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Nel 1989, a Potenza, nacque l’associazione Telefono Donna. Parliamo di meno di trent’anni fa, eppure quelli erano tempi davvero “pioneristici” in ambito contrasto alle violenze di genere. Cosa sia affettivamente cambiato da allora (e cosa no) ce lo spiega il presidente dell’associazione "Telefono Donna - Casa delle donne Ester Scardaccione" di Potenza, la psicologa Cinzia Marroccoli, già consigliera Provinciale di Parità.

Coma giustifica la sue esistenza?
Mi sono lauerata in psicologia, indirizzi clinico, a Roma. Dopo essere tornata a Potenza, iniziai ad avere a che fare con il “collettivo femminista” dell’epoca. Giravamo per i paesi, facendo informazione sulla contraccezione femminile, nonché tutto un lavoro a favore delle denunce. Da allora diciamo che è stato quello il mio raggio di azione.
Lei è fra le socie fondatrici dell’Associazione Telefono Donna, nata nel 1989. Cosa la portò a fare quel passo?
Era l’evoluzione immediata di quello che già stavo facendo, ma a Potenza il “collettivo” e altre realtà avevano chiuso. Eravamo quindi un gruppo di donne rimaste senza un’appartenenza. Fu così che nacque “Telefono Donna”.
Violenza sulle donne: com’era la situazione nella Basilicata del 1989, e com’è quella di oggi?
Nel 1989 di “maltrattamenti in famiglia” non se ne parlava proprio: ovviamente, non ciò vuol dire che non accadessero. In tema di violenza, si parlava infatti solo di quella sessuale che –tra le altre cose- è diventata reato “contro la persona” (prima era solo “contro la morale”) solamente nel 1996! Le donne, pertanto, vivevano in un clima di inconsapevolezza totale: un’indagine Istat del 2005 ci dice infatti che molte di loro non sapevano che la violenza in famiglia, ad opera dei mariti, fosse reato. La consideravano, addirittura, una cosa normale. Immagini la situazione nel 1989!
Dall’89 a oggi quanti casi di violenza avete affrontato?
Fino al 2001 i dati non sono bene codificati. Da quel momento in poi, essendo diventati anche “casa rifugio” oltre che “centro antiviolenza”, possiamo contare su una raccolta sistematica. Dal gennaio 2001 al 31 dicembre 2016, abbiamo avuto 2930 “contatti”, cioè telefonate al centro antiviolenza. Nello stesso periodo, alla “casa rifugio Ester Scardaccione” –sita in località segreta- abbiamo ospitato 188 donne, più 106 minori accompagnati. Allo stato attuale, in regione, la nostra è l’unica struttura ospitante di questo genere.
Partiamo dalle donne che telefonano.
I numeri che le ho riferito riguardano le singole donne, ma accade che alcune di loro chiamino più volte. Di tutte le persone che ci chiamano, ci sono quelle che telefonano una volta sola e poi, una volta sfogatesi, non lo fanno più; ci sono quelle che vengono fisicamente da noi –cosa che cerchiamo sempre di incentivare- ma fanno un colloquio e poi non tornano; c’è un numero di donne, invece, che poi vengono seguite sistematicamente, a livello psicologico o anche legale (nei casi più particolari, ci possiamo costituire come parte civile nell’eventuale processo). Infine c’è un numero di donne che vengono ospitate. Io sono certa che dopo questa intervista, sicuramente riceveremo altre telefonate.
Ricordiamo il numero.
097155551. Siamo collegati anche al numero nazionale antiviolenza, il 1522: chi risponde dà il nostro telefono come riferimento locale. In questo modo, però, alcune chiamate, specie quelle d’impulso, si perdono.
Dall’ascolto di queste donne che chiamano o vengono da voi, che quadro emerge della nostra regione? E di Potenza in particolare?
Desolante.
Desolante?
Sì, desolante, a proposito dei rapporti fra uomo e donna. Tanto per cominciare, c’è un livello di violenza psicologica enorme. Anche a danno di donne che non ti aspetti, e a opera di mariti insospettabili.
Cioè non è una questione di classi sociali?
Esatto. Si tratta anche di donne professioniste e lavoratrici, che tu incontri serenamente in Via Pretoria, ma che si trovano in uno stato di sudditanza, di sottomissione psicologica. Non parliamo solo di “sacche d’ignoranza” della popolazione, ripeto, ci sono di mezzo uomini che sono professionisti anche loro. Alcuni sono pure in vista. Persone, insomma, di cui tu non penseresti mai certe cose. A volte, inoltre, allo stato di sudditanza psicologica si aggiunge una situazione di violenza fisica. E molte donne lo tengono nascosto.
Lei diceva, a proposito del 1989, di questa accettazione passiva della violenza domestica, da parte di molte donne che la consideravano “una cosa normale”. La situazione quindi non è cambiata?
Comincia, gradualmente, a non esserci. Ed è il motivo per cui molte di queste donne, alla fine, ci chiamano. Perché, a un certo punto, prendono consapevolezza della situazione. Ci sono però varie “gradualità” di percorso. Alcune donne arrivano a noi dopo che sono state già in questura per la denuncia delle violenze fisiche subite, e da lì vengono poi indirizzate anche verso Telefono Donna. Ci sono poi coloro che questo passo ancora non l’hanno fatto, e altre che vivono in uno stato di confusione: si rendono conto di stare male, ma non riescono a capire perché. Altre donne hanno già chiaro il quadro, ma non sanno come poterne uscire.
Ci sono delle donne desiderose solo di sfogarsi, ma che, in realtà, non vogliono essere aiutate?
Sì, sulle prime magari non vogliono. Accade con le donne che a volte ci mandano i servizi sociali e che sono prive di un percorso. Ma forzarle non è utile e non è giusto, occorre invece seguirle in un percorso, appunto, di ascolto e di sostegno psicologico affinché acquisiscano consapevolezza della loro situazione reale. In ogni caso la loro volontà va rispettata sempre.
Qual è il primo consiglio che si dà a una donna che è in una situazione di violenza, fisica o psicologica?
Non funziona così. E’ sempre un percorso graduale. E’ difficile che una persona chiami e dica subito, la prima volta, “Mio marito mi picchia”: viene presa un po’ alla larga la cosa, o magari anche sminuita. Ciò che è certo, però, è che prima c’erano molte più remore a parlare di queste cose. Ma quel che è proprio cambiato, è la “cattiveria”.
Negli uomini?
Sì. La violenza è diventata qualitativamente … più violenta. Non so se mi spiego.
Cioè gli schiaffi di una volta, per capirci, sono diventati pugni?
No, molto di più. E’ un fenomeno che si riscontra a livello nazionale: donne colpite con acido, o arse dal fuoco.
Perché questo cambiamento? Può essere che il crescente successo delle donne in molti campi, diventi una cosa inaccettabile per gli uomini frustrati?
Il tipo d’uomo di cui parla lei è sicuramente un uomo debole, tutt’altro che forte. Uno che fa leva solo sulla forza bruta, o sulla sua possibilità di mettere la donna in uno stato di sottomissione psicologica. Se questo è un uomo, è un uomo che davanti alla donna indipendente o “di successo”, ha bisogno di rivalse di quel tipo.
Ma la “violenza psicologica”, concretamente, in cosa consiste? Perché la donna ha difficoltà a uscirne?
Perché è un meccanismo che fa in modo di rendere la donna dipendente da quell’uomo.
Perché questi esercita una specie di “fascino” perverso?
No, non fascino, ma manipolazione. Umiliazioni, minacce, isolamento della donna (da amici, colleghi e parenti), irrisione (“sei una cretina, non sei capace di far nulla”): sono tutte strategie, fatte a livello inconsapevole, ma che, dài e dài, convincono la donna di essere effettivamente nel torto, incapace, in errore. Lei si sente in colpa e pensa “Meno male che c’è lui. Allora cambierò e lui mi apprezzerà”. Ma poi accade che, nonostante tutti gli sforzi, “lui” non sia mai contento. E allora la donna si rende conto della situazione reale e pensa di poterlo cambiare, ma si rende conto che è impossibile, perché l’uomo violento ritiene sempre di essere stato “provocato” dalla donna.
Quale può essere, per una donna, il campanello di allarme per una situazione del genere?
Ce ne sono tanti, i cosiddetti “indicatori” di violenza. Il primo e più evidente è la gelosia ossessiva, chessò, il controllo degli sms, o di facebook, o il divieto di vestirsi in un certo modo. Sono tutti indicatori di violenza psicologica, che molte volte è l’anticamera di quella fisica. Gelosia, controllo, possesso: fenomeni che all’inizio dalla ragazza vengono scambiati per “amore”. Non è assolutamente così. La manipolazione di cui parlavo prima, diventa una sorta di “educazione”, o lavaggio del cervello.
Veniamo all’argomento “stalking”. Recentemente c’è stato un caso a Potenza, finito sui giornali. Non si trattava nemmeno di un “ex”.
E’ infatti un caso di “stalking da sconosciuto”. E’ molto più frequente lo stalking degli “ex”: di solito mariti o fidanzati violenti che sono stati lasciati. Diventa stalker, insomma, quello che già era violento prima. Oggi gli strumenti informatici a disposizione, ovviamente, acuiscono il problema. Il nostro consiglio è: denunciate subito, sin dal primo episodio. La legge ha degli strumenti che rendono la denunciante sicura.
Leggo dal suo curriculum che lei si laureò con una tesi che parla anche di “paura nel successo delle donne”.
Una donna che nel lavoro supera “di livello” il marito, dentro di sé sa che questa cosa, prima o poi, la potrà scontare. All’epoca io non parlavo di violenza, ma oggi le posso dire che è una classica situazione che può portare alla violenza psicologica. Ecco perché ancora oggi, anche se di meno rispetto al passato, alcune donne (magari inconsciamente) si auto-impongono “un limite” alla carriera –a volte anche tramite gravidanze “improvvise”- o hanno sempre bisogno del “permesso” del compagno.
In una precedente intervista sul nostro giornale, lei asseriva che i fondi pubblici a sostegno dell’associazione tardavano ad arrivare. Qual è adesso la situazione?
La Regione Basilicata ha dei fondi disponibili, c’è anche una determina a nostro favore, e noi aspettiamo che ci arrivino effettivamente. Quel che posso dire, è che –nel frattempo- noi abbiamo comunque continuato ad erogare i nostri servizi. Con sacrifici.
E’ notizia di oggi che il nuovo direttore regionale dell’Inps è una donna, così come lo è, ancora una volta, il nuovo Prefetto di Potenza. Cosa chiede alle donne nelle posizioni apicali?
In generale chiedo di non rinunciare al loro punto di vista di donna, e di non acquisire quello maschile.
Mi sembra che ci sia una bella sinergia con la Consigliera di Parità regionale, Ivana Pipponzi.
Sì, lei sta facendo delle cose molto concrete per le donne. E noi abbiamo bisogno di cose concrete, perché di parole ne abbiamo sentite tante. La Consigliera di Parità ha realizzato un portale web, e altre cose molto concrete sono in cantiere. Come anche le cose che facciamo noi: tutte azioni che porteranno sicuramente a dei frutti.
La canzone preferita?
Non ne ho una. Mi piacciono quelle romantiche. I cantautori.
I libro?
Adoro i gialli, ultimamente sto leggendo delle cose francesi.
Il film?
Non è che vada molto al cinema.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla lapide?
«Una donna che si è impegnata molto per le altre donne».