MagliettaPicernoLuzi

Lo scorso 13 febbraio è stato approvato il PAO (Piano Attuativo Ospedaliero) e contestualmente si è finalizzata la fase operativa del riordino del sistema sanitario, che ha reso sempre più prossimi gli ospedali di Melfi, Lagonegro e Villa d’Agri all’Aor San Carlo.

Si è ricostituito il Dipartimento del Cuore, affidato alle magistrali direzioni del dott. Rosario Fiorilli, primario della Cardiologia e del dott. Giampaolo Luzi, primario della Cardiochirurgia, nostro ospite presso la redazione insieme al dg Rocco Maglietta e al direttore sanitario, il dott. Antonio Picerno lo scorso martedì. Con il dg Maglietta abbiamo discusso delle esigenze regionali sanitarie e della necessità di ripensare a un sistema di implementazione culturale e di condivisione di intenti.
Quando si pensa ai PAO e al ridisegnare gli obiettivi regionali in funzione di un riassetto sul tema Sanità, i fronti di riflessione sono plurimi. Tentiamo di fare ordine.
Quello dei PAO è se vogliamo un ragionamento statico, rispetto al normale. La Legge 2/2017 ha di fatto stravolto l’assetto dell’organizzazione della sanità. La ratio è la seguente: alla provincia di Potenza va distribuita produzione e committenza. Tradotto vuol dire che alla Azienda Territoriale andranno il soccorso territoriale (Potenza e Matera avranno un’unica regia), i casi di cronicità, fragilità e le prevenzioni mentre all’AOR San Carlo (con il supporto di Melfi, Pescopagano, Lagonegro e Villa d’Agri) le acuzie. Finora i sistemi erano uniti ma la non divisione di compiti genera una eccessiva commistione e fa perdere ai servizi l’efficacia. Gli acuti devono essere seguiti con l’adeguatezza che serve, i cronici idem. Appare evidente che, infine, la rete ospedaliera debba definire e tratteggiare i percorsi ma alla base vi è questa filosofia della divisione dei compiti. Il Pronto Soccorso, l’Area Critica e l’Accesso resteranno invariati. Nel San Carlo quindi confluiranno le attività di maggiore complessità, negli altri presidi quelle in favore della cura della media e bassa complessità. Volendo ancora semplificare: un paziente traumatizzato o politraumatizzato verrà accettato in Pronto Soccorso, per le esigenze specifiche verrà curato al San Carlo altrimenti verrà indirizzato all’interno della rete ospedaliera. Discorso a parte per le patologie legate all’apparato respiratorio; se il paziente supera l’insufficienza respiratoria (il protocollo indica l’attesa di 96 ore, ndr) sarà inviato a Pescopagano perché possa iniziare la fase post-acuta e quindi la sua riabilitazione. Questa è la vera rivoluzione, dunque. L’attenzione alla fragilità e alla cronicità sono diretta conseguenza anche del risparmio, perché se si instaura un circuito tra paziente critico e ospedale per cui lo stesso debba rientrare senza aver tenuto sotto controllo o monitorato il proprio stato, ciò comporta aggravio di spese. E ogni volta in cui si sbaglia, si tagliano risorse (sanitarie) a danno della intera collettività. Dall’inizio dell’anno, abbiamo sistematizzato la Centrale Dimissione che è vero trade union tra ospedale e territorio e grazie alla quale si procede alla scrittura comune di un percorso. Cardiologia ha una storia più lunga e una prassi già consolidata in tal senso”.
Eppure la gente pensa all’accentramento di funzioni e poteri nel presidio regionale del capoluogo. È una corretta visione?
Le popolazioni pensano che il San Carlo voglia portare tutto a Potenza, ma non è così. L’eccellenza va sviluppata sull’alta complessità e non sul tutto. In più i medici e il personale degli altri ospedali, avranno comunque modo di confrontarsi e formarsi con/sull’alta tecnologia. Parliamo per esempio del robot Leonardo utilizzabile in plurimi contesti. Abbiamo iniziato a fare incontri mirati e ho notato che da parte di tutti c’è una gran voglia di mettersi in gioco. Vorrei specificare peraltro che il modello “Basilicata” debba essere unico. Secondo le indicazioni nazionali, e dati i numeri della popolazione, ai lucani toccherebbe al massimo un Dea di 2 Livello; ma con una grande estensione territoriale è più opportuno mettere a punto un sistema di ospedale diffuso, con una governance unica.
Dipartimento del Cuore. La Cardiologia e la Cardiochirurgia ritornano ad attestarsi come punte di diamante del sistema?
Il San Carlo si candida, con un lento lavoro, a essere nuovamente riferimento con la sua Cardiochirurgia, diretta dal dott. Luzi e con la sua Cardiologia, diretta dal dott. Fiorilli. Per essere al centro dell’attenzione, anche sul profilo nazionale e ad attestarsi come competitiva, c’è bisogno di un impegno coordinato e di fattispecie. Le novità sostanziali sono due: la cardiochirurgia mini invasiva e gli interventi a cuore battente. Queste tecniche innovative consentiranno un vantaggio sostanziale e funzionale per i pazienti, e ciò darà loro modo di affrontare un rientro in reparto piuttosto che in rianimazione in un tempo minore.
Un microcosmo (la rete territoriale) che non deve distogliere lo sguardo dalla rete nazionale, nel tentativo costante di accettare e rispondere (al)le sfide proposte.
Senza dubbio! Per una serie di tematiche, infatti, le soluzioni possono essere cercate al proprio interno; in casi specifici, come i trapianti o le grandi ustioni, per esempio, una volta accolti, i nostri pazienti saranno avviati verso altre realtà. La vera sfida però sarebbe quella uscire dall’isolamento culturale e promuovere la creazione di una facoltà di medicina in collaborazione con l’Università degli Studi di Basilicata. È difficile e impegnativa, ma avvincente e procurerebbe ricadute immediate sulle popolazioni e sul territorio; in primis consentirebbe ai nostri giovani talenti di prepararsi e mettere le proprie competenze a disposizione della propria regione. Si pensi al settore ricerca, per citarne uno; con l’Irel e la guida sapiente del prof. Ignazio Olivieri nella Reumatologia abbiamo le carte in regola per poter chiedere di divenire Ircss, e stiamo operando per rispondere a tutti i requisiti richiesti. Altro elemento a cui stiamo dedicando impegno, è lo screening allargato alla mammella che dal range 50 - 70 anni passa al range 45-74 anni: il cambio di prospettiva e di approccio è notevole. E ancora, appena il padiglione D sarà pronto, ricostituiremo un Dipartimento di Cardiochirurgia all’avanguardia, con sale ibride (dove cioè si possa operare in coronarica, valvolare e vascolare contemporaneamente in un’unica seduta). Siamo candidati ad averle in tempi non eccezionalmente lunghi. Ma potremo seguire i pazienti anche a domicilio o con la telemedicina.
Capitolo sempre al centro dell’attenzione è quello dell’Umanizzazione delle cure.
L’Umanizzazione delle cure va al di là delle propensioni personali e professionali di ciascun medico o infermiere o del personale paramedico (inclinazioni che debbono essere presenti e connaturali) ma ritengo che anche rivisitare i luoghi significhi porre attenzione all’uomo. Lavoriamo su spazi più accoglienti perché non si debba vivere un trauma nel trauma. D’altronde, l’integrazione tra acuzie e sistema territoriale porta alla prevenzione e alla specificità e a un ospedale sicuro e capace di offrire una maggiore e più specifica rosa di servizi.

 

 

La Cardiochirurgia secondo il primario Luzi


Il dott. Giampaolo Luzi, per 18 anni al San Camillo Forlanini di Roma e formazione in America, eredita una Cardiochirurgia che egli stesso ha definito in ottimo stato e propone quelle che saranno le novità avanguardistiche cui l’intero Dipartimento del Cuore mira.
“La chirurgia mini invasiva ha caratteristiche e vantaggi notevoli:
1. Valutando il profilo estetico (soprattutto quando si tratta di giovani donne, il passaggio è più traumatico), il vantaggio non è solo periprocedurale. L’intervento avviene attraverso un taglio nel solco mammario, quindi per niente visibile;
2. La ripresa: in due giorni rientrano in reparto in quattro, cinque giorni, sono in dimissioni;
3. Nel caso di interventi con cuore battente non v’è arresto cardioplegico e la ripresa è ancora una volta più veloce;
4. Non ci sono più le sostituzioni come avveniva in passato delle valvole mitrali, bensì si agisce con una plastica di ricostruzione usando un materiale come il goretex, che risponde al tessuto umano ed è resistente. Senza sostanze esterne e senza fare terapia anticoagulante che è piuttosto fastidiosa, l’outcome è nettamente più positivo. In più si consideri che per ogni anno si somma uno 0,5% di rischio con le tecniche precedenti; ciò vuol dire che se un paziente si sottopone a operazione a 60 anni, fino agli 80 rischierà moltissimo. I costi delle protesi sono piuttosto sostenuti, mentre con la mini invasiva è l’investimento di partenza a essere cospicuo (bisogna acquistare ferri chirurgici piuttosto particolari) ma le spese si ammortizzano con risultati sorprendenti che dipendono da ripresa funzionale più rapida e appeal estetico decisamente superiore. Un altro fattore da considerare è che, parlando di impianti valvolari (intervenendo dall’apice del cuore e immettendo una valvola aortica nella valvola aortica presente) vengono riferiti ai chirurghi casi che prima erano considerati impossibili, soprattutto gli anziani, e si allunga anche l’aspettativa di vita. Si comincerà anche con i giovani, nonostante la ricerca sia lunga e onerosa. Con la tecnica valve-in-valve, per coloro che hanno valvole biologiche, e che serve a prolungarne la validità, non si useranno più le valvole meccaniche e non si farà la terapia anticoagulante. Un tempo anche le conseguenze erano piuttosto gravi; si pensi alla mediastinite, l’infezione con exitus a volte anche troppo complesso”.