pranzobochicchio

Sessant’anni a settembre, Giovanni Battista Bochicchio –manager che pare subito dotato di invidiabile self-control- da gennaio 2016 è il direttore generale dell’Azienda Sanitaria Locale di Potenza (ASP)

Come giustifica la sua esistenza?
Intanto non volevo fare il medico. Avendo fatto gli studi classici, volevo proseguirli; ma poi, per non dare una delusione forte a mio padre -che ci teneva tanto- scelsi medicina. Finì che mi ci appassionai, di brutto, anche se c’è uno “Hiatus” profondo, fra la bellezza degli studi medici e la “precarietà” della professione. Alla fine, mi sono laureato con tre specializzazioni: diabetologia, medicina interna, igiene e medicina preventiva.
Ci faccia un breve riassunto: dalla laurea alla dirigenza dell’Asp di Potenza.
Guardia medica in molti paesi; “le mutue” nel mio comune, Filiano; assistente medico all’ospedale di Rionero; aiuto medico (“medicina generale”) all’ospedale di Venosa, dove, tra l’altro, m’ero sposato e dove m’iniziai a occupare di assistenza domiciliare (divenni –e lo dicono gli atti- un punto di riferimento per quest’attività: un iniziatore); nel 2008 divento direttore sanitario dell’allora Asl 1 di Venosa; poi direttore sanitario del Crob; poi, per un periodo, torno a indossare il camice; successivamente direttore sanitario del San Carlo. A gennaio 2016, in maniera un po’ inaspettata, se vogliamo, divento direttore generale dell’Asp.
Entriamo nel vivo: la riforma del sistema sanitario regionale. Il San Carlo assume la titolarità dei presidi ospedalieri di base di Lagonegro, Melfi e Villa d’Agri, trasferiti dall’Asp; e l’Asp –a sua volta- assume la competenza esclusiva sul sistema regionale dell’Emergenza Urgenza 118. Quali gli aspetti che vi agevoleranno il lavoro e quali quelli che ve li complicheranno?
Nella prospettiva organizzativa parlare in questi termini è sbagliato. Il punto è che il legislatore regionale ha dovuto fare una riforma cruciale in un momento in cui venivano al pettine alcuni nodi, alcuni nodi “antichi” per la verità: il rischio era addirittura la chiusura di qualche ospedale. La volontà era però quella di provare a non chiudere niente, abbinata a una logica di razionalizzazione della spesa. Il tutto senza sacrificare le competenze del territorio, ma al contrario elevandole, per dare le risposte a tutte quelle domande inevase.
Inevase perché?
Da troppo tempo si dava troppa importanza all’ospedale per acuti, e sempre meno al territorio.
A proposito di “nodi antichi” venuti improvvisamente al pettine: lei faceva chiaramente riferimento alla legge 161, quella sulle famose 11 ore di stacco tra un turno e l’altro. Una normativa di cui ci si è “accorti” all’improvviso e che ci ha costretto a correre ai ripari.
Noi siamo in questa situazione per effetto di un’altra legge, la legge di spesa, che prevede che le dotazioni organiche, come valore economico, debbano essere riportate a quelle del 2004, meno l’1,4 %. Se così è, per mettere a norma la sicurezza di tutti gli ospedali, c’è bisogno di un gran numero di milioni di euro. Milioni che non abbiamo, perché c’è il famoso “tetto di spesa”. Che è poi una realtà tutta lucana.
Si spieghi.
Nel 2004 noi non avevamo ancora il 118 e il Crob. Di conseguenza, se non c’erano, oggi non si possono mettere nel calcolo; inoltre, ai valori del 2004, si deve togliere pure l’1,4%!
Di conseguenza non si possono fare assunzioni.
Anzi, siccome il trend va “consolidato” al 2020, fino ad allora si dovrebbe organizzare la struttura con una perdita di personale pari a 20 milioni di euro; mentre ce ne vogliono altrettanti per mettere in sicurezza gli ospedali. E fanno 40. Che non abbiamo. E anche se ci fossero, la norma ci impedirebbe di utilizzarli.
Roba da emicrania.
Il “ritardo”, a cui faceva cenno lei, derivava da una speranza che la Regione aveva, ovvero che le “aperture” che la Lorenzin e lo stesso Renzi avevano fatto al governatore, si concretizzassero. Il Ministero dell’Economia e Finanze , però, ci ha detto: “Non ci pensate nemmeno”.
E quindi arriviamo a questa riforma.
Esatto. Al di là di tutto, essa prende coscienza di un fatto: che la nostra rete ospedaliera è ridondante. Ridondante. Il primo piano sanitario di Bubbico descriveva e affrontava bene questa realtà, così come quello di Martorano: riservava agli ospedali per acuti l’organizzazione dell’emergenza-urgenza, ma non altro. Il problema è che nel tempo abbiamo usato quegli ospedali come se fossero dei piccoli San Carlo in sedicesimi; un errore storico che si è ripetuto. E oggi ci accorgiamo che economicamente non è più possibile.
E adesso?
Si tratta di capire come rifinalizzare i tre ospedali al circuito dell’emergenza-urgenza, mantenendo, però -e questo è un problema- quei servizi che possono essere utili alla popolazione locale, in concordanza con l’azienda territoriale. Quest’ultima poi deve continuare a dare risposte di salute, facendo prevenzione. Il percorso diagnostico-terapeutico deve completarsi in un discorso ospedale-territorio, in un percorso bi-direzionale: dal territorio deve partire l’orientamento verso l’ospedale, quando non ce la fa più a dare una risposta; e il territorio, dal canto suo, deve prendersi in carico precocemente il paziente dimesso dall’ospedale, perché lo deve reinserire nella rete territoriale dei servizi. Che poi è questa cosa bellissima che stiamo facendo al San Carlo con la “Centrale delle dimissioni”. L’organizzazione “per intensità di cura” deve essere dentro l’ospedale, ma anche sul territorio: si tratta di dare risposte crescenti, di pari passo con la complessità della domanda.
Cosa, di questa riforma, avrebbe fatto diversamente?
Forse avrei fatto un’unica azienda regionale, o al massimo due, una territoriale e una ospedaliera. Ma si sa, tutte le grandi riforme sono figlie della mediazione. Inoltre è soltanto l’inizio, perché questa riforma fra sei mesi dovrà essere inserita nel redigendo piano sanitario regionale, e quindi è suscettibile di modifiche.
Veniamo alla vertenza Luccioni. L’ASP ha sospeso la convenzione: avete riconsiderato questa cosa?
Dalle cartelle esaminate abbiamo avuto dei dubbi sulla giusta condotta che dev’essere osservata in sala operatoria. Dal punto di vista amministrativo, secondo noi, sono state svolte attività che andavano fatte in regime ambulatoriale, e non di chirurgia ordinaria. Contestate queste cose all’azienda, la Luccioni –prontamente- ci ha risposto, ma non ci ha convinto. Non ci è rimasto altro da fare che sospendere il contratto, secondo la legge 28, in attesa che l’autorità giudiziaria faccia il suo percorso. Inoltre pende, da parte loro, un ricorso al Tar. Il verdetto è atteso per marzo. Aspettiamo.
Nel frattempo hanno cambiato il direttore sanitario e vi chiedono di riconsiderare la vostra posizione, alla luce di questo mutato assetto organizzativo.
L’ufficio legale sta valutando anche questo, e io aspetto di sapere il suo parere. Di sicuro, le posso dire che non c’è “accanimento”, come qualcuno ha cercato di far apparire.
Questione Aias di Potenza. La Fials ha lanciato un grido di allarme, chiedendo “azioni concrete” per salvarla.
Hanno ragione, perché l’Aias di Potenza, per il bacino di utenza che ha, ha bisogno di ben altre risorse. Il pasticcio, però, nasce dal fatto che c’è stata una “storicizzazione” dei budget assegnati alle strutture; in combinato con la legge successiva, sempre in materia di “tetti” da non “sforare”, ha creato una situazione che oggi può essere rimossa soltanto con un provvedimento legislativo. So però che il Dipartimento della Regione sta lavorando su questo.
Parliamo di quello che è uno dei PROBLEMI in Basilicata: le liste di attesa. Tempi biblici per fare un esame, ma se poi vai allo studio privato, magari di quello stesso dottore, te lo fanno il giorno dopo. Un meccanismo lecito, ma perverso.
Senta, la domanda del paziente va orientata, attraverso una sorta di “facilitazione” del percorso, con una finalità precisa.
In parole povere?
Esempio pratico: oggi accade che il paziente DECIDE di fare una tac e va dal medico curante, e chiede una “total body”, perché vuole controllare tutto. Questo non ha senso. Oppure, l’eco color doppler; è un esame richiestissimo, ma che produce “fatti diagnostici” si e no nel 10% dei casi.
Quindi i medici di famiglia dovrebbero fare da primo “filtro”?
Sì, ma all’interno di percorsi diagnostico-terapeutici molto precisi e condivisi a livello aziendale, fra medicina generale e ospedaliera. Il diabetico, l’iperteso, cioè, devono avere e sapere già un percorso preciso, stabilito a monte, un profilo, una vera e propria “agenda”, personale, addirittura. Se si fa questo, rimane solo il paziente occasionale che ha bisogno di quell’esame, ma è poca roba.
Quindi lei non ha il sentore che qualche professionista se ne approfitti?
No. Le liste di attesa sono solo il frutto di una cattiva organizzazione.
Da parte di chi?
Nostra. Ci dobbiamo riorganizzare, ma nel modo che le descrivevo.
Demoskopika, a proposito della Basilicata, ha rivelato un’impressionante emigrazione sanitaria.
Se leggiamo il valore assoluto, più di qualche preoccupazione ti viene. Ma se guardiamo il trend lucano degli ultimi dieci anni, in realtà ci accorgiamo che, man mano, l’emigrazione si è ridotta. Possiamo fare di più e meglio, certo, ma questa è un’altra cosa attinente all’organizzazione futura, di cui abbiamo parlato diffusamente.
Altro giro, altra corsa. L’ANISAP di Basilicata vi chiederà di predisporre una circolare affinché le certificazioni e le documentazioni rilasciate da strutture sanitarie private accreditate per il rinnovo della patente ed altre esigenze della P.A., abbiano la stessa validità di quelle rilasciate da strutture pubbliche.
E’ una giusta richiesta, sollecitata dai cittadini. Stiamo valutando come dare la migliore risposta possibile.
Se la sanità lucana fosse un paziente, quale patologia potremmo riscontragli? “Elefantiasi”, “iper-tensione”, “anemia”?
(Ride) L’assenza della facoltà di medicina. Abbiamo bisogno di stimoli culturali.
La macchina burocratica a volte si inceppa, anche perché nei posti importanti ci sono i raccomandati. Condivide?
Il fenomeno della raccomandazione, molto in generale, sicuramente c’è, ma quello che vedo è che le persone più preparate non sono in cerca di raccomandazioni. Io spesso ricevo “segnalazioni” di persone che difettano di competenza: ma sarei fesso io ad accettarle. Se la politica seleziona le migliori intelligenze e competenze, per me non è necessariamente un male. Ma se mette le persone sbagliate nei posti giusti, fa un cattivo servizio. Inoltre, sono uno che non accetterebbe mai un’imposizione dall’alto.
Ha mai cacciato nessuno dal suo ufficio?
No, ho fatto solo capire che non era nelle mie possibilità accontentarlo.
E’ stato mai indagato?
Che io sappia… no…
Detta così…
(Sorride) Da quello che ha scritto anni fa un giornale, a proposito di un non meglio identificato “alto dirigente dell’Asl”, sembrerebbe che io sia stato “attenzionato”, ma poiché non c’entravo assolutamente nulla con la faccenda, non ho mai ricevuto un avviso di garanzia.
Ha mai querelato nessuno?
No e mai lo farei. Cioè, mi capita spesso di leggere cose imprecise o al limite della veridicità, ma in quel caso preferisco inviare una mia risposta. Così a proposito dell’articolo che le dicevo: mi riconobbi nel servizio e, avendo la coscienza a posto, inviai al giornale un mio intervento. Il mio nome lo feci io, in pratica.
La canzone della sua vita?
“Azzurro”.
Il film preferito?
Adoro James Bond. Direi“007: Vivi e lascia morire”.
Il libro?
I promessi Sposi e la Divina Commedia.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
«Ha sempre lavorato per il bene comune e dall’Aldilà gli piacerebbe capire per quante persone, effettivamente, è stato utile».