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 “L’anno che verrà”, andato in onda da Potenza, ha riportato il megaspettacolo in attesa dell’anno nuovo, di nuovo in Basilicata.

Una grande vetrina per la regione. Pertanto era da pensare ad una passerella delle grandi eccellenze della terra lucana, da quelle dei piccoli borghi ai grandi centri, dalle bellezze monumentali a quelle paesaggistiche. Per una parte della regione le immagini si sono più volte ripetute, non così e con meraviglia durante le circa quattro ore di spettacolo per Melfi e l’area del Vulture, di cui non è andata nessuna immagine. Quasi alla fine si è intravisto il castello di Melfi e per qualche secondo alcuni reperti del museo, sarcofago compreso. Tutto fugacemente e del maniero più che rendere la sua visione per l’importanza del monumento è sembrato che abbia fatto la sua comparsa come contenitore della struttura museale. La cosa è di una gravità incommensurabile. Forse qualcuno ignora che quello è il castello delle Costituzioni di Federico II, un autentico fregio della Basilicata, che con una mentalità più aperta potrebbe divenire la regione delle Costituzioni. E questo volendo trascurare tutta l’altra monumentalità di Melfi, dalla Basilica-Cattedrale e la sua torre campanaria normanna, l’episcopio “il picciolo Vaticano” dei Concili papali, alle mura greco-normanne-sveve con Porta Venosina e le chiese rupestri. Ugualmente assenti le bellezze paesaggistiche del luogo, il monte Vulture, la sua Bramea e i laghi di Monticchio. In senso stretto è mancata l’area del Vulture e le sue eccellenze vitivinicole e castanili. Lo spettacolo, costato sui 500mila euro, è sicuramente a carico dei contribuenti lucani, Melfi e la sua area comprese, per le quali non si comprende il motivo di tale discriminazione. E se la somma fosse anche di provenienza da fondi europei, l’esclusione rimane ugualmente incomprensibile. Quei fondi appartenevano anche alla comunità in questione per essere parte integrante della regione e potevano essere impiegati in ben altro modo. Non con l’assenza, quasi di una Melfi che non c’è, di un’area che non c’è, ma per il restauro e la fruizione dei suoi monumenti o per incentivare con opportune opere l’ambiente paesaggistico, a partire da Monticchio, sempre più in abbandono. Questo voler tacere l’esistenza della nostra area, congiuntamente alle continue sottrazioni in atto, ci portano a chiedere se nei piani regionali vi sia progetto che miri alla cancellazione della zona e la sua assimilazione a quella potentina.

 

Franco Cacciatore