pranzobasentini

Assunta Basentini è psicologa in ambito giuridico e lavora presso il Tribunale per i Minorenni a Potenza. Essendo ivi comandata dal Comune, è in una posizione unica in Italia, e la ricopre ormai da tempo. E’ inoltre consulente per la Procura della Repubblica del capoluogo, sempre in ambito minorile, e referente regionale dell’Associazione Italiana Psicologia Giuridica. E’ autrice di diverse pubblicazioni, fra cui non manca un libro (scritto con Cristiana Coviello) dedicato alla vicenda di Elisa Claps. Con lei abbiamo parlato di devianza giovanile e di bullismo: fenomeni assai complessi che, come leggerete, sarebbe un clamoroso errore derubricare a “moda passeggera”, per quanto perversa.

Come giustifica la sua esistenza?

E’ un percorso segnato dalla passione civile. Avrei potuto fare altro, tipo la dirigente, ma ho preferito mettermi al servizio degli altri.

Una domanda a bruciapelo: dottoressa, cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?

Succede che vivono una forma di disagio trasversale: familiare, sociale, esistenziale. Purtroppo loro sono i soggetti deboli e sono venuti meno gli spazi sicuri; la famiglia è diventata altro, non è più un’area protetta con un impianto “normativo” certo; il sistema educativo si è sgretolato.

Cominciamo dalla famiglia.

Sul numero scorso pubblicavamo il consueto intervento del Giudice Bonomi che titolava: “Bullismo, che le colpe dei figli ricadano sui padri”.

Il problema va spostato sulle generazioni adulte, perché è a queste che sono venute meno le certezze. I genitori di oggi, cioè, sono più attrezzati culturalmente e socialmente rispetto al passato, ma lo sono di meno dal punto di vista psicologico, sono meno preparati a gestire la genitorialità, ad assumersi le responsabilità attinenti al loro ruolo.

Sono genitori immaturi?
C’è un discorso di immaturità e di confusione generale circa i ruoli e le competenze. Molti genitori di oggi assumono un ruolo “simmetrico” rispetto ai figli.
Il genitore che si mette “alla pari” del figlio, che ne diventa “troppo amico”… crea un danno?
Sì, perché mette in confusione il minore, che ha bisogno, piuttosto, di “contenimenti” dal punto di vista affettivo ed educativo. I figli devono acquisire delle certezze in un percorso che ha dei paletti ben precisi: “sì” quando si può dire di sì, e “no”, quando si deve dire di no.
Alcuni genitori “moderni” -protagonisti di vite troppo frenetiche- sono tesi ad accontentare i figli, pur di levarseli dalle scatole?
Questa è una banalizzazione, ma un po’ è così: in tutto questo il bambino ne risente. Tuttavia, più che altro, c’è una sorta di incapacità, anche emotiva, ad affrontare la realtà di crescita dei nostri figli.
E la scuola?
E’ anch’essa in difficoltà, perché è lo specchio della famiglia. Si trova ad accogliere dei ragazzi che chiedono delle certezze che, per i motivi a cui facevamo cenno, non riescono a ottenere. Spesso, fra genitori e figli, c’è una competizione che ha degli aspetti patologici: sono i genitori ad assumere dei tratti adolescenziali. Insomma, i bambini imitano gli adolescenti, gli adolescenti imitano la “durezza” degli adulti, e gli adulti giocano a fare gli adolescenti.
Ho presentato alcuni libri nelle scuole superiori. A volte mi sono trovato in mezzo a studenti piuttosto apatici e irrequieti, ma ho ravvisato anche un atteggiamento rinunciatario nei professori lì presenti. I docenti si sono arresi?
Spesso c’è una rassegnazione “a mollare”, perché sono venute meno quelle regole interne sui ruoli. L’insegnante, nel momento di dare delle regole più ferree allo studente, si tira indietro, perché alle spalle di questi c’è una famiglia “disimpegnata”. Ma –e questa è la cosa più paradossale- queste famiglie più sono “disimpegnate” e più manifestano un atteggiamento “oppositivo” rispetto all’educazione che altri agenti operano sui loro figli. Una volta, invece, fra scuola e famiglia c’era una condivisione di norme e valori.
Sono i genitori per primi a non rispettare gli insegnanti.
Io dico sempre che fanno “gli avvocati” dei figli, ma non i genitori. Manca la condivisione di un progetto educativo. La chiesa locale, ad esempio, si impegna molto per contrastare il fenomeno bullismo, ma la sua figura e i suoi valori spesso sono “demoliti” già all’interno della famiglia. Di conseguenza, si sono creati dei vuoti, che i ragazzi riempiono con condotte da bulli e altro. Il bullismo viene considerato “un’epidemia del momento”, quando invece è una vera malattia sociale.
Scuola e genitori dovrebbero ricominciare a parlarsi?
Dovrebbero dialogare di più, ma anche questo è paradossale: i programmi didattici di oggi, sulla carta, prevedono una condivisione assoluta. In realtà, questa comunicazione non funziona o funziona male: in alcune situazioni sono venuti meno i modelli base del sistema educativo.
La situazione a prima vista sembra senza speranza. La vita si fa sempre più frenetica, la comunicazione diventa sempre più tecnologica, e i mass-media impongono modelli “culturali” sempre più al ribasso.
Io ritengo invece che ce la si possa fare, con un percorso di consapevolezza che deve partire dagli adulti. È chiaro che non possiamo demonizzare i social, ma è altresì evidente che i ragazzi debbano arrivare ai social con un impianto, con una sicurezza diversa, con una competenza diversa che solo la figura educativa genitoriale può dare. Bisogna dare dei contenuti che andranno a far parte del loro background, del loro “zainetto”.
È chiaro che se s’insegna a un figlio che picchiare un compagno più debole è ingiusto di per sé, non ce lo ritroveremo mai a filmare una violenza. Ma a che età è giusto dare il cellulare a un figlio? Oppure questo è un falso problema?
Anche in questo caso bisogna essere oculati e circostanziati. La questione vera nasce quando i minori stabiliscono una dipendenza, un legame più forte con i social che con i genitori. Manca l’empatia, e loro usano i social con una freddezza che non è da ragazzi maturi, ma una freddezza costruita su questo vuoto. Li lasciamo in una solitudine, in una privazione dell’intelligenza emotiva, in assenza di sentimenti. Quando interviene il Tribunale per i Minorenni, in un certo senso, è già tardi; certo, ci possono essere degli interventi riparatori, di ripristino di una normalità, ma la partita l’abbiamo già persa. Quando la società lancia l’allarme del bullismo, è tardi; toccava interrogarsi prima; quando a 12 anni si ravvisano già certe condotte, è allarme. Sento spesso parlare di prevenzione, ma a quell’età, i minori hanno già introiettati dei modelli. Se questi ultimi sono sbagliati, è dura ripristinare una situazione.
A Potenza come siamo messi?
Esattamente come nel resto d’Italia. Non c’è niente di tranquillo, come si tende a dire. Il disagio c’è, è evidente ed è esteso a tutte le fasce sociali. La scuola, in primis, lo dimostra.
Che tipo di storie emergono?
Intanto non ci troviamo di fronte al ragazzino “monello”, come comunemente ci piace pensare. Il bullo che fa il male, che mette in atto la violenza, è un delinquente, nella misura in cui le sue azioni hanno un alto indice di pericolosità sociale. L’altro aspetto è di tipo psicologico, e questo coincide con un disturbo psichico, che è presente oltre al disagio sociale. Bisogna riconoscere il fenomeno per quello che è, evitando le confusioni.
Quali sono i segnali, i campanelli d’allarme, per cui si può comprendere che un ragazzino sta per diventare un bullo?
La tendenza a isolarsi, a rifiutare lo scambio nella comunicazione, a rifugiarsi nel computer, nel telefonino; la difficoltà a comunicare con i pari, a misurarsi nella relazione reale. Finisce che gli atteggiamenti della vittima e del carnefice si equivalgono.
Appunto, quali sono i segnali di una vittima?
Fa fatica a trovare il coraggio di raccontare. Rimane nel suo isolamento, solo se c’è dall’altra parte un’attenzionemoltoforte, allorariesce a raccontare, a confidarsi e a chiedere aiuto. Paradossalmente c’è una condizione di solitudine patologica nella quale si rifugiano entrambi, vittima e carnefice. La forbice si allarga di più se non si interviene. Da parte del carnefice ci sono spazi vuoti non adeguatamente riempiti; possono esserci o meno disagi familiari, ma non ci sono certezze nella ricostruzione. Il vero problema è riconoscerli senza banalizzarli. Per i genitori spesso si tratta solo di “giochi pericolosi”, ma non si rendono conto che non è così. Quando si arriva a ferire un compagno, non c’è alcun elemento ludico.
I ragazzi che infastidiscono altri ragazzi sono sempre esistiti, ma quanto ha influito l’arrivo di internet nel peggiorare le cose? A volte penso che l’esibizione delle proprie malefatte sia l’aspetto predominante.
Internet rappresenta l’alternativa al confronto relazionale; il ragazzino non ha bisogno di dialogare, c’è una distanza, una mancanza di coinvolgimento emotivo: ai nostri ragazzi manca l’allenamento all’intelligenza emotiva, a riconoscere l’altro dal punto di vista umano, con rispetto, sentimenti, con amore. È come l’esempio che faccio di solito: se a un fresco patentato si dà la Ferrari, il pericolo non è la macchina, ma l’uso che ne fa del mezzo.
Quale messaggio si può lanciare a genitori, figli e insegnanti?
Quello di ripristinare un “benessere” psicologico ed educativo e si può fare con semplicità. E’ un’operazione “a costo zero”, ma che impegna un pochino: vale la pena passare anche una settimana per spiegare al proprio figlio perché non può avere l’ultimo modello di i-phone, piuttosto che farsi vincere “per sfinimento” e dire: “Vabè, solo per questa volta”. Questa è una frase pericolosissima, perché predispone il figlio a richieste sempre più impegnative. Ai ragazzi bisogna imporre dei paletti. Quando un figlio comincia ad andare oltre i normali livelli di trasgressione tipici dell’età, dobbiamo cominciare ad interrogarci su ciò che abbiamo fatto prima. E’ sciocco liquidare la questione dicendo che i nostri ragazzi sono “inafferrabili” perché è colpa della società di oggi, di internet etc.. Il primo modello è quello dei genitori.
Ma quei minori che oggi sono “bulli”, o che sono lì lì per diventarlo, che adulti saranno?
Noi dobbiamo guardare al futuro con positività. Per fortuna ci sono tanti casi di ragazzi che, con aiuti e interventi adeguati, sono usciti dal percorso di devianza che avevano intrapreso. Per tanti altri, purtroppo, non è così: il rischio che diventino criminali è altissimo, ma è tanto più alto quanto più noi banalizziamo e diciamo: “Massì, sono ragazzi!”. La cosa più inquietante è la nostra tendenza a sottovalutare il fenomeno. Se ci ricordiamo dei nostri figli quando sono già alle medie, la battaglia contro certe devianze è già persa. I segnali, invece, sono già nel bambino, anche di tre, quattro anni. Ripeto, si può essere ottimisti, ma bisogna impegnarsi nel quotidiano. Personalmente sono molto scettica sulle campagne di “sensibilizzazione”, il cambiamento deve partire dalla fonte, cioè dalla famiglia.
In una città come Potenza, piccola e “provinciale”, il rischio “bullismo” è maggiore o minore rispetto a una metropoli?
Conta poco. Rispetto a questo è in atto un discorso di “globalizzazione perversa”. Per quello che vedo io quotidianamente, persino nei nostri paesi –che dovrebbero essere delle oasi di tranquillità- ci sono delle punte preoccupanti di disagio minorile, in ambito droghe e disadattamento.
Tutto quello che ha detto finora mi riporta molto a quei film americani degli anni Ottanta: c’erano sempre questi adolescenti che vivevano chiusi nella loro cameretta, che vedevano i genitori solo a colazione e a cena, che erano vessati dai bulli a scuola… Ci stiamo “americanizzando”?
Purtroppo sì. Anche il termine stesso, “bullismo”, dà l’idea di ragazzi che fanno i gradassi e che poi gli passa, quando invece si tratta di vere e proprie condotte devianti, di atti di prevaricazione.
A proposito di film, qual è il titolo che la rappresenta?
“Il Postino”, con Massimo Troisi.
Il libro?
“La vita che si ama” di Roberto Vecchioni.
La canzone?
“Pensieri e parole” di Battisti.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
“C’ha provato”.