lavorare in team multidisciplinari. Il vantaggio è notevole.
Che consiglio sente didare ai giovani?
Propongo loro di sollecitare le istituzioni, già a partire dalle amministrazioni comunali; di non subire ma di essere protagonisti. Di mettere a disposizione le “idee”. Perché spesso la povertà non è solo materiale, ma di concetto. La nostra regione per esempio è ricca, ma la sua ricchezza è stantia; di conseguenza, siccome la classe politica è scelta dal tessuto sociale, occorre che quest’ultimo si riappropri di dinamiche e di spirito di partecipazione. Contestualmente è utile andare fuori e rientrare con nuovi stimoli, ottemperando al primario principio della comunicazione in semplicità. Siamo, inoltre, tendenzialmente portati a volere il “prodotto finito” e subito, nel caso in questione i risultati si ottengono sul lungo periodo. Comprendo come la notiziad ell’avanzamento della ricerca, per esempio,su una malattia comel’Alzheimer susciti una finestra disperanza nei pazientie nei parenti, ma è anche vero che il margine che abbiamo ottenuto oggi sarà utile per le future generazioni. Questa è la “pazienza” di cui parlavo prima.
A quale anno siamo fermi in Italia, sotto il profilo della ricerca? E in Basilicata?
In Italia siamo indietro almeno di dieci anni dal punto di vista metodologico (lo scorso anno a un congresso a Copenaghen della FENS, Federation of European Neuroscience Societies ne ho avuto la riprova), sebbene gli Istituti dove lavoro reggano molto bene la competizione nazionale. Lo dico avendo la fortuna di lavorare per due centri italiani molto prestigiosi. In Basilicata il quadro è notevolmente più sconfortante. Non abbiamo la Facoltà di Medicina, non abbiamo un Policlinico, né un centro ricerca. Siamo in ritardo! Mi rendo conto che la lacuna non si colma in una legislatura ma è anche il caso di iniziare a muoversi. Provo a ipotizzare di organizzare un congresso nella mia regione. Dovrei invitare professionisti dal mondo, come accade altrove, ma come li metto in condizione di raggiungermi se non siamo adeguatamente pronti dal punto di vista infrastrutturale, dei trasporti, considerando che non abbiamo nemmeno un aeroporto??! Ecco, questa non è ricerca. È sviluppo delle aree. Io sono in Basilicata molto spesso per ritrovare i genitori e uno dei fratelli e, di volta in volta,osservo un progressivo scadimento della realtà,lo spopolamento deiterritori e la scarsezza(se non assenza) dei ragazzi più giovani. Acoloro che si sacrificano e restano andrebbe conferita la medaglia d’onore per la grande prova di coraggio.
Trova che non vi siano speranze di salvezza per la regione?
A volte mi sembra chela Basilicata non voglia cambiare. La gente va via e non torna. E se torna è per essere seppellita,dopo aver vissuto la propria esistenza in un altro posto.
Qual è stato il suo modello ispiratore?
Ne ho avuti e ne ho tanti,perché si “cammina sulle spalle dei giganti”! La ricerca ha fatto grandi progressi perché ho beneficiato del lavoro di altre menti. Ci vuole umiltà, condivisione (fuori dalle logiche dei protagonismi assoluti) e accettazione.Gli adulti vanno valorizzati. Collaboro con clinici e scienziati di grande esperienza che mi ascoltano e aiutano e che da me si sono fatti guidare, in controtendenza con quel nepotismo accademico di cui spesso si sente parlare. E sono stato sostenuto e valutato per l’idea e in assenza totale di sponsor di qualsivoglia natura