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Francesco, “Franco”, Artese, quasi sessant’anni, di Grassano (figlio di un confinato calabrese), è uno dei massimi esponenti, al mondo, dell’arte presepiale del Sud. Le sue sono opere monumentali (alcune sono sui 150 metri quadrati e alte nove); raffigurando Grassano prima, e i Sassi di Matera dopo, ha portato la sua Basilicata in giro per il mondo. Ma il “messaggio” dei suoi presepi, è ancor più importante.

Come giustifica la sua esistenza?
Sono grato ai miei genitori e al Signore, soprattutto per la missione che mi hanno donato: portare la mia arte in giro per il mondo. Io sono principalmente un pittore, ma quattro-cinque mesi all’anno mi dedico alle scenografie monumentali dei miei presepi.
A che età ha iniziato a manifestarsi questa sua vocazione?
Già da piccolo, stavo sempre a disegnare. Per ragioni economiche non potei frequentare il liceo artistico –che all’epoca si trovava solo a Potenza- e a malincuore m’iscrissi al’istituto tecnico commerciale, inaugurato proprio quell’anno a Grassano.
Immagino che a scuola si dilettava a fare i ritratti dei compagni, e anche dei professori…
(Ride) Ogni tanto. All’esame di Stato feci un compito su Pirandello, di due colonne di testo, ma vi aggiunsi alcuni miei schizzi ispirati alla sua poetica. I miei compagni mi dissero: «Artè, ma sei impazzito? Che fai, disegni sul tema d’Italiano?», e invece la commissione apprezzò molto: il mio elaborato risultò il migliore fra Grassano e Matera. Qualche tempo dopo morì mio padre, e i padri francescani, per farmi distrarre, mi invitarono a fare il presepe. Io proposi di dargli un’ambientazione nostrana, facendo nascere Cristo nei nostri scenari. Era il 1976, io feci il progetto e c’era un bellissimo insieme di giovani del gruppo francescano -chi elettricista, chi falegname, chi muratore- che contribuì a creare quel primo presepe.
Quando, invece, l’arte presepiale è diventata il suo lavoro?
Dal 1980, quando i padri trinitari m’invitarono ad allestire il presepe presso la basilica di san Crsistogno a Roma, e poi in Via Veneto. Tutto ciò mi portò a New York nel 1983, al Greenwich Village.
Cosa ricorda di quella prima volta in America?
La responsabilità, ma allo stesso tempo mi sentivo un immigrato. La cosa bella, però, fu che mi aiutarono gli italiani che abitavano lì e che si appassionarono al presepe: quella volta rimasi cinque mesi.
Da lì la strada è stata tutta in discesa, immagino.
Sì, quello a New York fu un vero battesimo del fuoco.
Lei ha fede, giusto?
Molta.
Ci può essere un bravo presepista senza fede?
No. Come faccio a spiegarglielo. Vediamo. Col mio presepe io cerco di inviare un messaggio; non deve essere soltanto bello, ma deve emozionare. Io sono cresciuto fra i francescani, e il mio messaggio è quello di san Francesco –perdono, speranza, carità- collegato ai valori che oggi sono andati perduti.: l’umiltà, la semplicità, il rapporto di vicinato. Il presepe di quest’anno, allestito a Milano, palazzo Marino, ha la Madonna che solleva il Bambinello, e questi ha le braccia a forma di croce. Cosa vuol dire? La salvezza passa, attraverso le braccia amorevoli della Mamma, a quelle del Cristo. Gesù è morto per noi ed è lui la nostra salvezza e il vero cristiano, compresi i sacerdoti, deve stare in mezzo alla gente. Lo dice Papa Francesco: “Non dovete fare i burocrati della chiesa”.
E per quanto attiene al paesaggio?
La mia grande fonte d’ispirazione sono i Sassi di Matera. All’inizio era la mia Grassano, ma a parte la chiesa madre, le casette a schiera, i lampioni, non c’è molto altro. Per i Sassi di Matera, invece, non basterebbe una vita per rappresentare tutto quello che c’è.
Ha sempre stimoli nuovi?
Nei Sassi ci sono 154 chiese rupestri: ogni anno la mia Natività è ambientata in quei posti.
Quindi di presepi potrebbe farne 154!
(Ride) Se Dio mi assiste, sì.
Lei parlava di rilanciare i valori di una volta che si sono persi. Per questo molti suoi presepi sono ambientati negli anni Cinquanta?
Sì. Si è perso soprattutto il rapporto del vicinato. Prima il vicino stava sempre a casa tuia, adesso, nello stesso condominio, non ci si saluta neanche.
E questo accade anche nei paesi piccoli come Grassano?
Assolutamente sì. C’è molta freddezza. Parte della responsabilità è di Internet, di Facebook e di quant’altro sta uccidendo i rapporti sociali.
Che materiali utilizza?
Polistirene, malte, colori, terre… a monte, ovviamente, c’è il progetto.
Il progetto richiede tempo, immagino.
A Spoleto, dove ho fatto alcune mie belle opere, ci ho messo un mese a studiare la città. Presepista non ci si improvvisa: oltre ai giornalisti e ai critici, ti passano davanti architetti, ingegneri, storici dell’arte, e se fai una cavolata, quelli se ne accorgono. Per esempio, adesso a New York ci sono tornato con un’altra maturità. Il presepe era già bellissimo allora, ma l’approccio e la maturazione sono, ovviamente, evoluti. Quando realizzi un’opera ambientata in posti che non sono i tuoi, devi conoscerne ogni dettaglio, anche per quanto attiene i personaggi, che nel mio caso sono realizzati dal maestro Vincenzo Velardita, di Caltagirone, che li crea in terracotta in base ai miei bozzetti sui pastori; a Napoli, poi, le sorelle Balestrieri me li “vestono”, sempre in base ai miei schizzi.
Che impressione le danno i lucani che vivono all’estero?
Sono orgogliosi di ritrovare un angolo di quella terra che hanno lasciato decenni fa. A New York si commuovevano e mi abbracciavano: “Ma cosa ci hai portato? –mi dicevano- Grazie!”. Erano increduli.
La vede possibile una “scuola” qui in Basilicata?
A livello teorico sì, e volendo potrei avvalermi anche dell’esperienza di altri notevoli presepisti.
Lucani?
No, Italiani. In Basilicata c’è uno molto bravo, a Metaponto, se non sbaglio. Per la scuola di cui parla lei, ovviamente bisognerebbe avere l’appoggio della Regione Basilicata. Guardi, a me farebbe solo piacere tramandare la mia professionalità a un giovane, affinché questa forma d’arte possa essere preservata, ma è ovvio che il giovane in questione dovrebbe avere del talento di suo. La professionalità si può insegnare, ma la creatività no.
Il suo rapporto con la politica?
Nessun rapporto.
Le è mai stato chiesto di candidarsi?
Sì, ma non è una cosa che può interessarmi.
Nessuno l’ha aiutata?
No, nessuno. La mia collaborazione con l’Apt, con la Regione Basilicata, è iniziata quando abbiamo portato il presepe ad Assisi. Loro portarono “l’olio” e a me chiesero un’opera; ma ovviamente io ero sulla piazza già da moltissimo tempo. Rimane il fatto che Gianpiero Perri è una persona straordinaria e che per quell’evento ci fu un interesse notevolissimo. Mariano Schiavone, suo successore, è un altro che ha continuato a credere nel mio presepe.
L’interesse di cui parla è aumentato con l’investitura di Matera a Capitale Europea della Cultura 2019?
Ma guardi che è il contrario, è stato anche il mio presepe a far sì che ciò accadesse, parlo dell’opera in piazza San Pietro. Lo hanno visto un milione e mezzo di persone. Senza di quello, i giornalisti ancora dicevano: “Sì, ma Matera cos’è? Dove si trova?”.
La Basilicata che momento vive?
Un momento che aspettavamo da tempo. Matera 2019 può cambiare tutto.
Quanti presepi riesce a fare in un anno?
Massimo uno, ma una volta riuscii a farne due. Uno di questi era per il museo del Bicentenario a Buenos Aires…
Quali le differenze fra i suoi presepi e quelli della tradizione napoletana?
Quelli napoletani sono peculiari per i pastori, sa, l’anima in ferro, la stoppa, gli occhi di vetro, i vestiti del Settecento. E’ la loro specialità, più che le scenografie. I miei sono presepi monumentali.
In cosa consiste la “magia” del paesaggio lucano?
C’è un’intera Basilicata di borghi e centri storici, anche medievali. Nei Sassi di Matera, poi, ci sono queste case abbarbicate l’una sull’altra, sembra che sia tutto a casaccio, e invece c’è un suo disegno, soprattutto per la raccolta delle acque. Poi ci sono le chiese rupestri, scalinate che vanno in tutte le direzioni, marciapiedi che diventano il solaio delle abitazioni sottostanti, gli interni, le grotte: è tutto stupendo. Ripeto, prego solo il Signore di darmi tempo.
La città o il paese in cui le piacerebbe realizzare un presepe?
In Russia, ma c’è la chiesa ortodossa e non è facile. E poi in Cina.
Il presepe per unire i popoli e abbattere le barriere.
Ma certo! Tre anni fa abbiamo portato il presepe in Finlandia, in una chiesa luterana! Alla presenza del vescovo ortodosso, di quello luterano e di quello cattolico! Tutti e tre assieme, di fronte al messaggio di san Francesco.
Lo vede possibile un suo presepe in una moschea?
(Annuisce). Le scene del presepe sono di vita quotidiana, di gente semplice. E’ l’espressione dei personaggi ad emozionare la gente, sa, un ricco che aiuta un povero. A New York, nell’osservare il mio presepe, una donna di colore si commosse; in quel momento passava una troupe televisiva e l’intervistò. Ricordo che la donna disse: «E’ incredibile che in una città frenetica come New York, che non dorme mai, ci sia questo angolo di semplicità». Ma sa una cosa? Il mio desiderio più forte è quello di allestire un presepe nei Sassi di Matera. Sono vent’anni che lo dico.
Eppure è la sua fonte d’ispirazione principale.
Vorrei rappresentare il sunto della storia di Matera, attraverso la mia opera presepiale. Speriamo che la Fondazione possa accontentarmi, prima che per me sia troppo tardi.
La canzone della sua vita?
Io ascolto musica classica. Un brano composto da monsignor Frisina: “Luci nella notte”.
Il film?
“Balla coi Lupi” di Kevin Costner.
Il libro?
“Non è come sembra” di Tommaso Carbone.
Ma lei il presepe a casa sua lo fa?
Mai fatto. A casa mia non c’è nemmeno uno dei miei quadri. Il calzolaio va con le scarpe rotte.
Immagino che ogni tanto qualcuno tenti di “scroccarle” un presepe per uso privato.
Uhhh! Me lo chiedono in tanti, ma i miei sono presepi monumentali, dove li mettono?
Dovrebbero comparsi prima un palazzo!
(Ride) Esatto!
Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?
Beh, quello che ho provato a fare per Grassano. Anche se, come si dice, “Nemo propheta in patria”.t