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E’ il capello bianco che lo tradisce: a vederlo sui giornali lo prenderesti per un sessantacinquenne, ma Livio Valvano (50 anni compiuti da poco) ha in realtà un viso quasi fanciullesco, leggermente incupito da un sopracciglio nero, sempre alzato. Il sindaco di Melfi, nonché segretario regionale del Psi (partito di maggioranza in Regione), ne ha ben donde a sentirlo parlare. E con noi di “Controsenso” ha aperto letteralmente le valvole.

Come giustifica la sua esistenza?

Grazie ai miei genitori che mi hanno fatto nascere: sono venuto al mondo in un vicolo vicinissimo al castello di Melfi, il che mi rende legatissimo alle mura della mia città. Attualmente, ho l’impegno di promuovere il bene comune, e lo faccio, anche se consapevole dei segni che ti rimangono addosso. In politica, poi, spesso e volentieri ti scontri con interessi egoistici, grandi e piccoli.

Lei mi parla di “segni che ti rimangono addosso”; attualmente è imputato in un’inchiesta attinente ad appalti pubblici. Si riferisce a questo?

No, mi riferivo alla politica. Tuttavia questi sono giorni in cui si parla molto di “giustizia politicizzata” (caso Consip etc.)… I magistrati sono uomini, come i sindaci e come i giornalisti: sbagliano.

Quali sono le cause?

A volte si vuole commettere quegli errori; a volte a monte ci possono essere dei grossi interessi; a volte (come scrive in un suo libro la toga in pensione Piero Toni), accade che il magistrato si convinca, “innamorandosene”, di una sua tesi, e poi ne cerchi le prove.

La magistratura è politicizzata?

E’ politicizzato l’essere umano. E l’essere umano commette errori.

Immagino non vorrà parlare della sua vicenda, visto che a maggio c’è la prima udienza.

No, no, ne voglio parlare! Anche se è la prima volta che lo faccio. Il mio caso è clamoroso: vengo accusato di una cosa che per la Legge non solo non è reato, ma il contrario. ??? Mi si accusa di aver collaborato con gli uffici a “non fare” delle procedure d’appalto, nell’affidamento dei lavori per la costruzione delle case popolari (36 alloggi, un appalto fatto tre anni prima del mio insediamento). Dov’è la cosa drammatica? Che il sindaco e la giunta non hanno nessun ruolo nelle procedure d’appalto per affidare dei lavori. Ma c’è di più.

Si spieghi.

Nel 2013, io sono al telefono col responsabile dell’Ufficio Tecnico, che mi spiega che il cantiere è fermo e che occorre fare una “variante”. Io esprimo delle perplessità, ma quando lui mi dice che uno dei problemi riguarda – cosa grave- la mancanza di ascensori, io mi incazzo di brutto (solo un anno prima avevo risolto un problema simile in case popolari più vecchie, che riguardava anche persone disabili). Di conseguenza, nella telefonata (intercettata) io dico: “Va bene, se la variante riguarda gli ascensori, puoi farla!”. E’ questa la “genesi” della mia accusa: gli inquirenti si sono convinti che io volessi affidare i lavori della variante alla stessa ditta che aveva l’appalto. Il punto è proprio questo però: la legge dice che quando c’è una “variante” all’appalto –come nel mio caso- c’è L’OBBLIGO di affidarla alla stessa impresa che fa i lavori!!! E’ una garanzia di risparmio (l’impresa che deve eseguire i lavori, deve farlo col ribasso della gara). Quei lavori, sostanzialmente, non potevano essere affidati a un’impresa altra! Di più: la Cassazione – ricevendo il mio ricorso sugli arresti subiti- non solo lo accoglie (e rigetta quello della Procura), ma afferma che normalmente io sarei “meritevole di encomio”. Nell’ordinanza di arresto della Procura, invece, io ero stato definito “persona dotata di un non comune spessore delinquenziale”. Il buffo è che se lei si va a leggere le cinquemila pagine dell’inchiesta (io l’ho fatto), addirittura troverà che l’impresa che avrei “favorito”, in alcune intercettazioni con gli uffici, mi mandava una serie di imprecazioni, perché io insistevo nel volere gli ascensori, pena la sospensione dei lavori! Come vede, un situazione “interessante”. Il mio avvocato era incredulo.

Quali sono le cause?

Fra le mille ipotesi, io mi fermo a quella migliore: errore umano dei magistrati. Ma rimango sbigottito. Chiudo: a distanza di un anno, a giugno 2016, i cittadini di Melfi mi hanno rieletto sindaco.

Come ritiene di essere stato trattato dalla stampa nei giorni dei suoi arresti domiciliari?

Alcune testate, non tutte, hanno assunto un atteggiamento indecente. Ma non li ho querelati, perché avrei dato loro importanza.

Veniamo alla politica. I Cinque Stelle (Perrino e Leggieri) la definiscono “affidabile e servile stampella pittelliana”.

E’ un falso. Perrino, Pedicini e soci, fanno populismo sparando a vanvera, su argomenti sui quali le amministrazioni appariranno sempre goffe: le questioni ambientali, che sono molto, molto complesse. Noi Socialisti abbiamo fatto cose concrete: il piano regionale rifiuti, la strategia “rifiuti zero”, la legge sull’ecotassa (che fa salire la differenziata), il ddl sui rifiuti (che tiene a bada i grossi interessi in Basilicata). Loro no, solo chiacchiere. E a Perrino brucia in po’.

L’accusa però è sostanzialmente questa: lei, come anche Pittella, avete sostenuto il Si al Referendum sulle trivelle e ora vi riscoprite “ambientalisti”.

Un altro falso. Non c’è nessun rapporto fra il Referendum e la tutela dell’ambiente: la riforma costituzionale non avrebbe comportato l’indebolimento degli strumenti di tutela ambientali: le attività di governo in tale materia sarebbero rimasti tutti in capo alle regioni, sarebbe cambiato solo il potere in ambito di legislazione concorrente. Oggi chiederei al consigliere Perrino: quante leggi in materia ambientale ha fatto la Regione dal 2001 fino a oggi? Una sola, durante il governo De Filippo, ed è stata pure dichiarata incostituzionale. Pertanto, le battute di Perrino faccio davvero fatica a comprenderle.

Veniamo alla battuta di Descalzi, che non era una battuta, ma che –anzi- è apparsa come un ricatto bello e buono: “L’Eni investe in Basilicata, se ve ne state tranquilli”.

Descalzi fa il suo mestiere. La Regione deve dire a Descalzi: “Adesso resta a casa tua: risolvi i problemi, recupera la caduta di credibilità dell’Eni e rispetta il decreto sull’ambiente con messa in sicurezza e bonifiche. E poi se ne parla. Fino a quel momento, non c’è discussione”. La contaminazione c’è stata, è una ferita ambientale: occorre prima avviare la messa in sicurezza del Cova, e poi parliamo di tutto il resto.

Lei ha parlato di “transizione energetica”, come “obiettivo strategico”.

E’ una cosa che stiamo cercando di fare anche a Melfi. E’ una cosa in cui sia io che l’assessore regionale Pietrantuono (compagno di partito – ndr) crediamo molto. Le fonti energetiche fossili stanno per esaurirsi, e l’ha capito persino Rockefeller, discendente del primo dei petrolieri. Anche noi, come gli Stati Uniti, dobbiamo iniziare a investire sulla riduzione del consumo energetico nelle abitazioni, e “shiftare” sulle produzioni di energia delle fonti rinnovabili. Detto questo, però, affermare che la Basilicata “non ha avuto” dal petrolio è errato: dal 2011 la Regione Basilicata ha perso trasferimenti statali per quasi 200 milioni di euro all’anno. Senza le royalties, non avremmo il sistema dei trasporti, la forestazione, il reddito minimo: una quantità di servizi che oggi i cittadini danno per scontati.

Compresi i trasporti per la Fiat di Melfi.

Certo, ma se me lo chiede le dico che quella è una forma d’inclusione sbagliata.

Glielo chiedo.

Quel sistema di trasporti, che pur in altre regioni non esiste (e il cittadino questo lo ignora) è nato per raccogliere lavoratori che vengono anche da centri distanti. Nasce da un accordo di 25 anni fa. Bene. Ma dov’è l’errore? Alla base c’è l’intenzione di mantenere l’integrità dei piccoli comuni (la maggior parte dei quali in Basilicata è al di sotto dei 3mila abitanti). Se non ci fosse stato quel particolare sistema di trasporto, l’alternativa sarebbe stata quella di trasferirsi e concentrarsi nei 4/5 comuni intorno all’area industriale di Melfi. Detta da ma sembra una cosa “interessata”, ma il fatto è –e non lo dico io- che un territorio più frammentato, con pochi centri urbani e minore concentrazione di popolazione –come quello lucano- produce minori entrate tributarie per la Regione. Una politica che pensa di mantenere un comune con 300 abitanti, per quanto romantica, è una politica sbagliata. Senza città, il territorio muore.

Ma quando dalla sua finestra vede le “sfumacchiate” del termodistruttore in cuor suo cosa pensa?

Mi si alza la pressione. Come regione noi possiamo e dobbiamo farne a meno: con gli atti realizzati con l’assessore Pietrantuono, entro due anni ci riusciremo. Come comune di Melfi ci siamo già riusciti, da due anni.

Lei prima parlava di “interessi sui rifiuti”: trova realistico liberarsi definitivamente di un inceneritore del genere, in tempi in cui il business sullo smaltimento è fra i più influenti a livello mondiale?

Certo che sì. Il Comune di Melfi, prima del mio insediamento, vi portava 7mila tonnellate di rifuti, nonostante –cosa curiosa- vi fosse la raccolta “porta a porta” in centro storico (dove c’è il 45% delle utenze). Oggi noi non vi portiamo nemmeno un grammo: anzi, i rifiuti li vendiamo. Semplicemente modificando le modalità organizzative del sistema di raccolta dei rifiuti (dopo aver fatto piccole modifiche al contratto d’appalto col gestore), oggi siamo giunti al 67% di differenziata. Abbiamo la tassa dei rifiuti più bassa di tutta la Basilicata (diminuita del 45%) e questo, chi mi attacca sempre sul tema, può verificarlo da solo.

Cosa c’entra Fenice in tutto questo?

Non lo so, ma forse potrebbe essere interessante verificare la compresenza e incidenza eventuali di portatori di interessi privati in un sistema –da me soppressodi gestione dei rifiuti basato sullo smaltimento e sulle discariche. Perrino, per esempio, potrebbe occuparsi di questo, invece di fare lo spiritoso nei miei confronti o fare il populista sull’inceneritore.

Ma lei un errore se lo riconosce?

Sbagliano i magistrati, vuole che non sbagli un sindaco? (Ride). Fra i tanti commessi, direi che si poteva “comunicare” di più, anche attraverso la stampa. Sottovalutare queste cose è un errore, e anche il mio fraterno –e anche di piùamico Pietrantuono… …che non ha ancora risposto alle domande di “Controsenso”… … a volte commette. Ma lo fa assolutamente in buona fede, in quanto preso dai mille impegni. Glielo posso garantire.

La canzone che la rappresenta?

La usavo nelle campagne elettorali del 2011 e del 2016: la “Linea sottile”, di Ligabue.

Il film?

“Schindler’s List”.

 Il libro?

Potrei dirne qualcuno di Raffaele Nigro (assessore nel suo comune - ndr), ma sarei tacciato di piaggeria, e allora cito l’altro premio “Super Campiello” (a Melfi siamo gli unici in Italia a poterne vantare due), Pasquale Festa Campanile: “Nonna Sabella”. E poi vorrei aggiungere “Il Processo” di Kafka. L’ho letto di recente, e vi rivedo moltissimo della mia disavventura giudiziaria. Il finale, però, mi ha terrorizzato. L’indagato viene giustiziato. Non credo proprio che capiterà anche a lei (risate).

A proposito, fra cent’anni, cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

E se invece mi facessi cremare?