9fiction

Ci piace pubblicare il testo di un intervento che, sul tema “Matera farà cultura?” – convegno indetto peril 25 marzo scorso a Matera- a Palazzo Gattini- il prof. Giovanni Caserta avrebbe letto, se gliene fosse stata data l’occasione. Crediamo di offrire utile materia di riflessione ai nostri lettori, essendo il pensiero del prof. Caserta lontano dalla retorica ricorrente, che attribuisce a Matera “capitale europea della cultura 2019” miracoli di sviluppo per la città, per la regione e per il Sud: miracoli di sviluppo che, a metà strada tra il 2014 e il 2019, sono lontanissimi. Anche perché, forse, si sbaglia nel modo di concepire la cultura.

«Perché si dice “Matera farà cultura ”, usando il futuro e mettendo il punto interrogativo? Forse che Matera non ha cultura? Forse che Matera 2019 non ne ha fatto? E di qual cultura parliamo? Che rispondiamo a questi interrogativi? Abbiamo scritto più volte e ribadiamo che Matera 2019 ha dimostrato, ancora una volta, che la nostra è città buona per i forestieri, buona cioè da colonizzare, anche quando si tratta di fare cultura. Ho dichiarato più volte, in passato, che Matera è stata designata capitale europea della cultura 2019, senza che i promotori della vicenda si siano preoccupati di sapere se essa avesse una sua cultura e suoi uomini di cultura. Anzi, si dava per scontato che non ne avesse. Si è quindi proceduto alla costituzione di un Comitato tecnico-scientifico, fatto di personalità esterne alla città e comunque residenti lontano da essa. Ad un certo momento, peraltro, si sono perse persino le tracce di tale Comitato. Si è infine appreso che non operava nel Mondo Iperuranio, ma, come un gruppo di esoterici, nel fondo del Casale di San Pietro Barisano, a diretto contatto con i boati della Gravina. Non dico e non chiedo quanto guadagnino e quanto costino alla città i componenti del Comitato tecnico-scientifico. Non mi interessa. Mi interessa rilevare che ha operato come un gruppo chiuso, autoreferenziale, quasi fosse capitato nel deserto del Turkestan, chiuso al mondo immediatamente circostante. Voglio ricordare quello che successe a Matera negli anni Cinquanta, in occasione dell’insediamento della Commissione Friedmann, venuto dall’America. In quella Commissione trovarono posto il prof. Francesco Nitti, storico, e il dottor Rocco Mazzarone, sociologo. Intorno furono mobilitate squadre di giovani che, formatisi nell’UnrraCasase nel movimento di “Comunità” di Adriano Olivetti, continuarono a lavorare nella città, operando anche attraverso riviste e giornali. Mi domando che cosa, invece, lasceranno alla città i componenti del Comitato tecnico-scientifico Matera 2019. Sarebbe stato augurabile che, al momento in cui si è pensato alla candidatura di Matera, si fosse costituito un largo Consiglio di Associazioni e uomini di cultura cittadini, di cui il Comitato tecnico-scientifico fosse una sorta di Giunta esecutiva. In tal modo si sarebbe assicurato un continuo e costante scambio fra Comitato tecnico-scientifico e tutte le articolazioni socio-culturali della città, che ne sarebbe stata irradiata e nutrita in tutto il corpo, fin nella lontana periferia. Credo che Matera abbia sufficienti professori di filosofia, di letteratura, medici, pittori, musicisti, scultori, storici, antropologi, talora medaglia d’oro ai valori della cultura, che molto avrebbero potuto dare al Comitato, molto apprendendo da esso. Nessuno, naturalmente, vuol negare che i componenti del Comitato tecnico-scientifico abbiano avuto e abbiano comunque una carta in più, almeno sul piano dei contatti e dei rapporti col mondo esterno.Ma avrebbero dovuto avere una funzione trainante, da locomotiva. Censurabile, invece, è che si sia ignorata la presenza del Centro di Geodesia Spaziale, dell’Università, del Conservatorio, dello Studio Arti Visive, di Talia Teatro, di Arteria, della Società Filosofica, della Dante Alighieri, dell’Unitep, ecc. ecc. Oggi come oggi, alla loro partenza, purtroppo, essi non lasceranno se non qualche focacceria in più o pizzeria o vendita di cuccù o, al meglio, una cultura di restauro, tutta ruotante intorno all’Istituto di restauro e a qualche nobile palazzo, puntualmente recuperato per ospitare alberghi (vedi Gattini, vedi Venusio, inopinatamente e antistoricamente, peraltro, diventato palazzo Viceconte). E’ una cultura conservativa che, chiusa al resto della città, darà forse qualche posto di cameriere, o di impiegato, sicuramente scelto, anche questo, nella lista degli inviati di Picone. Intanto, dopo la perdita della Banca d’Italia e di molti uffici regionali, languono la gloriosa Biblioteca Provinciale, l’Archivio di Stato, il teatro Duni, le Soprintendenze, mentre chiudono alcune librerie o edicole storiche, che furono luoghi di vera cultura democratica, di studio, di incontri e di crescita collettiva. (…) Tutta l’operazione Matera 2019, invece, si è configurata come operazione di élite e di pochi, che hanno puntato ad una città-cartolina, sfondo spettacolare di film e fiction, attrazione per visitatori. (…) Un imprenditore umbro, operante a Matera, mi disse, una volta, che Matera aveva tutte le caratteristiche di una città virtuale. Da fiction, appunto. Che questo significhi che non si trovano quattordici medici che vogliano venire a lavorare nel nostro ospedale, è consequenziale. Così come è consequenziale che i nostri giovani, i migliori, non i rompiscatole del ministro Poletti, prendano la via del nord Italia o del nord Europa o dell’America o dell’Australia… Matera, a dispetto di film e fiction, insomma, in Italia è considerata ancora città di Prima nomina, Promozione e Punizione. Questa della cultura che dà lavoro e dà sviluppo, ridotta però al restauro e al recupero del nobile palazzo, e quindi al solo turismo, è una favola che non manca di affondare le sue radici nella vanità e nella presunzione. Ed è foriera di fanatismo, che gonfia il petto di molti nostri concittadini, unitamente ai prezzi dei generi di consumo. Ce ne nutriamo da cinquant’anni. Si sta costruendo una città monoculturale, che ignora le attività primarie e secondarie come l’agricoltura, l’industria, l’esportazione, l’artigianato…Si prenda esempio da Altamura, Noci, Gioia del Colle, dove c’è il rumore del martello pneumatico.Sta di fatto che molti imprenditori pugliesi, occupandone il vuoto, si stanno impadronendo della nostra città a loro profitto. Dove sono, da noi, le fabbriche di abbigliamento, i pastifici, i laterizi, i caseifici, i panifici, che facciano partire i Tir per l’Italia del Nord e il Centro Europa? Ogni quindici giorni, è vero, dal quartiere Serra Venerdì partono camion e furgoni per le città del Nord, ma non per far commercio. Portano lattine di olio, pane, vasetti di conserva delle mamme e delle nonne per i figli e i nipoti emigrati e studenti. Quando si avranno viaggi simili al contrario? Se nonsi pensa ad una città produttiva, se non si pensa al recupero della nostra agricoltura, alla bonifica della valle del Basento, al potenziamento di Iesce e della Ferrosud, ad una Matera vero capoluogo di provincia, attivamente collegato col suo hinterland, nodo ferroviario non per turisti, maper merci, che colleghi il Tirreno con lo Ionio e l’Adriatico, pesteremo acqua nel mortaio della vanità. (…) Dopo la fiction “Sorelle”, così come dopo “The Passion” e“Ben-Hur”, avremo una ondata di arrivi di turisti per due mesi, che invaderanno il solo centro della città il giorno di festa e nella vigilia. Poi ci sarà il riflusso. Si pensa di poter vivere e progredire con una economia parassitaria, incerta e aleatoria, che si propone di togliere soldi a chi seli guadagna col lavoro delle braccia nelle fabbriche e nei campi, altrove. Il Medioevo mandava i mercanti all’Inferno. Non può durare. Firenze (1986), Bologna (2000), Genova (2004), capitali europee della cultura, sono quello che sono non perché hanno il titolo di capitali europee della cultura, ma perché hanno un ricco apparato produttivo, prima e oltre il turismo. Sarebbero andate avanti anche senza il titolo, offrendo posti di lavoro ai nostri giovani emigrati. La mia preoccupazione è che, come è crollata l’agricoltura, come è crollato il salotto, come è crollata la valle del Basento, come è venuta meno la Ferrosud, più facilmente si fermerà l’onda turistica. Prima o poi, ho scritto, il pallone si sgonfierà. Quelche mi addolora è che, quando ciò accadrà, molti giovani avranno consumato la buonuscita dei genitori o i risparmi dei nonni. E faranno le valigie, se pure ne avranno l’età e la forza».