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MATERA- La sua bella parrocchia in rione Agna straripa di libri in ogni angolo. Don Basilio Gavazzeni, 72 anni, ha il tipico volto da contadino bergamasco sanguigno e passionale, ma è un amante delle citazioni colte: una di queste (estrapolata da “L’Uva Puttanella” del sindaco-poeta di Tricarico, Rocco Scotellaro) una volta gli costò una querela. Ma il presidente della Fondazione Lucana Antiusura “Monsignor Cavalla”, nonché battagliero parroco della periferia materana, ha la pelle dura. Ogni giorno, infatti, guarda dritto negli occhi la povertà, e in quelli di chi della povertà se ne approfitta.


Come giustifica la sua esistenza?
Lo dovrebbe chiedere a Colui la cui volontà è assolutamente imperscrutabile. Mi chiamo “Basilio” e sono da tanto in “Basilicata”; ho avuto una madrina di battesimo di nome “Agnese” e sono parroco della parrocchia di Sant’Agnese; la mia famiglia proviene da un paese bergamasco di nome Strozza, e direi che l’assonanza con il termine “strozzino” è pressapoco scontata…
In cosa si sente maggiormente lucano?
Sono arrivato qui la sera dell’Epifania del 1978. Lucano? Lo sono perché questa terra l’ho amata e l’amo ancora. Ma sono pur sempre un forestiero…Oggi, tuttavia, nutro nei riguardi di questa regione un impulso meno sentimentale e più realistico, più aspro. Sono sempre stato un uomo del “contro”. Io amo questo popolo per come è, e a questo popolo molte volte ho detto “ti è stata spezzata la spina dorsale”. Io noto che qui siamo più abitanti che cittadini, più della gente che se ne resta a guardare che dei veri e propri protagonisti.
… E secondo lei la colpa è dei cittadini o di chi li governa?
Mi è molto difficile rispondere. In realtà anche io provengo da un popolo che ha subìto molte umiliazioni, ma quelle stesse persone oggi mostrano un’altra grinta. Il fatto che qui non ci sia alcuna possibilità di occupazione per i ragazzi ha portato via non solo del capitale umano, ma anche una montagna di economia. Praticamente quasi tutti.
Lei si occupa di usura, ma anche di povertà. C’è chi dice che si è persa “la dignità” della povertà.
Io trovo delle persone ancora estremamente dignitose nel vivere la loro condizione economica, come l’insegnante in pensione che aiuta la famiglia curvata dalla povertà, ma che non lo dice a nessuno; di contro c’è una dilatazione della perdita di stile e di dignità, da parte di quelli che io definisco “i ratti” e “i passeri” della povertà, cioè coloro che si sono adagiati a questo tipo di vivere. Il vero problema, per noi è appurare la reale condizione delle persone e poi stabilire quando e come aiutarle.
Le è mai capitato di rimandare indietro qualcuno?
Assolutamente sì. Non voglio mai mancare di cortesia, ma mi viene in mente un episodio specifico verificatosi recentemente, il giorno dopo Natale. Si trattava di una persona che mi ha fatto chiedere se non fosse un “razziatore”, uno che se li era girati tutti: gli ho dato aiuto e ascolto, ma quando mi ha chiesto se poteva tornare, gli ho detto “no”. È umiliante il modo di pensare alla carità attraverso un pacco, eppure siamo stati noi stessi ad abituare la gente a questo.
E quale sarebbe il modo corretto?
Affrontare realmente e di petto tutte queste situazioni. La verità è che c’è troppo disunità nel soccorso, laddove bisognerebbe avviare concretamente dei processi legati all’occupazione e alla protesta civile. I poveri devono imparare a gridare, ma senza mancare di rispetto. Ma rimane che non si può andare avanti così. In una città come questa, dove prevale l’individualismo e la settorialità, la chiesa “adorna le catene di fiori”, cosa di cui siamo stati accusati nel passato. Tuttavia, così facendo, si dà molto poco, la nostra borghesia è molto avara e non fa nulla.
Quanti soldi movimenta la sua associazione antiusura?
I numeri che ho fornito quest’anno si aggirano intorno ai settecentoventi mila euro.
Dati realmente a persone che avevano un problema di usura…
Certo. Siccome è un bilancio regionale, circa cinquecentomila euro sono anche andati agli alluvionati del 2013; come parroco di sant’Agnese, poi, ho dato quarantamila euro liquidi…
…questi sono soldi della parrocchia…
Sì, ma anche miei. Ripeto, io credo più nel denaro dato col cuore che non in un semplice pacco…
E’ possibile tracciare un “identikit” di chi ricorre all’usura e poi viene da lei? Si tratta di poveri?
In realtà non esiste un “povero” in grado di rimborsare un eventuale debito. La fondazione non è un luogo di denuncia –anche se Don Marcello Cozzi e il suo gruppo invece in questo credono molto- ma assume prevalentemente il ruolo della prevenzione. Ci sono dei criteri per concedere l’aiuto economico: lo stato di bisogno, cioè le difficoltà di accesso al credito legale; la “serietà” del debito attuale o pregresso; la capacità di rimborso dei fondi erogati dall’associazione, con interessi molto bassi; l’effettiva possibilità di sottrarsi all’usura. Il rischio, ad esempio, è connesso a chi si trova costretto a onorare dei mutui, a coprire sventatezze imprenditoriali, oppure a chi deve fronteggiare delle malattie improvvise. Detto tra noi, chi cerca denaro oggi o trova un gonzo, o becca un Santo, o un usuraio. Io non sono certo un santo, ma ho iniziato la mia battaglia anti-usura dando del denaro mio. L’usuraio -l’amico o persino il parente- sa benissimo se il denaro che presta tornerà indietro oppure no: lui specula sulle entrate della vittima.
Sono di più o di meno gli aiuti erogati rispetto all’anno precedente?
Gli ascolti, sono più o meno gli stessi, un duecento casi. Gli assistiti sono 34/35. Anche i soldi dati, rispetto all’anno scorso, sono superiori. Tenga conto, però, che l’usura non la conosce nessuno; il mio amico Don Cozzi, ad esempio, che fa nomi e cognomi di usurai… beh, io me ne guarderei bene. Non le potrei dire i nomi.
In cos’altro si sente diverso da lui?
Siamo caratterizzati egualmente da una profonda passione per gli altri e da un forte disinteresse personale. Abbiamo una forte capacità di comunicazione. La diversità, invece, si registra nella mia totale noncuranza verso la denuncia dei “mega-sistemi”. Io, ad esempio, rimprovero a un Saviano l’essere sedotto dall’aureola grandeggiante e nereggiante dei protagonisti dei mega-sistemi malavitosi. Io, invece, sono maggiormente sensibile a ciò che si muove nel brulichio.
Lei si occupa del “non visto”, del “quotidiano”?
Ho un pessimismo antropologico forse maggiore, nei confronti dei postulanti. Forse, eh. Però, ho visto che altrove vogliono sempre esplicitamente i nomi degli strozzini, cosa che io non mi arrogo a fare. Io qualche volta, però, per la cura dei debiti e dell’usura ho quasi una pretesa chirurgica, dico sempre “Tu hai questa entrata: vedi di poter vivere solo di questo almeno per un anno, poi ti do da qui a qui”…Ecco, la capacità di sacrificio, che io da sacerdote ho sempre predicato. Quando si vive in difficoltà, bisogna a-c-c-e-t-t-a-r-l-a! Bisogna vivere di poco, tagliare le uscite superflue anche nelle pizzerie, gli inviti ai matrimoni….
Questa è una cosa tipica del provinciale: magari muore di fame, ma non rinuncia a certi riti sociali.
No, non rinunciano neanche ad andare a vedere le partite, magari vanno fino a Milano, Roma, Torino…
Vengono da lei anche gli immigrati a chiedere aiuto? Mi riferisco alla povertà e non all’usura.
Ho avuto un caso, lo stavamo risolvendo, ma mi sono accorto che non aveva detto la verità. Ho perduto per così dire la mia caparra, perché avevo anticipato un possibile prestito.
La Basilicata come la sta conducendo questa ‘battaglia’ dell’inclusione?
Adesso è diventato il cavallo di battaglia di molte associazioni. Ho qualche dubbio, ma voglio credere nelle buone intenzioni altrui. Quando poi noi ci si è trovati dentro alcuni aiuti, si è fatto fatica. Difficilissima l’integrazione…
Ma è possibile?
Sarà possibile, ma tra quanti anni? Le faccio un esempio….La bella e piccola colonia cinese che abbiamo nella nostra città, ma con chi parlano?
Ho letto una sua intervista in cui, dopo le elezioni regionali, lei diceva “Pittella mi sembra una persona in gamba”.
Confermo.
Pittella rimane anche “uno con la faccia da metalmeccanico triste”?
Sì, io non sapevo neanche che mestiere facesse. Di lui, notizie avute dopo, apprezzo il fatto che abbia adottato dei bambini. Quello che però mi manca è un presidente che accetti di più di confrontarsi. A me risulta che la commissione anti-usura e anti-racket, attraverso il suo presidente Basile, incitata dalle due fondazioni sorelle anti-usura e altre associazioni, un anno fa aveva chiesto un incontro, ma non ci è mai stato concesso.
Se potesse prenderlo sotto braccio, il Presidente, cosa gli direbbe?
Gli ho fatto due regali quelle due volte che l’ho sentito in pubblico. Gli ho regalato l’enciclica del Papa “Laudato sii”, e l’altra volta invece gli ho regalato un libretto di Umberto Eco.
Quindi cosa gli direbbe oggi: “Marcello, per la Basilicata devi fare questo...”
Io gli direi di decidersi a partire dalla questione degli “ultimi” in Basilicata, e apparirebbe subito la questione dei giovani.
Il reddito minimo d’inserimento come lo vede?
È la rinuncia a far qualcosa di più.
La città di Matera com’è cambiata da quando è Capitale della Cultura?
La popolazione è lasciata completamente fuori. L’idea di cultura prevalente è l’equazione cultura-flusso di denaro, dall’esterno, dall’alto e dal basso (con il turismo). Altro concetto di cultura non c’è, sarebbe interessante fare il giro qui delle tavolate a chiedere “Cos’è la Cultura?”, sono sicuro che non otterremmo risposte. Si ha l’impressione di una incapacità ad affrontare i segni della rivoluzione che doveva esserci e non si vedono. Eppure mancano solo due anni al 2019. È soprattutto la svolta nella mentalità che non c’è stata.
Qual è l’augurio che si fa per il 2017 e cosa chiede ai materani con l’arrivo del nuovo anno?
Chiederei un protagonismo maggiore da parte di ogni persona. In questi giorni la nostra città vive una “‘presepiomania”,una disfida dei presepi. Si percepisce la disunità e il mancato protagonismo. Chiudo questo discorso dicendo che la nostra città in molte cose assiste più che partecipare ed essere attiva. La stessa Festa della Bruna con la sua immensità straripante, è frutto di un gruppo, ma tutto il resto di noi, beh…siamo ridotti a fare i guardoni.
Lei negli anni 90 ha subito un attentato.
La fondazione nasce da un attentato dinamitardo.
Oltre a quell’episodio ha avuto altre minacce?
Si, i gesti simbolici sono andati dal ‘94 al ‘98. Poi quando ho ricevuto l’avviso di garanzia, non ho avuto più minacce.
Ecco, ricordiamolo: lei ha avuto un avviso di garanzia per “Malversazione e stornamento”, da cui è stato assolto perché il fatto non sussiste. Giusto?
Esatto.
Lo riconduce a un qualche tipo di “disegno”?
Don Marcello Cozzi dice di si, però io ho meno sensori di lui in queste cose. Ancora oggi io mi chiedo il perché io abbia avuto la “doppia fortuna” di essere l’unico “testimonial” di una fondazione antiusura –creata dal mio stesso sangue- a patire un attentato dinamitardo e un attentato giudiziario. Del primo capisco le ragioni, l’ho visto arrivare. Ma sul secondo non lo so. Ebbi l’attentato il 6 maggio ‘94, un chilo di polvere, corrispondente a tritolo, e un chilo di cava proveniente da Montescaglioso. Il committente è stato condannato.
Dove era quando esplose la bomba davanti la chiesa?
Non esisteva la chiesa grande, esisteva la chiesa piccola, che era collegata con un corridoio al mio alloggio, dove stavo vedendo un film dei “Bellissimi”su Rete 4.
Qual è il film che la rappresenta?
Ho studiato cinema, direi senza dubbio “Il settimo sigillo”, di Bergman.
La canzone?
“Vola colomba bianca vola”, di Nilla Pizzi. La cantavano gli ubriachi della taverna sotto casa mia, quand’ero bambino.
Il libro?
“Tracce di cammino”, di Dag Hammarskjöld, il famoso segretario dell’ONU caduto sui cieli del Katanga.
Tra cent’anni cosa vorrebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?
“Quaerens me, sedisti lassus: tantus labor non sit cassus” che si traduce con “Cercandomi ti sedesti stanco... Che tanto sforzo non sia vano”. Una preghiera a Cristo Giudice.