pranzoLabanca

Prima o poi sarà capitato un po’ a tutti di scorgere in un qualche agriturismo, ristorante o autogrill, il “totem” con i suoi coloratissimi libroni sul brigantaggio e sulle tradizioni lucane. Questa curiosa trovata editoriale ha trasformato un insegnante e agronomo originario di Rivello, il sessantaduenne Vincenzo Labanca, in uno dei più seguiti scrittori lucani (pubblica con la“Siris”, da lui fondata), lui che è stato un «socialista della vecchia guardia», ma che ora è un «attivista Cinque Stelle».

Come giustifica la sua esistenza?
In verità ho più “esistenze” da giustificare, avendo fatto l’agronomo, l’insegnante, lo scrittore. In tutto questo, però, ho sempre cercato di contribuire a migliorare la nostra gente, trovando i contenuti e i contenitori giusti. Ho iniziato con le storie del Brigantaggio, per poi allargarmi a tutte le altre della nostra terra.
La sua carriera di scrittore, e anche di editore, nasce però da un rifiuto. Vero?
Mandai il manoscritto del mio primo romanzo, “Un Brigante chiamato Libero”, a circa quaranta editori diversi. Il massimo della risposta fu una richiesta di tremila euro per stampare il libro e comprarmi cento delle mie copie. A quel punto pensai “A queste condizioni, me lo stampo da solo!”. Da allora, di testi ne ho pubblicati una trentina: in tutto, fatture alla mano, saranno state stampate centoventimila copie. In magazzino ce ne sono ventimila. Ergo, ne ho vendute circa centomila.
Detta così è una cifra “marziana”. Secondo le statistiche, qui non legge praticamente nessuno.
Io mi sono inventato –ma può darsi che già esistesse da qualche parte- una nuova formula: il libro che va a cercarsi il lettore, e non viceversa. Dove? Negli agriturismi, nei ristoranti, negli alberghi, nelle stazioni di servizio, nei lidi balneari. Sono arrivato ad avere 500 punti vendita nel Sud.
Però il libro che si vende nel bar dell’Autogrill è una cosa poco “nobile”, poco consona - avrà obiettato sicuramente qualcuno.
E difatti me l’hanno detto: «Ma come, vendi il tuo libro di fianco alle patatine? E’ offensivo per il libro!».
Dipende dal libro. Potrebbe essere offensivo per le patatine.
(Risate). Esatto! Comunque, come dicevo, ho dimostrato che in Basilicata l’editoria si può fare e che la gente legge.
Lei è noto soprattutto per i molti testi pubblicati sul Brigantaggio, ponendolo sotto una luce “revisionista”.
Sono storie vere, ma romanzate, cioè con un’anima. Alcune sono diventate cortometraggi o spettacoli teatrali, a Milano, a Verona…
Il Professor Bonsera, del Premio “Basilicata”, seduto qui al suo posto una volta disse (a proposito del “revisionismo”): «Qui si vuole “eroicizzare” un fenomeno e dei personaggi che di “eroico” non hanno nulla. (…) Cosa può esserci di “grande” in questi briganti?».
Gli scrittori come me fanno troppo poco per bilanciare le troppe falsità dette da tanti finti storici nei libri di scuola. Se incontra questo professore, gli dica che il Senato della Repubblica ha dichiarato l’11 febbraio, data della presa di Gaeta, “Giorno nazionale della memoria dei morti meridionali del Risorgimento Italiano”. Un milione di morti, mica cotica. Se la Storia fosse sempre sincera, non ci sarebbe bisogno dei “revisionisti”.
I “revisionisti” sostengono che l’Unità d’Italia fu voluta anche dagli Inglesi a cui facevano gola le risorse del Sud. Oggi c’è chi (come il deputato Folino, ma non solo) sostiene che le stesse identiche “ingerenze” si stiano registrato in ambito petrolio, e proprio qui in Basilicata.
E’ vero. In Basilicata c’è il più grande giacimento d’Europa: noi potremmo fare benissimo a meno del petrolio, ma le grandi compagnie non ci stanno, e così noi Lucani siamo diventati come i Sioux, come gli Apache: stanno facendo di tutto per cacciarci da casa nostra. Rimangono solo quelli disposti ad “appecoronarsi”. Le speranze di poterci “riprendere” il nostro territorio, sono davvero poche.
E com’è possibile che si sia passato da una terra che ha partorito dei valorosi Briganti, a una regione abitata da “pecoroni”?
Mia figlia è il direttore generale del dipartimento alta velocità delle ferrovie in Inghilterra. Mio nipote è professore a Cambridge. Ripeto: i migliori se ne sono ormai andati, perché …“LORO”… vogliono che la Basilicata si spopoli, per avere mano libera e poter fare tutto quello che desiderano.
“Loro” chi? I politici locali o qualcuno “al di sopra”?
Quelli “al di sopra”. I politici locali prendono ordini, sono dei “massari” –neanche dei “feudatari”- di questa terra. I poteri forti, le multinazionali, sono proprietari di tutto “il palazzo” (cioè la Basilicata) e i lucani posseggono solo “il giardino”, ovvero le apparenze.
La Massoneria è potente in Basilicata?
Ehhh! La Basilicata è una delle regioni italiane in cui la massoneria ha più potere.
Ma, anche qui, parliamo di cose locali o di cose nazionali e sovranazionali?
Come la politica, la Massoneria ha una struttura piramidale. Le nostre squadrette, le nostre sezioni locali, dipendono da quelle al di sopra. Anche se -si dice in giro- uno dei capi massoni a livello europeo è proprio uno dei nostri.
Cioè un lucano?
Sì, un politico lucano. Basta digitare su Google il termine “Massoneria” e il nome di questo politico, ed escono delle cose interessanti.
Ma se i lucani sono dei “servi della gleba”, i politici sono dei “massari”, e sopra di loro ci sono “i massoni”, come se ne esce?
I Lucani possono tentare di difendersi, anche se –insisto- siamo troppo male rappresentati a livello politico.
Tornando ai libri, poco tempo fa lei abbandonò momentaneamente il brigantaggio e pubblicò un romanzo (“Il conte di Montepesco” - 2015) incentrato su Domenico Pittella, padre di Gianni e Marcello. In quell’occasione, però, lei ci disse che il senatore non si era riconosciuto nel personaggio da lei raccontato.
In realtà era stato proprio Pittella –tramite un amico comune- a chiedermi di scrivere il libro su di lui, perché era un mio accanito lettore: mi mandava spesso lettere per complimentarsi. Fu così che andai a casa sua, e parlammo di questo libro. Gli spiegai, però, che il mio sarebbe stato un romanzo -perché non sono un saggista- e che quindi dentro ci sarebbero state delle mie interpretazioni personali dei fatti. Gli dissi: «Io so chi sei tu, chi è la tua famiglia, e chi sono io: mica mi posso mettere nei guai contro di voi per una virgola sbagliata. Perciò sarà una fiction, il che mi concede alcune licenze». Pittella a quel punto mi chiese di leggere PRIMA il manoscritto e di poter, nel caso, apportare delle modifiche.
E lei?
Gli spiegai che se le modifiche richieste riguardavano aspetti non rilevanti, erano beneaccette, ma se erano riferite a struttura e a concetti sostanziali, il libro non sarebbe uscito, o meglio, l’avrei fatto pubblicare dopo cinquant’anni. A quel punto il senatore, capita l’antifona, mi disse: «Fra cinquant’anni io sarò morto, è vero, ma anche tu». E io risposi: «Sì, ma il libro rimarrà». Fu così che, una volta scritto, lui lo lesse, e me lo ridiede dopo aver apportato delle correzioni di poco conto (io avevo calcato un po’ la mano sul suo essere un don Giovanni, e lui mi chiese di soprassedere).
In quel romanzo, se non erro, lei scrive anche delle cose “pesanti”, a proposito della famosa clinica e di alcuni rapporti controversi del protagonista.
Sì, proprio per questo me lo feci “vistare”, con firma, da Pittella (non sono un ingenuo), e quindi andai con la stampa.
Ma don Mimì non si è riconosciuto lo stesso…
Evidentemente, in cuor suo, aveva deciso che l’avrebbe disconosciuto comunque. Il mio libro uscì a luglio e alla presentazione il senatore non venne. A novembre fu presentato UN ALTRO libro su Domenico Pittella, firmato da lui stesso, con prefazione di Salvo Andò (uno dei vecchi socialisti della sua stessa corrente). Andai alla presentazione (sfarzosa e affollatissima, rispetto alla mia) e mi sedetti in prima fila. Fu a quel punto che il senatore ebbe a dire: «QUESTA è la mia vita, e non quella che hanno raccontato alcuni “romanzieri”!». Sa qual è la cosa più strana però? Alcune persone mi hanno detto che il senatore ha regalato loro il MIO libro, e non il SUO. Per la serie: “Nel Bene o nel Male, l’importante è che si parli di me”.
Ha mai tentato di entrare in politica?
Sì, alle ultime elezioni avrei dovuto essere io il candidato Presidente della Regione per il Movimento Cinque Stelle. Purtroppo, però, gli attivisti locali sono davvero poco lungimiranti. Per uno scrittore non c’è posto, perché pensa troppo.
E’ curiosa anche la storia della sua “lite” con Eugenio Bennato. Nel suo primo romanzo, lei riportò la celeberrima canzone, “Brigante se more”, come fosse un vero canto di briganti. L’artista ha sempre ribadito (anche in un’intervista col sottoscritto) che quella canzone era una creazione originale sua e del suo sodale, il compianto Carlo D’Angiò. Com’è andata a finire fra di voi?
Avevo trovato il testo di quel canto in un libro in mio possesso, perciò lo riportai. Bennato mi chiamò una prima volta, chiedendomi di rettificare (indicando il suo nome a margine del canto), nella successiva edizione del mio romanzo. Mi disse: «Quella canzone è un regalo che io ho fatto al Sud». Lo feci. Successivamente, però, venuto a sapere di un presunto contenzioso su quel brano (mi dissero che era stato attivato da un’associazione culturale lucana), preferii togliere la rettifica (in un’ulteriore edizione del libro). In un successivo incontro con Bennato gli spiegai il perché, ma lui smentì l'esistenza di contenziosi e disse: «Quello non è un brano tradizionale, è mio. Adesso va a finire che io querelo te».
E l’ha querelata?
Sono passati diversi anni, direi di no. Quella sera, tra l’altro, non avemmo modo di riparlarne perché lui cadde per le scale e si ruppe una gamba!
Il suo libro preferito?
“La solitudine dei numeri primi”, di Paolo Giordano. Quindici anni fa, quando iniziai a scrivere sui briganti, ero solo, incompreso, sbeffeggiato, criticato da tutti, persino da mia moglie che insegna Lettere. Oggi, dopo quindici anni, mi ritrovo con centomila copie vendute e decine di email al giorno inviatemi da ammiratori. Oggi le manifestazioni sui Briganti, Grancia compresa, vanno di moda.
Il film?
Guardi, non amo particolarmente il cinema, perciò mi limito a citare “Basilicata Coast to Coast” di Rocco Papaleo, perché –mi è stato fatto notare spesso- rassomiglia assai a un mio libro del 2007, “Viaggio in Lucania”, che ha venduto ventimila copie. Citando Bennato, anch’io posso pensare di aver fatto “un regalo” al Sud.
La canzone?
“Dio è morto”, di Guccini.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
«Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza».