MacchiaPranzo

Cinquant’anni, viso paffuto, occhiali “transition” e sguardo sottecchi da stratega, Gennarino (non “Gennaro”: ci tiene molto all’“ino”) Macchia, 50 anni, è il segretario generale della First-Cisl Basilicata. E’ la federazione che rappresenta i lavoratori delle banche, delle assicurazioni, degli enti di riscossione e delle authorithies

Come giustifica la sua esistenza?
Mio padre a 20 anni, partendo da una campagna di Lavello, è emigrato in Canada. E lì è morto, otto anni dopo, lavorando in un cantiere edile. Io ho potuto contare su mezzi che lui non ha avuto, e quindi vorrei essere protagonista del mio territorio.
Veniamo subito ai temi scottanti. Due giorni fa “Il Giornale” ha definito Equitalia come il più temuto nemico degli italiani dopo il virus Ebola.
Il legislatore ha fatto un grave errore: anche se l’importo chiestomi da Equitalia, all’origine, è errato o del tutto immotivato, io cittadino non posso intervenire, mentre loro hanno tutti i mezzi per riscuotere. E questo accade perché i due soggetti, l’ente impositore –chessò l’Inps o la Polizia Municipale- e quello riscossore, Equitalia, non sono messi in condizione di interagire. E’ successo proprio a me: un ente impositore mi aveva chiesto una cifra assurda, per una questione che non stava né in cielo, né in terra. Mi sono dovuto rivolgere a un avvocato, esperto di queste cose, e ho avuto ragione, ma tutto questo giochino mi è costato 1.200 euro. Quando Renzi disse che Equitalia veniva soppressa, diceva una bugia: a luglio 2017 diventa Agenzia delle Entrate Riscossione. Andavano fatti altri provvedimenti.
Quali?
Quelli sulla “certezza della tassa”. Se, per errore, mi arriva una cifra da pagare per una casa che non è più mia da un pezzo, io NON LA DEVO pagare. Verte tutto sulle banche dati: ente riscossore ed ente impositore devono essere e in grado di interagire in tempo reale. Tu cittadino, cioè, devi avere la possibilità di andare da Equitalia, verificare la presenza dell’errore, e risolvere seduta stante. Mentre oggi ti dicono “Lei ha ragione, ma non è colpa nostra. Si rivolga all’ente impositore”. A quel punto, il cittadino se la prende col primo che capita.
Lei ha dichiarato: “Oggi difendere chi lavora in Equitalia significa andare controcorrente, ma parliamo di lavoratori che da troppo tempo sono nel mirino dei media e della pubblica opinione”.
Difatti. Ci sono state reazioni allucinanti nei confronti di poveri cristi che si guadagno il pane. Eppure, anni fa gli enti riscossori erano in mano alle banche: il rischio di “conflitti d’interesse”, o peggio, era altissimo. Certe “tentazioni”, invece, con Equitalia sono venute a mancare, perché il soggetto proprietario è lo Stato. Equitalia è comunque una garanzia per gli enti impositori.
Lei ha anche detto: per ridurre la pressione fiscale servirebbe una riforma seria e strutturata, che sappia distinguere fra chi non paga per necessità e chi evade per scelta.
Noi abbiamo tanti piccoli imprenditori, e per loro la piccola evasione –pur da condannare- diventa, nei fatti, la possibilità di stare un attimo tranquilli. Io dico: perché quello che ha mille euro di evasione -dovuta molto spesso a tutta una serie di adempimenti burocratici- è nei guai, mentre le centinaia di milioni di euro nei paradisi fiscali vengono tollerate? Ci vuole una serie di provvedimenti legislativi atti a una semplificazione del Fisco, per i piccoli imprenditori e le Partite Iva, che in questo caso sarebbero spinti a far emergere il loro reddito. Seconda cosa: dovremmo basarci sul “conflitto positivo d’interessi”. Se oggi vai dal carrozziere, per esempio, può capitare che quello ti dica: “150 con fattura, 120 senza”, e tu accetti. Se lui invece ti dice: “Con la fattura ti scarichi il 20%”, tu la fattura la vuoi eccome. Un meccanismo come questo fa emergere gran parte dell’evasione fiscale, e consente all’Agenzia delle Entrate di concentrarsi invece sui GRANDI evasori.
L’Italia è quindi, per davvero, una terra di sperequazioni, ingiustizie, privilegi per alcuni e guai quotidiani per altri?
Secondo l’Istat, nel 2015, oltre il 71% delle famiglie non è riuscita a risparmiare un euro. Sempre l’Istat certifica che, nello stesso anno, il patrimonio del risparmio è aumentato di 40 miliardi. Cosa significa? Che i soldi si stanno sempre più concentrando nelle mani di pochi. Aumentano i divari, e le opportunità. C’è tutta una categoria di persone che sta franando verso la povertà. Alla Caritas ormai ci vanno anche i dipendenti e i professionisti.
Il sistema bancario, in tutto questo, che ruolo ha avuto?
Io ho fatto una scoperta: le cause di questa crisi risalgono al 1982. Io stesso non ci credevo. Dipende tutto dal “buy back”.
Me lo spieghi come se fossi l’ignorante che sono.
(Ride). Nel 1982, l’organismo americano di controllo della borsa, ha concesso alle aziende di “ri-acquistare” le proprie azioni, precedentemente vendute. E già questo è un controsenso. Il processo è complesso, ma tutto, alla fin fine, serviva a rendere predominante il valore “di borsa” delle aziende, rispetto a quello “reale”. E così, il valore prodotto nelle aziende, invece di essere trasferito all’interno per rafforzarle (in tecnologia, personale, produttività, etc.), veniva trasferito sul mercato, drogandolo. E così, negli anni, gli speculatori di borsa hanno alimentato questo meccanismo, facendo in modo che la ricchezza prodotta finisse tutta a loro e agli azionisti; mentre il personale veniva licenziato per abbattere i costi e quotare maggiormente l’azienda. In questo modo è saltata completamente la redistribuzione del reddito.
C’è chi ha tutto e chi non ha niente.
Oggi noi viviamo quello che accadeva nel Brasile 20 anni fa. E le banche si sono prestate a questo tipo di meccanismo: tu eri un finanziare, andavi al “Credito X”, in quanto amico del management e chiedevi un milione; quello te ne dava due, perché –ti diceva- uno lo dovevi reinvestire in azioni del “Credito X”, così, io manager, mi becco il bonus. Anche oggi, tutti dicono che il problema delle banche non sono i dipendenti, ma l’alto management, che probabilmente è la causa dei “crediti deteriorati” -pari a 200 miliardi- ovvero crediti che non è certo se riusciranno a rientrare del loro valore.
Veniamo al locale. Lei è un dipendente –in distacco sindacale- di Sviluppo Basilicata. La Regione ci punta molto: questa società “in house” sta svolgendo al meglio la sua “mission”?
E’ stata un grosso investimento da parte della Regione, e io, come cittadino, voglio rientrare di questo investimento. Questo accade se Sviluppo Basilicata fa da agenzia di sviluppo locale: attraendo investimenti esterni, supportando la Regione per migliorare l’utilizzo dei fondi strutturali, essendo cruciale su Matera 2019, supportando le diverse tipologie di imprenditori. Le competenze e gli strumenti finanziari ce l’ha.
“Accade se”… significa che non lo sta facendo?
No, non lo sta facendo. Tant’è vero, che era iscritta alla Banca D’Italia come “finanziaria”; è cambiata la normativa, e adesso deve mettere in piedi un percorso per iscriversi con i nuovi requisiti. In questo momento, però, ancora non è stato fatto.
Veniamo al mondo del sindacato. In alcune di queste interviste a pranzo si è parlato di strutture troppo “elefantiache” e lontane dal tessuto reale dei lavoratori.
Troppi luoghi comuni, non bisogna generalizzare. Una cosa però è certa: il sindacato diventa il terminale di tanti soggetti che non hanno voce.
Quindi lei non cambierebbe niente?
No, che c’entra. Anzi, io sono considerato un riformatore “spinto”.
E allora cosa cambierebbe?
Il sindacato deve migliorare, deve utilizzare al meglio le risorse che ha a disposizione, non è “nemico” di nessuno, deve rispondere meglio alle esigenze di coloro che rappresenta, razionalizzando i suoi servizi, avvalendosi al meglio delle tecnologie che fanno risparmiare, come le videoconferenze. Il mio ufficio è tutto in uno zainetto e in un palmare: mi muovo continuamente. Inoltre, da tempo abbiamo inserito tutta una serie di norme sul controllo e la trasparenza, che danno anche la certezza di quello che si fa.
Altra critica emersa: sindacalisti troppo “contigui” alla politica. Lo dimostrerebbe il fatto che alcuni si sono buttati in politica, altri hanno avuto offerte importanti, altri sembra che attendano da tempo una poltroncina di assessore. “Luogo comune” anche questo?
Mmm. E’ indubbio che sindacalisti e politici abbiano dei punti in comune: hanno a che fare con la gente, con la burocrazia etc. Di conseguenza, stando nel sindacato, si acquisiscono delle competenze che possono essere riversate in politica. Non mi meraviglia ed è legittimo. Il punto è un altro: cosa tu, una volta in politica, sei riuscito a fare per la gente, da ex sindacalista. E’ questo che io voglio sapere. I risultati verificabili. Ed è una cosa che non ha che fare col numero di presenze in aula, ma con le proposte di leggi, le attività in commissione etc.
Facciamo il gioco dei nomi. Una persona, un aggettivo. Falotico (Cisl)?
Diplomatico.
Vaccaro (Uil)?
Simpatico. Mi piace prenderci il caffè.
Summa (Cgil).
Passionale. Anche quando dice solo “buongiorno”, è già partito.
Una (non)battuta: ogni politico che si intervista, dice che il problema principale è il lavoro; ma se tutti ne sono così coscienti, come mai la situazione non cambia?
Il punto è, innanzitutto, riconoscere il giusto ruolo alle parti sociali, attraverso la concertazione, ciascuno per proprio ruolo e rappresentanza. Punto due: la struttura deve essere snella, devi essere in grado di dare risposte, in tempi rapidi. Punto tre: bisogna fare politiche d’investimento adatte ai cointesti locali. Punto quattro: una volta per tutte, con l‘Eni in Val D’Agri, bisogna farsi sentire e rendersi partecipi degli utili. Ma poi, io dico una cosa; c’è qualcuno alla Regione che questi benedetti barili di petrolio li controlla?! Se tu ti attacchi all’acqua di casa mia, anche il contatore sta in casa mia! In Val D’Agri, inoltre, va fatto il discorso dell’ “hub” energetico, come incentivo all’impresa.
E quindi, se potesse prendere Pittella sotto braccio, cosa gli direbbe?
Deve prendere armi e bagagli, e dare un giro di vite alle rendite di posizione. Cioè, deve avere il coraggio di dire a qualcuno: “Ehi, hai fatto il tuo tempo. Vai un attimo in panchina. Magari fai il padre nobile di alcune iniziative, ma dài spazio anche ad altri”.
Il film che la rappresenta?
“L’Attimo Fuggente”.
La “Canzone?”.
“Dio è morto” di Guccini.
Il libro?
La Bibbia.
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
“Ha fatto tutto quello che era in suo umano potere. Al resto, ci ha pensato il Padreterno"